I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (seconda e ultima parte)

Eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della breve escursione attraverso la mia collezione: dopo la scorsa puntata, dedicata al “pieno”, agli artisti di cui ho tutto, tanto o troppo, ora tocca al “vuoto“, a quelli cioè di cui ho pochissimo o nulla, ma che invece dovrei avere! In fondo, nelle collezioni è tanto significativo il buco nella scaffale che l’affollamento: proprio come nella musica, in cui la pausa conta tanto come la nota, e una dà senso all’altra. Continua a leggere “I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (seconda e ultima parte)”

I falsi miti della musica #4 – Rita Pavone e i Pink Floyd

La leggenda del pavone rosa

A pochi metri da dove abito, c’è la casa natale di Rita Pavone; e il primissimo 33 giri che maneggiai fu proprio una sua raccolta, che una vicina mi aveva regalato, convinta (e forse era vero) che un bambino di 6 anni potesse divertirsi all’ascolto di “Sul cucuzzolo” e “Viva la pappa col pomodoro”. Poi, sinceramente, la Pavone uscì dai miei radar fino a quando, sfogliando il libro con i testi tradotti dei Pink Floyd , edito da Arcana alla fine degli anni Settanta, mi imbattei in un curioso accidente, riguardante il testo di un certo brano…

La canzone in questione non è certo la più famosa: si tratta di “San Tropez“, quarta traccia del fondamentale album “Meddle” (1971). Nulla di psichedelico, nulla di aspro, nulla di spaziale, poco “floydiano”: mosso da un inusuale andamento swingante e rilassato, il brano ha dalla sua una melodia piacevole, e qualche punzecchiatura verso il mondo del lusso borghese… E, soprattutto, ospita una delle più assurde leggende metropolitane di ambito musicale della storia. Perché i versi finali della canzone, ambientata nella pigra e assolata Costa Azzurra, sembrerebbero recitare “I hear your soft voice calling to me / making a date for Rita Pavone / and if you’re alone / I’ll come ho-ho-home“: cioè, “Sento la tua voce dolce che mi chiama / che dà appuntamento a Rita Pavone / e se sei sola verrò a casa“. Questo, almeno, quanto riportato – per la sola Italia! – nel libro di Arcana: che, fra l’altro (secondo errore!) attribuisce la firma al tastierista Rick Wright, e non al reale autore, Roger Waters, e ne dà un giudizio tutt’altro che positivo. Continua a leggere “I falsi miti della musica #4 – Rita Pavone e i Pink Floyd”

Blue Valentines

Una canzone struggente, cantata da una voce che – lo so – non tutti tollerano… Ma pazienza.

Perché San Valentino non è sempre e solamente questione di cioccolatini, bacetti, candele e serenità… Ma anche di malinconia, di vite grippate, di catrame, fumo, whisky e rossetti sbavati, di occasioni perse e di letti sfatti.

Questo, piaccia o meno, è Tom Waits. E’ questa è la sua “Blue Valentines” (1978): dove, per chi non lo sapesse, “blue” qui significa “triste”, “malinconico”, e “Valentines” sono le lettere d’amore del 14 Febbraio.

Fammi piangere ancora una volta, Tom.

She sends me blue valentines
all the way from Philadelphia
to mark the anniversary
of someone that I used to be
and it feels just like a warrant
is out for my arrest
baby, you got me checkin’
in my rearview mirror
that’s why I’m always on the run
that’s why I changed my name
and I didn’t think you’d ever find me here

To send me blue valentines
like half-forgotten dreams
like a pebble in my shoe
as I walk these streets
and the ghost of your memory
baby, it’s the thistle in the kiss
it’s the burglar that can break a rose’s neck
it’s the tatooed broken promise
I gotta hide beneath my sleeve
I’m going to see you every time I turn my back

She sends me blue valentines
though I try to remain at large
they’re insisting that our love
must have a eulogy
why do I save all of this madness
here in the nightstand drawer
there to haunt upon my shoulders
baby, I know
I’d be luckier to walk around everywhere I go
with this blind and broken heart
sleeps beneath my lapel

Instead, these blue valentines
to remind me of my cardinal sin
I can never wash the guilt
or get these bloodstains off my hands
and it takes a lot of whiskey
to make these nightmares go away
and I cut my bleedin’ heart out every night
and I’m going to die a little more on each St. Valentines day
don’t you remember, I promised I would write you
these blue valentines
blue valentines
blue valentines

Lei mi manda lettere d’amore tristi
fin da Philadelphia
per celebrare l’anniversario
di quello che ero un tempo
Mi sento come ci fosse
una taglia sulla mia testa
che mi squadra sullo specchietto retrovisore
e sono sempre in fuga
per questo ho cambiato nome
pensavo che qui non mi avresti mai trovato

Per mandarmi lettere d’amore tristi
come sogni svaniti a metà
come un sassolino nella scarpa
mentre vado per la mia strada
e il fantasma del tuo ricordo
è la spina dentro un bacio
il ladro che spezza una rosa
il tatuaggio di una promessa rotta
che nascondo sotto la manica
e ti vedo ogni volta che mi giro

Lei mi manda lettere d’amore tristi
anche se non mi faccio più vedere
insistono che il nostro amore
deve essere commemorato
perché conservo tutta questa follia
nel cassetto del comodino
a tormentarmi con il fiato sul collo?
Cara, lo so, per me è meglio vagare in ogni posto che vado
con il cuore spezzato e triste
che mi dorme sotto i risvolti della giacca

Lei mi manda lettere d’amore tristi
per ricordarmi il mio peccato mortale
non potrò mai lavare la colpa
o le macchie di sangue dalle mie mani
e ci vuole un bel po’ di whisky
per scacciare questi incubi
Ogni notte mi strappo il cuore a pezzi
e tutti i San Valentino muoio un po’ di più
Ricordo che ti avevo promesso di scriverti
queste tristi lettere d’amore
tristi lettere d’amore
tristi lettere d’amore

I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (parte prima)

Poco fa, mentre mettevo mano a uno dei miei tanti fogli Excel su cui memorizzo e elenco robe musicali, mi sono accorto di una cosa: e, cioè, che nella mia collezione perennemente in progress ci sono abbondanze esagerate, e altrettanto clamorosi buchi! “Ma è normale”, direte, “mica hai l’obbligo di avere tutto di tutto!”. E’ vero: ma comunque, per un onnivoro come me (attenzione: essere onnivori non significa rinunciare ai propri gusti, significa assaggiare tutto, e magari provare pure una seconda volta, se la prima è andata così così…) la cosa incuriosisce… Anche perché colleziono musica da circa 40 anni: e, oltre che appassionato e onnivoro, sono pure sistematico!

La saga de “I miei vinili” questa volta si sofferma quindi su questo: quali i buchi, e quali gli eccessi della mia collezione? Continua a leggere “I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (parte prima)”

I falsi miti della musica #3 – Debunking Fabrizio De Andrè

Mi ricordo perfettamente, il giorno che arrivò la notizia della morte di Fabrizio De André, 23 anni fa… Quel lunedì, quando seppi della cosa, lo dissi ad alta voce, in ufficio: e la mia “capa”, senza batter ciglio, rispose “Meglio lui di me”. Dicono che non bisogna essere cattivi: ma sulla verità di quella lapidaria affermazione non fui così sicuro… Di sera (o la sera dopo, forse) la RAI trasmise un concerto di Faber: e, di questo sono certo, mentre lo vedevo, nella mia fredda monocamera, seduto sul letto, mi ritrovai a piangere. Avevo perso qualcuno di importante.
Dico questo non per piaggeria, ma per chiarire come io stimi, apprezzi, anzi ami Fabrizio: e come questo post non sia un’offesa nei suoi confronti, ma un doveroso atto di verità. Non sono certo il primo a scrivere di questo: ma, ormai, chi è il primo a fare qualunque cosa?

Dunque, l’argomento di questo doloroso debunking è: ma quante canzoni, da solo, ha davvero scritto De André? “Ma che, sei scemo??? Dopo Elvis, ora te la prendi con Faber? E lascia in pace i morti!” Sembra una follia farsi la domanda, visto che Fabrizio è da sempre additato come il re dei cantautori italiani… Ma è proprio perché sembra una follia, che occorre affrontare la questione. E non per pura provocazione, ma per rispetto.

Lo farò con cervello e cuore, tranquilli. Ma prima di tutto, ahimè, i freddi numeri! Continua a leggere “I falsi miti della musica #3 – Debunking Fabrizio De Andrè”

I falsi miti della musica #2 – Debunking “La Stangata”

The Entertainer” è una dei brani musicali più noti di sempre: la sua melodia è famosissima, e la troviamo ovunque, da suonerie a cori da stadio (un collega milanista conferma che era usata come sfottò verso Franco Baresi, assieme alle parole “È arrivato Weah, è arrivato Weah, e Baresi è di nuovo papà“). Chi conosce il pezzo, sa di cosa parlo: chi non se lo ricorda, invece, potrà forse ricorrere a uno stereotipo usato ed abusato… E’ la musica del film “La Stangata! Se poi manco avete visto “La Stangata” che vi posso dire? Prima di tutto di riparare, e gustarvelo: è piacevole e divertente! E, in secondo luogo, di approfittare della traccia d’ascolto, che qui allego.

La Stangata” (“The Sting”) è un film del 1973 diretto da George Roy Hill, ha come attori principali Paul Newman e Robert Redford, e racconta la carambolesca storia di una truffa ai danni di un potente gangster, per vendicare l’ingiusta morte di un amico. Oltre a un cast stellare (che comprende anche Robert Shaw, Charles Durning, Eileen Brennan e Robert Shaw), l’opera è ricordata per la sua colonna sonora: un successo mondiale, che resta in vetta della Billboard Hot 100 per cinque settimane consecutive. Continua a leggere “I falsi miti della musica #2 – Debunking “La Stangata””