I miei vinili: #8 – Il nascondisco

Ciao a tutti. Come sapete (almeno, chi ha letto il precedente post) sono un po’ preso dal seguire l’anziana genitrice, che ha dovuto lasciare la sua amatissima casa e trasferirsi in un bell’hotel tutto-pagato (dalle tasse) nella sua città… Oggi cambiamo alloggio: dal 4 stelle ospedaliero ci trasferiamo al 5 stelle lusso della casa di riabilitazione, e speriamo che ci sia il the danzante dei girelli…

In queste settimane faccio parecchio la spola fra Torino, dove vivo e lavoro, e Asti: e capita anche che mi ci fermi per diverse ore, per sistemare la casa, bagnare i fiori, pulire l’acquario e tenere vivo l’alloggio. Inevitabile mettere su un cd o un disco: anche perché una buona fetta di musica è rimasta lì, per meri motivi di spazio e pigrizia. Duemila e fischia oggetti occupano il loro posto, e con l’assenso della cara vecchietta ho lasciato lì quanto al momento non stava altrove: tanto, finora una visita settimanale non è mai mancata, e se mi serviva qualcosa bastava prenderlo.

In questi giorni mi sono reso conto quanto, a dispetto del mio ordine mentale, l’organizzazione fisica della discoteca sia diventata ormai caotica e sconclusionata. All’inizio della mia passione, trenta e passa anni fa, tutto era a posto: ma, una volta riempita la rastrelliera dello stereo, sono iniziati i guai: ho svuotato il vecchio mobile bar e ho preso a riempire pure lui; poi è venuta la volta di due scaffali di libreria, stesso trattamento. E infine sono arrivati i cd: “Beh, questi occupano meno spazio, posso sbizzarrirmi!” Una beata cippa, invece… A poco è valso l’acquisto di un mobiletto porta-cd rotante: dopo qualche anno, era pieno pure lui 😦 Continua a leggere “I miei vinili: #8 – Il nascondisco”

I falsi miti della musica #5 – Pupo e il gelato di Malgioglio

Maggio. I primi caldi, i primi timidi sudori, il primo sole deciso: voglia di sorseggiare una bibita, di fare quattro passi lungo il mare, e di un bel gelato: magari al cioccolato, e “dolce e un po’ salato“, come diceva il poeta. E mai avrei pensato di dedicare un post a Pupo (al secolo, Enzo Ghinazzi) e a Cristiano Malgioglio, lontani come sono dai miei gusti musicali: eppure la vita è strana, ed eccoli qua! Perché la loro hit, che vendette parecchi pezzi, è legata a una sorta di leggenda metropolitana un po’ piccante: probabilmente ne avrete già sentito parlare, ma in ogni caso è divertente ripassarne la storia.

Dunque: è il 1979, il Ghinazzi ha per le mani una melodia accattivante (“catchy” dicono gli anglofoni), ma ha bisogno di un testo. Massì, chiediamo a Malgioglio: che sarà pur un signore parecchio curioso e “alternativo”, ma che il suo mestiere lo sa fare… Ha scritto – e roba buona – per Iva Zanicchi, Mina, Giuni Russo, la Carrà, Umberto Balsamo: perché no?

I manager si parlano, combinano, contrattano: il gaio signore dei testi fa il suo, si incide, e tutto va come previsto: il 45 giri “Gelato al cioccolato” esce, piace, vende. Ed entra nel gran polpettone delle canzoni pop italiane più “tormentose” di sempre: quelle, insomma, che tutti conoscono, e – piaccia o meno – restano nella memoria collettiva.

Ma dov’è il piccante? Tutto (pare) nasce durante un recente concerto di Pupo (“concerto di Pupo”…  un ossimoro: tipo “ateo devoto”, “lieta e pensosa”, “fresco lana”) in cui il colosso toscano confessa, fra il serio e il faceto, che Malgioglio scrisse il testo su una spiaggia tunisina: quando, apollineamente sdraiato sul suo asciugamano, vide uscire dalla onde spumose un bel ragazzo del posto, dalla pelle scura… E sognò (o, forse, mise anche in pratica) di omaggiare la sua Venere cartaginese con un “servizietto” intimo: da qui il “gelato” (il membro), al “cioccolato” (la pelle color mogano) “un po’ salato” (le tracce minerali del mare…).

Pupo, intervistato a TM News, conferma: “Non mi ero mai interessato da dove Malgioglio avesse tratto l’ispirazione. Qualche anno fa, quando la canzone era già un grande successo mondiale, mi raccontò tutto… Ecco, da quel momento, quando canto ‘Gelato al cioccolato’ mi vedo il tunisino con il gelato al cioccolato…”.

Da parte sua, Cristiano respinge ogni accusa: “Mi avevano chiamato per scrivere una canzone e mi dissero ‘Fai una cosa sul gelato‘, ‘Ma sai io sto lavorando con Mina, non me la sento‘, poi sono tornato a casa e quel giorno mi preparo un budino, solo che al posto dello zucchero ho messo il sale e così è venuto ‘dolce e un po’ salato’, voi pensate sempre al doppio senso, ma dico la verità”. E, ancora: “Il gelato al cioccolato in realtà non è il membro di un ragazzo africano, Pupo ha inventato questa cosa, magari per far ridere qualcuno mentre faceva uno spettacolo”.

Allora, qual è la verità? Alla SIAE la canzone è rubricata, per la musica, a Pupo, e per il testo al nostro Malgioglio e a Clara Miozzi: autrice di cui non sono riuscito a scoprire molto, se non che ha collaborato con Mino Reitano e il trio finto-messicano dei Los Marcellos Ferial 🙂 Non ho idea se la signora (Clara, intendo) sia ancora fra noi, ma se lo fosse sarebbe la prima a cui chiederei lumi. In mancanza, possiamo fare solo ipotesi:

  1. Che abbia ragione Malgioglio, con la storia del budino: che poi me lo vedo pure, Cristiano, con la testa agghindata come la Mami di “Via col Vento”, che spadella; e che Pupo, quindi, abbia inventato tutto. Certo che, nel caso, il Ghinazzi avrebbe avuto una bella fantasia…
  2. Che abbia ragione Pupo. In fondo, la nostra drag queen ha scritto (anche) cose come “Sbucciami“, “L’importante è finire” (e, anche qui, leggenda vuole che il testo originale dicesse “L’importante è venire”) e “Mi sono innamorato di tuo marito“: non sarebbe poi strano avesse, come dire, tratto ispirazione da un bel ragazzo… Se poi la sua fantasia sia rimasta tale, o abbia goduto di una realizzazione, non è proprio affar mio! A questo punto, però, perché tanta pruderie? In fondo, abbiamo sdoganato pure il saluto romano e i licenziamenti via SMS, che vuoi che sia un pompino?
  3. Che i due si siano, più o meno, messi d’accordo per fare un po’ di cagnara: po’ esse!

La prima e la terza ipotesi non mi divertono granché, però, quindi le escludo per principio. Mi gusta assai di più la seconda: sarebbe innanzitutto un bel tiro giocato al cantante… E in secondo luogo, l’immagine di innamorati, bambini, signore e ragazzotti che cantano ridacchiando la storia di una fellatio omosessuale, con l’inconsapevole leggerezza tipica di un pomeriggio estivo di fine anni Settanta, mi fa sinceramente scompisciare 🙂

Che volete, sono una persona semplice.

Festa della Donna: #3

Un pezzo di John Lennon e Yoko Ono, che però preferisco in questa versione… E sempre attuale!

Woman is the nigger of the world
Yes she is, think about it
Woman is the nigger of the world
Think about it, do something about it
We make her paint her face and dance
If she won’t be aslave, we say that she don’t love us
If she’s real, we say she’s trying to be a man
While putting her down we pretend that she is above us
Woman is the nigger of the world, yes she is
If you don’t believe me take a look to the one you’re with
Woman is the slave to the slaves
Ah yeah, better scream about it
We make her bear and raise our children
And then we leave her flat for being a fat old mother hen
We tell her home is the only place she should be
Then we complain that she’s too unworldly to be our friend
Woman is the nigger of the world, yes she is
If you don’t believe me take a look to the one you’re with
Oh woman is the slave to the slaves
Yeah, alright
We insult her everyday on TV
And wonder why she has no guts or confidence
When she’s young we kill her will to be free
While telling her not to be so smart we put her down for being so dumb
Woman is the nigger of the world, yes she is
If you don’t believe me take a look to the one you’re with
Woman is the slave to the slaves
Yes she is, if you believe me, you better scream about it
We make her paint her face and dance
We make her paint her face and dance…
Woman is the Nigger of the World” (John Lennon, Yoko Ono)
Versione live di Cássia Eller

I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (seconda e ultima parte)

Eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della breve escursione attraverso la mia collezione: dopo la scorsa puntata, dedicata al “pieno”, agli artisti di cui ho tutto, tanto o troppo, ora tocca al “vuoto“, a quelli cioè di cui ho pochissimo o nulla, ma che invece dovrei avere! In fondo, nelle collezioni è tanto significativo il buco nella scaffale che l’affollamento: proprio come nella musica, in cui la pausa conta tanto come la nota, e una dà senso all’altra. Continua a leggere “I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (seconda e ultima parte)”

I falsi miti della musica #4 – Rita Pavone e i Pink Floyd

La leggenda del pavone rosa

A pochi metri da dove abito, c’è la casa natale di Rita Pavone; e il primissimo 33 giri che maneggiai fu proprio una sua raccolta, che una vicina mi aveva regalato, convinta (e forse era vero) che un bambino di 6 anni potesse divertirsi all’ascolto di “Sul cucuzzolo” e “Viva la pappa col pomodoro”. Poi, sinceramente, la Pavone uscì dai miei radar fino a quando, sfogliando il libro con i testi tradotti dei Pink Floyd , edito da Arcana alla fine degli anni Settanta, mi imbattei in un curioso accidente, riguardante il testo di un certo brano…

La canzone in questione non è certo la più famosa: si tratta di “San Tropez“, quarta traccia del fondamentale album “Meddle” (1971). Nulla di psichedelico, nulla di aspro, nulla di spaziale, poco “floydiano”: mosso da un inusuale andamento swingante e rilassato, il brano ha dalla sua una melodia piacevole, e qualche punzecchiatura verso il mondo del lusso borghese… E, soprattutto, ospita una delle più assurde leggende metropolitane di ambito musicale della storia. Perché i versi finali della canzone, ambientata nella pigra e assolata Costa Azzurra, sembrerebbero recitare “I hear your soft voice calling to me / making a date for Rita Pavone / and if you’re alone / I’ll come ho-ho-home“: cioè, “Sento la tua voce dolce che mi chiama / che dà appuntamento a Rita Pavone / e se sei sola verrò a casa“. Questo, almeno, quanto riportato – per la sola Italia! – nel libro di Arcana: che, fra l’altro (secondo errore!) attribuisce la firma al tastierista Rick Wright, e non al reale autore, Roger Waters, e ne dà un giudizio tutt’altro che positivo. Continua a leggere “I falsi miti della musica #4 – Rita Pavone e i Pink Floyd”

Blue Valentines

Una canzone struggente, cantata da una voce che – lo so – non tutti tollerano… Ma pazienza.

Perché San Valentino non è sempre e solamente questione di cioccolatini, bacetti, candele e serenità… Ma anche di malinconia, di vite grippate, di catrame, fumo, whisky e rossetti sbavati, di occasioni perse e di letti sfatti.

Questo, piaccia o meno, è Tom Waits. E’ questa è la sua “Blue Valentines” (1978): dove, per chi non lo sapesse, “blue” qui significa “triste”, “malinconico”, e “Valentines” sono le lettere d’amore del 14 Febbraio.

Fammi piangere ancora una volta, Tom.

She sends me blue valentines
all the way from Philadelphia
to mark the anniversary
of someone that I used to be
and it feels just like a warrant
is out for my arrest
baby, you got me checkin’
in my rearview mirror
that’s why I’m always on the run
that’s why I changed my name
and I didn’t think you’d ever find me here

To send me blue valentines
like half-forgotten dreams
like a pebble in my shoe
as I walk these streets
and the ghost of your memory
baby, it’s the thistle in the kiss
it’s the burglar that can break a rose’s neck
it’s the tatooed broken promise
I gotta hide beneath my sleeve
I’m going to see you every time I turn my back

She sends me blue valentines
though I try to remain at large
they’re insisting that our love
must have a eulogy
why do I save all of this madness
here in the nightstand drawer
there to haunt upon my shoulders
baby, I know
I’d be luckier to walk around everywhere I go
with this blind and broken heart
sleeps beneath my lapel

Instead, these blue valentines
to remind me of my cardinal sin
I can never wash the guilt
or get these bloodstains off my hands
and it takes a lot of whiskey
to make these nightmares go away
and I cut my bleedin’ heart out every night
and I’m going to die a little more on each St. Valentines day
don’t you remember, I promised I would write you
these blue valentines
blue valentines
blue valentines

Lei mi manda lettere d’amore tristi
fin da Philadelphia
per celebrare l’anniversario
di quello che ero un tempo
Mi sento come ci fosse
una taglia sulla mia testa
che mi squadra sullo specchietto retrovisore
e sono sempre in fuga
per questo ho cambiato nome
pensavo che qui non mi avresti mai trovato

Per mandarmi lettere d’amore tristi
come sogni svaniti a metà
come un sassolino nella scarpa
mentre vado per la mia strada
e il fantasma del tuo ricordo
è la spina dentro un bacio
il ladro che spezza una rosa
il tatuaggio di una promessa rotta
che nascondo sotto la manica
e ti vedo ogni volta che mi giro

Lei mi manda lettere d’amore tristi
anche se non mi faccio più vedere
insistono che il nostro amore
deve essere commemorato
perché conservo tutta questa follia
nel cassetto del comodino
a tormentarmi con il fiato sul collo?
Cara, lo so, per me è meglio vagare in ogni posto che vado
con il cuore spezzato e triste
che mi dorme sotto i risvolti della giacca

Lei mi manda lettere d’amore tristi
per ricordarmi il mio peccato mortale
non potrò mai lavare la colpa
o le macchie di sangue dalle mie mani
e ci vuole un bel po’ di whisky
per scacciare questi incubi
Ogni notte mi strappo il cuore a pezzi
e tutti i San Valentino muoio un po’ di più
Ricordo che ti avevo promesso di scriverti
queste tristi lettere d’amore
tristi lettere d’amore
tristi lettere d’amore