I falsi miti della musica #1 – Debunking Elvis

Ciao a tutti, inauguro oggi una nuova rubrica, che intende sfatare qualche falso mito in cui gli appassionati di musica possono incappare, presi come siamo – perché, ovviamente, nel novero mi inserisco anche io! – dall’amore per i nostri artisti preferiti. Mi è successo un sacco di volte di credere che “X” avesse cantato la tal cosa per primo, e che la scrittura della canzone “Y” fosse avvenuta in tal altro modo: e la delusione, quando ho scoperto il contrario, è stata spesso intensa: ma pazienza, sono i “dolori della crescita”! E poi, in epoca di “Fake News”, mi va di fare un po’ di sana (e leggera) attività di debunking!

Inizio da colui col quale… tutto ha avuto inizio! Si, lui, il camionista di Memphis, il ciuffo brillantinato del rock’n’roll, l’uomo della pelvica: Elvis Aaron Presley. Piaccia o meno, è da lui, e dalla storica incisione del 1954 di “That’s All Right”, che la marea che ancora ci travolge prende il via. Per molti, soprattutto negli States, “The King” è un qualcosa di irripetibile, un mito che non ammette discussioni, un dio in terra, che ha fatto tutto e cui tutto si deve; e, come potrebbe pensare un ascoltatore poco avvezzo ai meccanismi contrattuali, non solo un grandioso performer, ma anche l’autore dei suoi successi più famosi. Ma sarà davvero così?

Si stima – eh si, il conteggio è pur esso materia di discussione – che Elvis abbia inciso circa 711 canzoni, oltre a innumerevoli bootleg, alternate take o lavori incompiuti: ma la sua firma compare solamente 8 (si, OTTO) volte, e sempre come co-autore.

Ma vediamo, più o meno rapidamente, quali sono le otto canzoni co-firmate da Elvis, la loro storia e la parte avuta: Continua a leggere “I falsi miti della musica #1 – Debunking Elvis”

I miei vinili: #6 – La musica liquida

Tre anni fa, mentre stavo prenotando la nuova auto, chiesi se il tal modello avesse in dotazione il lettore cd: il venditore mi scrutò e, con sconcerto, rispose “Ma non serve, basta una scheda SD“… Occhei, non sono un ragazzino, ma nemmeno una cariatide: eppure, ciò che pochi anni fa era l’ultimo grido, oggi è desueto, obsoleto, giurassico.
Questa, d’altronde, è l’era del “liquido”: di forme sociali (cito la Treccani) “che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile”; e, con esse, anche la musica. L’ascolto, da collettivo, si è rinchiuso nella “bolla privata” delle cuffiette (prima dei walkman, e ora degli smartphone); e la fisicità del supporto, attraverso la digitalizzazione, si è smaterializzata in una sequenza di dati numerici, memorizzabili su chiavette usb o schede SD, o archiviate direttamente su cloud.

Ora, non voglio dire cosa sia meglio o peggio: ognuno vive il suo tempo come vuole e sa, a volte anticipando la modernità, altre adeguandosi, e altre ancora rifiutandola. Ma, sicuramente, l’era della musica liquida comporta una sostanziale differenza nella qualità e nel tipo di fruizione: e non parlo di questioni meramente tecniche, ma di “spirito”.

Senza scomodare Walter Benjamin, qualche considerazione viene anche a me. Quando compri qualcosa di fisico, quel “qualcosa” – anche se per un po’ lo ignori – resta lì, sul mobile, ti guarda, e ti dice: “Ehi tu: mi hai pagato, anche caro, occupo posto, e guarda che bella copertina: ascoltami!“. Non sapete quanti album ho ascoltato (anche) per quel motivo: li avevo comprati perché consigliati da un amico, o ne avevo letto bene, ma alla prima passata non mi avevano entusiasmato, anzi… Eppure, spinto dalla “chiamata” della loro presenza, avevo concesso una seconda chance, una terza, e magari pure una quarta: e sono diventati i miei preferiti. Senza insistere, difficilmente imparo qualcosa: ed è solo ascoltando più volte “The Battle of Evermore” ho capito che non era un riempitivo in attesa della successiva “Stairway to Heaven”, ma aveva il suo scopo e la sua bellezza.

Col vinile, per saltare un pezzo, occorreva prepararsi per tempo durante il brano precedente, attendere l’ultimo secondo, alzare la puntina, spostarla con precisione, e riprendere l’ascolto: un vero atto di volontà! Col cd, basta un tasto e si “skippa” subito al pezzo dopo…. E coi file, è la stessa cosa. Comodo, comodissimo: ma sicuramente, con la possibilità di skippare a disposizione, col piffero che mi sarei soffermato più di tanto sulle infinite divagazioni dei Grateful Dead, o sull’estenuante – ma bellissima – “Sad-Eyed Lady of the Lowlands” di Dylan! E invece…

E poi: avere mille pezzi su una chiavetta è una figata, lo so, è vantaggioso, risparmi spazio in casa, eccetera eccetera. Ma c’è il rischio di saltellare qui e là, da un pezzo all’altro, da un artista all’altro, senza rispettare la coerenza sottesa all’album da cui sono tratti: che, qualunque sia la sua riuscita, è sempre un’opera complessa, con una sua struttura, e rappresenta un certo momento nella carriera di quell’artista. Tanto per capirci: se, con un “click”, posso saltare da “Love Me Do” a “A Day in the Life”, probabilmente mi diverto; ma perdo il senso che, nella storia dei Beatles, hanno questi pezzi; e il ruolo che – soprattutto il secondo – ricopre all’interno di “Sgt. Pepper”. Dico questo non perché si debba per forza giocare a fare i critici musicali, e sacrosanto sia il puro cazzeggio: ma, se è vero che “la funzione crea l’organo”, penso che la politica del saltello sia la meno adatta a indurre un minimo di coscienza estetica.

Ma, alla fine di questi pensieri, che non volevano essere né moralistici né retrogradi, cosa c’è ancora da dire?
Che, innanzitutto, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.

E che, in secondo luogo, l’auto che mi sono comprato ha il lettore cd: bello, funzionale, e in cui il cd non salta mai. Ma, ovviamente, uso molto di più la comoda, compatta e capacissima scheda SD 🙂

Euro2020, Chiellini e i Beatles

Sarò banale e paraculo, lo so… Ma dopo la “pastasciutta” di Bonucci, i rigori parati da Donnarumma, le stampelle di Spinazzola, “o’ tir’aggir” di Insigne, i piedini fatati di Jorginho e la garra di Chiellini, come fare a non dire una parola su questo bellissimo sogno di Euro2020 giocato nel 2021?

E così, a modo mio, mi inserisco nella corrente con una riflessione, nata per caso, parlando con i colleghi: che “the italian wall“, la coppia Bonucci-Chiellini, è uno di quei casi in cui il tutto supera il valore delle singole parti.

La questione, calcisticamente rilevante 🙂 richiama – almeno a me – alla mente analoghe coppie di ambito musicale: la più famosa delle quali è Lennon – McCartney… Nessun album solista dei due, infatti, ha mai raggiunto la perfezione dei migliori dischi dei Beatles: in ballo c’è anche George Martin, lo sappiamo, coi suoi fantastici arrangiamenti… Ma non solo: è innanzitutto una questione di chimica. Continua a leggere “Euro2020, Chiellini e i Beatles”

I miei vinili: #5 – Il rito dell’acquisto

Belli quegli anni Ottanta quando io, ragazzotto di provincia con pochi soldi in tasca (la paghetta non era ancora un diritto acquisito), mi recavo ogni sabato mattina, in bicicletta, al mio negozio di musica preferito per fare il mio acquisto settimanale.

“Negozio preferito”: direi l’unico o quasi, ad Asti. Perché l’altro era di una coppia di  signore attempate che, assieme a orologi e bijoux, avevano in rastrelliera qualche disco, ma di rock capivano quanto mia madre: e qualunque titolo gli chiedevi, anche se inventato, rispondevano invariabilmente “non ce l’ho ma glielo prendo“! Per fortuna, da qualche tempo, aveva aperto un piccolo ma fornitissimo negozio, “Musiclandia“, gestito da Roberto, chitarrista molto bravo e vero appassionato di musica. E’ stato lui a farmi conoscere la PFM (suonandomi in diretta alcuni frammenti di “Peninsula” e “La Carrozza di Hans”), a spiegarmi cos’era il progressive, e a presentarmi il blues più autentico.

E così, ogni sabato mattina, iniziava il rito: con ventimila lire in tasca (attinte dalle “buste parentali” di Natale, Pasqua e compleanno), entravo nel suo regno, sfogliavo i vinili, li guardavo, mi confrontavo con lui (o con qualche amico), cercavo se possibile il “nice price” (novemila lire, mi pare), e me ne uscivo col disco in busta. Arrivato a casa, il rito continuava: la rimozione dal cellophane, il primo ascolto – accompagnato, per i titoli più rari, dal contemporaneo riversamento su cassetta – e il giro, al pomeriggio, da qualche amico, con cui condividere l’ascolto. Eh si, anche scambiarsi i dischi, portarli uno a casa dell’altro, e sentirli assieme, per discutere, confrontarsi, scambiarsi aneddoti e opinioni, era parte del rito! Continua a leggere “I miei vinili: #5 – Il rito dell’acquisto”

Us and Them: a weekend in Pink

Bravate, nella mia vita, ne ho fatte poche, pochissime… E non è che quella che vado a raccontare sia una bravata in senso stretto: piuttosto, è una di quelle piccole stramberie fatte in quel periodo in cui la giovinezza inizia a scolorire e gli obblighi della maturità si approssimano, e che per quello – e tanti altri motivi – ti rimangono dentro, andando a far parte del tuo repertorio di aneddoti e ricordi.

Un po’ di anni fa, col mio amico Silvio, probabilmente spinti da infinite chiacchiere su quale fosse il migliore, il peggiore e il più interessante album dei Pink Floyd, decidemmo di andare in fondo alla questione: spararci tutti i dischi, uno dopo l’altro, nell’arco di 24 ore, e vedere l’effetto che faceva. Il luogo: una casa di campagna nell’astigiano, dove ai tempi passavo l’estate; il tempo: un weekend dell’altro millennio; l’azione: dischi, cassette e musica.

Iniziamo, mi pare, verso metà pomeriggio, a casa dei miei, per sfruttare la presenza del giradischi: e partiamo con l’era Barrett, “The Piper at the Gates of Dawn” e “A Saucerful of Secrets”, subito seguiti da “Meddle”… Il primo e l’unico sgarro alla sequenza cronologica, dovuto al fatto che del disco non avevo  copie su nastro e andava ascoltato per forza lì. Continua a leggere “Us and Them: a weekend in Pink”

Cochi, Chicco e Renato – Un compleanno intelligente

Buongiorno, ciao, hello!

Dato che oggi è il mio compleanno, parlo di una cosa cui tengo particolarmente e che mi “appartiene” nel profondo.

Abbastanza tempo fa pubblicai il post “Le mie prime volte“, dove accennavo ai miei primi ricordi musicali: ebbene, fra Walter Foini e Antonello Venditti, tralasciai quello che – assieme a Dalida – è probabilmente la più antica memoria canzonettara del sottoscritto… E, cioè, “La canzone intelligente“.

Sigla del programma Rai “Il poeta e il contadino” (1973), scritta da quel genio di Enzo Jannacci assieme a Cochi e Renato, e cantata dal celebre duo comico, suscita in me nostalgia, ammirazione, divertimento e memoria. Continua a leggere “Cochi, Chicco e Renato – Un compleanno intelligente”