I miei dischi dell’anno #8 – Il 1972

Eccoci a una nuova puntata della rubrica “I miei dischi dell’anno”: siamo ora arrivati al 1972, giusto giusto 50 anni fa.

Rispetto al 1971, cambia poco (e meno male!): la tavolozza stilistica è sempre ampia, esaustiva ed impressionante, per qualità e quantità. Sarà perché, per gusti e storia, conosco bene questo periodo, sarà perché oggettivamente la ricchezza è tanta, ma faccio fatica a limitare i miei elenchi a “pochi” nomi e titoli. I generi sono praticamente tutti presenti, dal folk al Soul, dal pop all’hard rock, anche se i figli prediletti di quegli anni sono soprattutto due: il Progressive (e qui troviamo Jethro Tull, Yes, Gentle Giant, Genesis, Emerson Lake & Palmer) e il Krautrock, in tutte le sue declinazioni: le “sinfonie cosmiche” di Klaus Schulze, l’iper-realismo ossessivo di Neu!, la psichedelia elettronica dei Tangerine Dream, lo space-hard rock degli Hawkwind e le cupe astrazioni dei Can. Continua a leggere “I miei dischi dell’anno #8 – Il 1972”

Domani avvenne: da lunedì 7 marzo 2022 a domenica 13 marzo

7 Marzo 1972: a Torino nasce Samuel Umberto Romano, in arte semplicemente Samuel. Cantante in erba (scrive la prima canzone a 8 anni!), inizia la carriera di musicista negli Amici di Roland, assieme a Boosta: nel 1996 i due si uniscono a Max Casacci, Ninja e Pierfunk, e fondano i Subsonica, che dall’esordio (1997) a oggi costituiscono una delle realtà più note e vivaci del pop elettronico italiano. Samuel, oltre ai Subsonica, ha dato vita a innumerevoli progetti e collaborazioni, e ha anche inaugurato una carriera solista parallela.

8 Marzo 1962: la BBC trasmette, per la prima volta, una breve esibizione dei Beatles, che all’epoca sono ancora privi di contratto discografico e con Pete Best alla batteria. L’incisione era avvenuta la sera precedente, al Playhouse Theatre di Manchester, per il programma “Teenager’s Turn – Here We Go“, e i Beatles avevano eseguito tre cover: “Dream Baby (How Long Must I Dream?)”, “Memphis Tennessee” e “Please Mister Postman”.

9 Marzo 1933: a Kenner (Louisiana) nasce Lloyd Price. Cantante e autore, si fa notare con lo shuffle “Lawdy Miss Clawdy”: inciso nel 1952 è un grande successo, ma proprio sul più bello arriva la cartolina per la Guerra di Corea, e Lloyd deve indossare la divisa. Al ritorno, firma un contratto con la ABC Records, con cui realizza una serie di brani di cassetta, ma soprattutto “Personality” (1959): hit stellare e che gli fa procura il nomignolo di “Mr Personality”, con cui passa alla storia.

10 Marzo 1967: per la Columbia esce “Arnold Layne“, singolo di debutto dei Pink Floyd. Composto da Syd Barrett nel 1965, il brano – condotto in perfetto stile psichedelico – racconta la storia (vera) di un travestito che si aggirava per Cambridge, rubando indumenti femminili dai fili da stendere. Sul retro del 45 giri, la barrettiana “Candy and a Current Bun”.

11 Marzo 1972: a poco più di un mese dalla sua uscita, l’album “Harvest” di Neil Young raggiunge la vetta della classifica americana. Il disco, unanimemente considerato fra i capolavori del cantante canadese, vanta ospiti di livello quali Linda Ronstadt, Stephen Stills, Graham Nash, David Crosby e James Taylor, e allinea in scaletta brani come “Heart of Gold”, “The Needle and the Damage Done”, “Harvest”, “Words”, “Alabama” e “Old Man”.

12 Marzo 1917: a Motal (allora polacca, oggi parte della Bielorussia) nasce Lejzor Czyz. A 11 anni si trasferisce con la famiglia a Chicago: il cognome è cambiato in Chess, e Lejzor diviene Leonard. Nel 1946, assieme al fratello Phil, appassionato come lui della musica blues, acquista le quote residue della vecchia Aristocrat Records, e fonda la Chess Records… Una delle case discografiche più importanti per la storia del blues americano, in cui operano leggende come Chuck Berry,  Bo Diddley, Willie Dixon, Buddy Guy, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf, Etta James e Sonny Boy Williamson II.

13 Marzo 1939: a New York, da famiglia di origini turche e sefardite, nasce Neil Sedaka. Ben presto Neil mette in chiaro il suo sogno: diventare autore professionista. Compra centinaia di dischi, li ascolta fino allo sfinimento, ne annota scrupolosamente la struttura formale, le progressioni armoniche, i temi ricorrenti, e alla fine trova la formula magica… Sono suoi hit clamorosi come “Stupid Cupid”, “Oh! Carol”, “Happy Birthday Sweet Sixteen”: il palmares di Neil, a fine carriera, sarà impressionante, con oltre cinquecento canzoni depositate e milioni di copie vendute.

Domani avvenne: da lunedì 9 novembre 2020 a domenica 15 novembre

9 Novembre 1941: a Berkeley (California) nasce Tom Fogerty. Dopo l’esperienza in gruppi amatoriali di rock’n’roll, nel 1962 entra nel gruppo del fratello minore John, The Blue Velvets: complesso che, nel ’65, diventa The Golliwogs, e nel ’68 assume il definitivo e leggendario nome di Creedence Clearwater Revival. Invidioso del talento compositivo e dalla iconica voce del più dotato fratello, Tom lascia i Creedence nel ’71 e intraprende un’incerta carriera solista: il resto della vita – terminata nel 1990 – sarà spesa in continue liti personali e giudiziarie con John.

10 Novembre 2015: all’età di 77 anni, dopo aver tenuto un concerto a Madrid (Spagna) ci lascia Allen Toussaint. Pianista e compositore, a 17 anni inizia a suonare nei nightclub di New Orleans, e a fine degli anni Cinquanta fonda una casa discografica prestando il suo  genio di autore e produttore ad alcuni talenti locali (Irma Thomas, Ernie K-Doe Benny Spellman e i Neville Brothers), con brani (“Pain in My Heart”, “Time is On My Side”, “Fortune Teller”) che troveranno fama tardiva nelle cover milionarie di rocker del calibro di Rolling Stones, Yardbirds, Otis Redding, The Who e Ringo Starr.

11 Novembre 2015: a Londra, dopo una lunga malattia, muore “Philthy Animal” Taylor. Batterista, nel 1975 si unisce alla hard-rock band Motorhead, sostituendo Lucas Fox. Nel 1980, dopo la registrazione di “Ace of Spades”, ha un incidente al collo, che ne inibisce la capacità performativa per più di un anno. La sua carriera nei Motorhead si interrompe nel 1984, per poi riallacciarsi nel 1987 e fino al ’92 (undici gli album incisi).

12 Novembre 1945: a Toronto (Canada) nasce Neil Young. Colpito da poliomielite infantile, si approccia alla musica da adolescente, passando prima attraverso gruppi garage e poi sposando il filone folk: emigrato negli Stati Uniti, nel ’66 fonda i Buffalo Springfield, e successivamente al loro scioglimento inizia ad alternare la carriera solistica (in compagnia della backing band Crazy Horse) alla collaborazione con Stephen Stills, Graham Nash e David Crosby. Una carriera di altissimo livello, la sua, e caratterizzata da un continuo rimbalzo fra gli amori della giovinezza: delicatissimi acquerelli folk, e chitarre elettriche rudemente strapazzate… Non per nulla, è stato insignito del titolo morale di “padre del grunge”.

13 Novembre 1964: i Rolling Stones pubblicano il singolo “Little Red Rooster“: cover dell’omonimo blues di Willie Dixon (già pubblicato da Howlin’ Wolf), è inciso ai Chess Studios di Chicago durante il tour negli States. Si tratta di un’eccellente rivisitazione, con una scintillante performance di Brian Jones alla slide, premiata da un numero uno in classifica (rarità assoluta per un pezzo blues).

14 Novembre 1952: la rivista New Musical Express pubblica la prima “Record Hit Parade” mai data alle stampe nel Regno Unito. Al primo posto troviamo “Here in My Heart” di Al Martino.

15 Novembre 1966: i Doors firmano un contratto discografico con la Elektra, che prevede la realizzazione di 7 album. Il presidente della casa discografica, Jac Holzman, è introdotto ai Doors dalle raccomandazioni di Arthur Lee, cantante dei Love (già sotto contratto Elektra): dopo alcune settimane di titubanze, grazie ad alcune performance magnetiche cui assiste, alla fine Jac si convince: e il resto è storia.

Neil Young – “Weld” / “Arc”

Logan-Young

Basta cercare in rete, e tutti a dire “Eh sì: Neil Young è il padrino del Grunge“. Ma di frasi fatte, come “Venezia è bella ma non so se ci vivrei” o “Una volta qui era tutta campagna” ne abbiamo tutti un po’ piene le tasche: meglio, allora, andare alla fonte e verificare se. I riferimenti younghiani che di solito si fanno per stabilire questa equivalenza sono essenzialmente tre: in ordine di tempo, “Rust Never Sleep” (1979), “Freedom” (’89), “Ragged Glory” (’91). Oltre, ovviamente, al quasi contemporaneo live “Weld“, che si abbevera proprio ai rumori e alle canzoni del “Ragged Glory” tour.

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L’ultima luna: #2 – Luna piena

La luna è piena… e non sappiamo chi l’ha messa in questo stato

La fase di plenilunio è tradizionalmente associata alla creatività e al suo lato esoterico, la magia; su questo punto hanno speculato moltissimi racconti e film horror, che hanno sfruttato la luna piena (e i sudditi licantropi) come ambientazione dei loro climax.

Ma c’è un’altra luna piena che ha colonizzato così tanto la narrativa, la poesia e la canzone da diventare un archetipo: quella che sorveglia benevola i baci degli innamorati, e quella che accompagna la solitudine di chi innamorato è, ma senza qualcuno da amare. La famosissima “Blue Moon” è forse la più famosa delle canzoni d’amore intitolate al latteo satellite: e dire che la prima versione del pezzo, scritta dalla celebre coppia Richard Rodgers e Lorenz Hart per il film “Hollywood Party” (1934), aveva incontrato lo stesso destino della sequenza con Jean Harlow… E, cioè, era stata tagliata. Hart, tenendo duro, aveva riscritto i versi e proposto la canzone per la pellicola “Manhattan Melodrama”… Ma, di nuovo, aveva incontrato l’accetta dei produttori. Per fortuna si decide di girare una nuova scena: Rodgers, che crede nel pezzo, cambia le parole e nasce “The Bad in Every Man”, cantata in un nightclub da Shirley Ross. Un bellissimo lento, malinconico e commovente. Il pezzo ha un indubbio potenziale commerciale, ma secondo tutti occorre un nuovo testo (e siamo al quarto…), meno esistenziale e più romantico: Hart guarda il cielo, ed ecco che…

“Blue moon, you saw me standing alone, without a dream in my heart, without a love of my own”

Finalmente, il 15 Gennaio 1935, esce il 78 giri “Blue Moon”, per la Brunswich Records: Connee Boswell ne è l’interprete, ma il successo internazionale arriva solo  a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta, con le versioni quasi contemporanee di Billy Eckstine e Mel Tormé, che ripetono il mood della Boswell. La grande Billie Holiday ci regala la lettura più jazzy e raffinata, ma è il quintetto The Marcels a trasformare la dolente melodia in un nonsense doowop al limite del buffonesco (con la sua introduzione zeppa di onomatopee e allitterazioni) e a vendere paccate di dischi.

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