I miei vinili: #2 – I dischi

Riprendo il discorso iniziato qualche mese fa, riguardante i supporti per la musica – anzi, e soprattutto – i MIEI supporti, quelli che mi raccontano qualcosa di particolare. E, dopo le cassette, tocca ai DISCHI.

Dischi in vinile, ovviamente: nell’armadio ho alcune vecchie gommalacche dei nonni, ma non sono “roba mia”… Qui si parla di quei dischi comprati coi sudati risparmi, centellinando i soldini di Natale e Pasqua (la paghetta non esisteva), e tenuti come una reliquia. Belli, i vinili: e non parlo della qualità sonora, ma proprio dell’oggetto. La copertina è facilmente decifrabile (non come i libretti dei cd, per cui ci vuole la lente… e gli occhiali, ora che li porto), dentro ci sono foto e testi, la crew e le dediche, e poi vuoi mettere il rito? Un disco nuovo doveva rimanere intonso per il maggior tempo possibile: oltre al vinile – la cui usura veniva preservata copiandolo integralmente su cassetta – occorreva coccolare anche la ancor più delicata confezione di cartoncino. E, allora: aprire la medesima con lo strofinamento sui jeans, onde surriscaldare la membrana di cellophane che impediva l’accesso al disco e lacerarla il giusto; lasciare il resto del cellophane intonso, a custodia… della custodia; e, a male parata, quando il vecchio cellophane non ce la faceva più, sostituirlo con una bustina di plastica trasparente. Coi vinili doppi, quasi sempre “apribili” a libro, bisognava stare ancora più attenti: perché le due parti della copertina erano internamente comunicanti, e c’era il rischio che il vinile, per così dire, sconfinasse, rimanendo pizzicato durante la chiusura della confezione, e irrimediabilmente danneggiato. Continua a leggere “I miei vinili: #2 – I dischi”

Canta che ti passa #15

A torto o a ragione, fra entusiasti e perplessi, il lockdown “hard” è giunto al termine: e anche questa sezione intitolata “Canta che ti passa”. Dicevo, nella scorsa puntata, che in questo periodo mi è capitato spesso di volgere uno sguardo al passato: e ho raccontato di cassette, incisioni amatoriali e affini… Ma c’è un passato ben più personale e profondo, da cui tutto questo è iniziato: e da cui sono iniziato io. Mio padre.

Perché è stato lui, Angelo, ad avvicinarmi a “tutto ciò che fa spettacolo”: amava il jazz di un amore vivo, privo di tassonomie e studio, la canzone leggera, il varietà (si era anche presentato a un radio quiz di Mike Bongiorno), fu interessato alla nascita di una delle prime radio libere astigiane e si dilettava nell’organizzazione di eventi locali, feste e veglioni, fungendo anche da presentatore.

In salotto, vicino al giradischi in legno, c’erano diversi album: colonne sonore di commedie musicali (fra cui quella, rarissima, di “Rinaldo in campo”), vecchie gommalacche, “Un gelato al limon” di Paolo Conte (autografata a “Chicco, figlio di un mio amico” -:) ), numerose serie monografiche di jazz, “Hello, Dolly!” di Armstrong, alcuni dischi in dialetto (perché no?!), e altro ancora, che io mi divertivo a mettere sul piatto: per gioco, ovviamente.

Questi dischi lui li ascoltava, spesso con qualche amico. Ma posso dire che mi abbia mai “parlato di musica”? No: e, di nuovo, ovviamente… a un bambino non puoi mica rompergli le balle con dissertazioni stilistiche! Ma alcune frasi, quasi casuali, mi sono state dentro. Tipo “Papà, a cosa serve il contrabbasso, che non si sente?” “Sembra non si senta, ma non ci fosse te ne accorgeresti”; “Lucio Dalla era un ottimo jazzista, prima di passare al pop”; “La PFM… suonano davvero bene”; “Senti che swing, Duke Ellington”; “Mi ricordo quando è morto Fred Buscaglione, la notizia ha sorpreso me e mamma, all’uscita da teatro”.

Dicevo, con papà ho raramente parlato di musica: anche perché – quando era in salute – io avevo meno di 10 anni, e – anche lo avesse fatto – ero in altri giochi troppo affaccendato. E quando avremmo potuto parlarne in modo più profondo, e senza antagonismi adolescenziali, lui non c’era più. Eppure, il contatto continuo con la materialità della musica (i dischi in salotto) e le poche chiacchiere di quello che, per ogni bambino, è il suo eroe, qualcosa hanno fatto… Sarà un caso che mi piacciano Lucio Dalla, la PFM, e pure il “duro” Fred ? 🙂 Ma soprattutto, come amo dire, mio padre mi ha insegnato tutto, senza spiegarmi nulla.

E allora, papà, per questo e per tutto il resto, ti dedico questo post. E ti dedico questa canzone, Moonlight Serenade“, che amavi molto e che forse ha guidato il tuo ritorno ad Asti, alla fine della Guerra. Allo stesso modo, auguro che la medesima serena perfezione soffusa da questo stupefacente arrangiamento di fiati possa accompagnare anche noi, al rientro nelle cose di tutti i giorni, dopo queste settimane di conflitto.

La rubrica “Canta che ti passa” si ferma qui. Ma la musica continua. E che musica…

Canta che ti passa #14

Tempo di pulizie, tempo di riflessioni: tempo di memoria.

Sarà perché – si voglia o meno ammetterlo – questa non è una situazione che si possa attraversare senza qualche sconquasso, è facile cadere in una fuga all’interno di noi stessi: che, quasi per automatismo, comporta il ripiegarsi sul passato. Un passato recente, innanzitutto, verso cui è semplice avere un atteggiamento di benevolenza: perché l’ormai proverbiale “mondo prima di febbraio 2020” ci appare sempre più lontano, e chissà se e come sarà quello che ci aspetta. E poi c’è il “passato-passato”: quello della giovinezza… Che è roba vecchia, letteralmente, di decenni: ma pronta a balzare fuori all’improvviso, sollecitata da uno straccio per la polvere e da una (mal)sana voglia di riordinare le stanze, e a dare un nuovo gusto alla giornata.

Complice il tempo regalatoci da questa emergenza, riemergono allora cose dimenticate, messe in un cassetto (mentale, prima che fisico) e lasciate lì, a depositare ricordi e memorie. Fra i molti oggetti rinvenuti, ho trovato una buona trentina di musicassette: che proprio nascoste non erano, ma che la mia coscienza – a forza di vederle al solito posto, da tempo immemore – non notava manco più. Cassette casalinghe, beninteso, quasi tutte prive di confezione, impolverate e senza un titolo: qualche parola o sigla, che al tempo erano per me più chiare di un titolo stampato in grassetto, ma ora oscure come un codice segreto.

La voglia di ascoltarle mi ha subito preso, come una febbre. E c’è davvero di tutto. Continua a leggere “Canta che ti passa #14”

Canta che ti passa #13

Continuiamo nella “recensione” delle mie ultime attività ludico/culturali/perditempo, alcune svolte in compagnia della mia metà, altre in splendida solitudine:

  1. Dunque, qualche puntata in ordine sparso di “Law & Order – Special Victims Unit” non si nega mai. Tanto più o meno le ho viste tutte, e anche se mentre scorre un episodio sto cucinando qualcosa, lavando i piatti o sistemando la casa, più o meno so già dove andranno a parare le indagini di Olivia, Eliott e soci. L’unica curiosità è scoprire quale mischione fra stagioni appronterà il palinsesto, e se la puntata che vedo alle 13 me la ritroverò poi alla sera del giorno dopo o meno
  2. Visita quotidiana a due canali Youtube di scacchi, una delle mie tante passioni (ho pure dedicato due articoli ai rapporti fra scacchi e musica): si tratta di Mattoscacco e del Circolo Scacchistico Pistoiese. La politica di entrambi è la semplicità, la chiarezza, la varietà, e la mancanza di prosopopea: possiamo trovare analisi di partite storiche, elementi di teoria, nozioni base, curiosità o partite live, giocate dagli stessi youtubber. Una visione che a me appassiona molto, ma che ha un effetto brutalmente soporifero sui neuroni di Giusi… E dire che le clip raramente superano i 20 minuti!
  3. La saga “Scream” di Wes Craven. Una serie di 4 film profondamente intelligente, ironica e (perché no!) spaventevole. Ghostface – con la sua mise in tunica nera, maschera bianca (ispirata all’Urlo di Munch) e coltellaccio – è diventato quasi istantaneamente un media franchise: e il killer (anzi, i killer, perché in ogni capitolo sotto la stessa maschera ci sono personaggi diversi) è rapido, imprevedibile e crudele. Ma il colpo di genio di Wes è nella costruzione metanarrativa che permea ogni singolo episodio: i numerosi film-nei-film, le chiacchiere dei ragazzi sul cinema di genere, la scopofilia del pubblico degli slasher movie, la critica al giornalismo d’assalto, la questione razziale (negli horror non ci sono mai protagonisti di colore), i riferimenti intertestuali (il bidello che indossa il maglione a strisce di Freddy Krueger, l’ironia sui sequel di “Nightmare”, i film di “Wes Carpenter”), e la gerarchia impressa ai singoli film. Le “regole” sono chiare: il primo è uno slasher (muore chi si droga e fa sesso, e chi dice “torno subito”); il secondo è un sequel (aumentano i morti, gli omicidi sono più violenti, e il killer non è mai morto davvero); il terzo completa la trilogia (il killer è sovrumano, tutti possono morire e il passato torna sempre); il quarto è un reboot da anni Dieci (sopravvivono solo i gay, e l’assassino filma i suoi omicidi per pubblicarli online :-)). Il bello che non solo le cose, in ogni film, vanno effettivamente così, ma che queste “regole” sono enunciate dagli stessi protagonisti, provocando uno straordinario effetto di distanziamento critico e di sberleffo mediatico.
  4. Raclette casalinga. Con una mini-attrezzatura, tirata fuori dallo sgabuzzino, e in un giorno rigorosamente di pioggia, abbiamo allestito questa piacevolissima cena: speck, cetriolini, salame, patate lesse, wurstel e un formaggio vaccino “tipo Beaufort” (così recitava il cartello al mercato) a sostituire l’introvabile “raclette”. Un bicchiere di rosso, et voilà!

Canta che ti passa #12

Canta che ti passa, ok… Ma, anche, leggi, guarda, mangia…

Per questa volta cambio argomento, raccontandovi  alcune altre “attività ludico-culturali” che sto praticando, in compagnia della mia metà.

  1. Better Call Saul“: il celebrato spin-off della celebrata serie-capolavoro “Breaking Bad” è proprio bello. Una serie collaterale che è, contemporaneamente, il prequel e (per ora molto poco) sequel della saga di Walter White. Per chi non lo sapesse, “BB” narra di un timido professore di scienze, che, quasi per caso, diventa uno dei fabbricanti di anfetamina e dei trafficanti più feroci del New Mexico. Bene, “BCS” si occupa di Saul Goodman, avvocato di bassa lega che orbita attorno a personaggi border-line, e anche lui attirato nel vortice del malaffare: ma qui siamo prima, quando Saul è ancora Jim, un avvocatucolo pieno di energia e buone intenzioni. La scrittura, affidata al genio di Vince Gilligan e Peter Gould, è un vero e proprio master universitario di sceneggiatura. Rispetto a BB, BCS avanza a un passo più cadenzato, ma questo rende ancora più inesorabile l’incedere della narrazione: perché noi SAPPIAMO che l’energico e entusiasta Jim diventerà il corrotto e debosciato Saul, ma non COME e QUANDO. E siamo ipnotizzati dal progredire della storia, tifiamo per il buon Jim, speriamo che non faccia quella certa scelta, perché sarà quella a rovinargli la vita. E invece – ovviamente – la fa. Forse questo parla di noi: delle sliding-doors che abbiamo attraversato senza accorgercene, e di quelle che si, sapevamo portarci nella selva oscura, ma che abbiamo imboccato con un sadico sprezzo verso noi stessi. Inutile dirlo, la regia è splendida, la scelta del cast perfetta, il modo di calare nella narrazione i personaggi (soprattutto quelli di BB) è da BAFTA Award: e, soprattutto la gestione corale della storia è da applausi. Meglio, peggio, uguale a BB? Non lo so, e nemmeno mi interessa: ma ce lo stiamo godendo tutto, puntata dopo puntata. E siamo arrivati al secondo episodio della quarta serie: su Netflix è appena terminata la quinta (aspetteremo l’edizione in DVD…), e la produzione ha annunciato che la sesta sarà quella conclusiva… Quella, penso – ma chissà – in cui Saul incontrerà Walter White: e quella in cui – di nuovo, chissà – conosceremo il suo destino del dopo-BB. Sempre che le riprese non si interrompano, causa Covid…
  2. Storia romana“, di Marcel Le Glay (Il Mulino): le mie carenze in storia sono colossali, inutile negarlo: e così ho approfittato del lockdown per “farmi una cultura”. Ci sto riuscendo? In 500 pagine il manuale ripercorre la storia di Roma dalla mitica fondazione (753 a.C.) alla sua fine (476 d.C.). Il testo è serio, scrupoloso, davvero ben fatto: ma più adatto a studi universitari che a letture divulgative. Andrebbe affiancato a uno (o due…) manuali più leggeri, dove trovare (anche) pagine sull’aneddotica diffusa (e parlo, per capirci, di robe come Muzio Scevola, l'”ecco i miei gioielli” di Cornelia, il “guai ai vinti” di Brenno, le porcate di Eliogabalo, ecc), qualcosa sulla vita quotidiana dei nostri nonni de Roma, e naturalmente cenni al loro apparato culturale e artistico. Il grosso della trattazione si occupa, inoltre, del periodo fra Giulio Cesare e Costantino: mentre la “caduta dell’Impero” è liquidata in una ventina di pagine. In sintesi: un ottimo testo di studio, ma non esaustivo (d’altronde, l’argomento è immenso!)
  3. Number 23“, di Joel Schumacher (2007): film in cui Jim Carrey indossa i panni di Walter, un accalappiacani che, a causa di un libro scovato per caso in una libreria dell’usato, cade in un’ossessione… Quella del 23, all’intreccio di complesse simbologie numerologiche e alchemiche. E, man mano che la lettura avanza, il libro sembra proprio parlare di lui: ma di un “lui” altro, al confronto del quale l’impacciato Walter appare come una copia sbiadita e mal riuscita. Fra sequenze realistiche ed altre più fumettose, in stile “Sin CIty”, si arriva ad una spiegazione del mistero, anche se un po’ lambiccata: ma l’inquietudine non passa con la parola “fine”, e ci si appiccica addosso. Io, che di ossessioni auto-inflitte me ne intendo, capisco bene il povero Carrey…
  4. Zuppa di porri e patate: ricetta presa di peso dal canale Youtube del masterchef Bruno Barbieri, che ha aperto una sezione dedicata allo “iostoacasa e cucino”. Semplice, con una piccola correzione personale dovuta alla mancanza di un ingrediente (ho sostituito il prosciutto crudo con lo speck), un’oretta di lavoro… e un piccolo capolavoro! Non fosse che avevamo litigato per un clamoroso errore di taglio capelli faidatè, Giusi mi avrebbe fatto mille complimenti… E me li ha fatti più tardi, sbollita la rabbia e riparato l’errore: ora sembro un po’ un marines, ma pazienza!
  5. Erbazzone di Reggio Emilia: una splendida torta salata vegetariana “chiusa”, a base parmigiano, bietole, noce moscata e coriandolo, che questa volta ha fatto Giusi… E i complimenti le sono arrivati subito: mica litighiamo sempre!

Canta che ti passa #11

Facciamo una cosa che ha mai fatto nessuno: una lista di canzoni che possano, in qualche modo, evocare il momento che stiamo tutti passando… Originale eh!?

Penso che, di canzoni “a tema”, ne possano esistere a decine: troppo facile cercarle sul web, però. Ho preferito allora farmi ispirare e buttare giù qualche titolo che mi è venuto in mente, senza pensarci troppo.

Ecco la mia playlist: Continua a leggere “Canta che ti passa #11”