Le nostre vacanze: un bel giro di Walser

Che poi cosa mai avranno in comune Lucio Dalla, i dialetti tedeschi, il metronomo, un’alluvione, un cappello piumato, i Pink Floyd, la lucanica e una tempesta di vento? Semplice, le nostre vacanze!

La prima tappa fu Alagna Val Sesia, sotto il Monte Rosa: con una montagna “selvatica”, che parte subito ripida, e sale in fretta, senza concedere nulla a comode passeggiate in falsopiano. Ma, in cambio, poca gente, tanto verde, un po’ di arte (cappellette devozionali ben affrescate praticamente ovunque), gente alla mano e un turismo di sostanza. E senza dimenticare il Sacro Monte di Varallo, visitato fra tuoni e fulmini (ma illuminare un po’ le cappelle, non se ne parla proprio?). Cosa interessante, l’alta Valle è il regno dei Walser: i discendenti di un gruppo di contadini di origine tedesca che, fra il 1200 e il 1300, calarono in Val Sesia per colonizzare le terre alte. I Walser si distinguono, ormai, solamente per i cognomi e il dialetto, di evidenti profumi tedeschi, e per le loro case, fra fienili e baite altoatesine. Negli ultimi anni qualcuno ha portato queste forme anche al cimitero dove – al posto della lapide – sbucano riproduzioni in miniatura (e rigorosamente in legno) della casa del proprietario, ormai de-cuius. Continua a leggere “Le nostre vacanze: un bel giro di Walser”

Tre film

Carissimi, prima di andarmene in vacanze – ah, finalmente! – vi racconto brevemente di tre film visti in tv… Anche perché di sale aperte, a Torino, ce ne sono ancora pochissime: e meno male che il ventesimo anniversario dell’apertura del Museo Nazionale del Cinema, sarebbe dovuto esser celebrato con iniziative a tema (“Torino città del Cinema 2020”)… E chissà il TFF se ci sarà e come sarà.

Va beh, bando alle tristezze, che di rimpianti e malinconie ce ne sono già troppe, e veniamo ai film; tre titoli, dicevo, senza uno straccio di denominatore comune che non sia il mio salotto, la mia tv e l’indispensabile compagnia di Giusi.

Pronti? Si va!

  • “Hollywood Party”: un classico dell’umorismo cinematografico, da più parti e fonti considerato il miglior film comico di sempre. La trama si racconta, realmente, in due righe: Hrundi V. Bakshi, un attore indiano (dell’India), che per distrazione ha appena distrutto un set, è invitato per sbaglio al party dell’inconsapevole produttore, e di gaffe in gaffe gli smonta la casa. La sceneggiatura dà modo a Blake Edwards di satireggiare sul mondo del cinema e del jet set californiano, e a Peter Sellers di spendersi in una serie di gag visive e mimiche che richiamano la commedia slapstick e la lotta con gli oggetti di Jacques Tati: e, sì, è spassoso vedere come il proverbiale granello di sabbia possa prima inceppare e poi sbriciolare dall’interno gli ingranaggi dell’alta società, oliati di perbenismo e vacuità. Un gran film, ok: ma non lo definirei “il miglior film comico di sempre” (gli preferisco, ad esempio, “Some Like It Hot” e “Young Frankenstein”). Vi sono sequenze che avrebbero potuto essere un po’ asciugate (quella con l’attore dei western, ad esempio), e altre avrebbero meritato più approfondimento: trovo inoltre che il finale (da quando entra l’elefantino, per intenderci) sia fuori tono, e interrompa con la sua cacofonia carnevalesca il lento fluire umoristico del film. Una nota di merito, ovviamente, allo strepitoso Peter Sellers (indimenticabile la gag con la scarpa, e le smorfie del “bisognino urgente” che non trova sfogo), e a Steve Franken, interprete del cameriere via via più ubriaco, e che in più occasioni ruba la scena a Sellers. Insopportabilmente insipido il canticchiare di Danielle De Metz, che ha la stessa potenza vocale di Viola Valentino, ma stupendo l’autociclo del buffo Bakshi, una “Morgan Tre Ruote” degli anni Venti. Didascalico il finale, con Bakshi che, alla faccia degli arricchiti yankee, riesce a conquistare la bella Claudine Longet. La Prima Ministra Indira Gandhi si disse orgogliosa della battuta con cui Bakshi risponde a un ospite grezzo e lascivo: “«Who do you think you are?» «In India we don’t think who we are, WE KNOW WHO WE ARE!». E mi viene il sospetto che Paolo Villaggio, per la scena della cena aziendale del rag. Fantozzi, abbia rubato più di un’idea a Blake Edwards.

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La tag di Lovecraft

Colgo al volo il gioco proposto dall’indispensabile Tony (cui va il mio grazie!) per dare il mio contributo sulla “tag di Lovecraft”, autore che amo moltissimo e conosco a menadito.

Prima di procedere, come da istruzioni, riporto le “regole del gioco“:

  1. Ringrazia sempre il blog che ti ha nominato!
  2. Posta la foto in alto come immagine del post.
  3. Rispondi alle domande spiegando anche il motivo.
  4. Nomina sempre cinque blogger.
  5. Divertiti.

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Venerdì 13

Ok, oggi non è venerdì 13, ma venerdì 5… E chissenefrega, è anche il mio compleanno, e brutalmente esercito il diritto di scrivere cosa voglio! E, una volta tanto, non parlo di musica!

Dunque, ieri sera – come “regalo” – ho chiesto alla mia compagna di sorbirsi con me “Venerdì 13“, il film del 1980: quello dei ragazzi al campeggio, e del maniaco che li massacra uno per uno. Non il massimo della romanticheria, ok: ma avevo voglia, dopo 30 e passa anni, di rivederlo, e vedere di nascosto l’effetto che fa. E poi GIusi non ama per nulla gli horror: se non ne approfitto al mio compleanno, quando mai?

Per chi non lo sapesse (ma chi non lo sa?) “Venerdì 13” è il capofila degli slasher movie, quelli con un misterioso e truce maniaco omicida, che non risparmiando crudeltà ed efferatezze massacra implacabilmente un gruppo di adolescenti. Narrativamente parlando, qualcosa di così elementare che la favola di Cappuccetto Rosso al confronto sembra l’Ulisse di Joyce. Continua a leggere “Venerdì 13”

Blogger tag

Terminata la rubrica temporanea “Canta che ti passa”, prima di riprendere il ritmo pre-lockdown aderisco alla proposta del blog Serial escape, e provvedo ad elencare le risposte alle sue 6 domande, tutte incentrate sull’arte e la follia di “fare il blogger”.

Le mie risposte saranno quelle di un neofita, avendo aperto il mio blog da poco più di 16 mesi: ma andiamo!

  1. Perché hai aperto un blog? Mah, soprattutto per due motivi: a) trovare qualche altro appassionato di musica come me…ma non troppo come me! In fondo si comunica non solo per guardarsi allo specchio, ma anche per imparare cose nuove. E di cose nuove, nei blog con cui pian piano sto venendo in contatto, ne ho trovate, e di gustose. b) per esercitare la mia scrittura, imparare la sintesi (tendo infatti a parlare e scrivere troppo), e – con la scusa di scriverci su – approfondire gruppi, generi e album che conosco poco.
  2. Qual è l’articolo di cui sei più orgoglioso? Il primo, quello su Ivan Graziani, perchè… appunto, è stato il primo, e ci ho messo un po’ di coraggio; quello su Bill Fay, perché legato a un momento di superamento del dolore; e il “Vaffa Day”, molto liberatorio!
  3. Qual è il tuo articolo più visualizzato? Quello su “Scacchi e musica”: un po’ inaspettatamente, anche perché a fronte di oltre 200 visualizzazioni (per me, un record!) ha racimolato 1 like e 1 commento… Si vede che non piace: oppure è consultato come mero mordi-e-fuggi.
  4. Il tuo blog si è trasformato rispetto agli inizi? Pian piano sì: ho imparato ad essere più conciso, meno “impostato” e più free.
  5. Qual è il tuo prossimo obiettivo da raggiungere col blog? Pur mantenendo l’impostazione originale, ogni tanto evadere dalla “musica” per parlare anche di altro, come cinema e attualità.
  6. Consigli alle persone di aprirsi un blog? Se vogliono sbattersi e avere meno tempo libero sì! Ma alla fine ne val la pena, dai…

Ciao!

Only the (b)Rave

“Beats”: rave before sunset 

Diciamocelo subito: per me la musica è sempre stata una questione di chitarra (preferibilmente elettrica), batteria, basso, voce, occasionalmente tastiera, e bon. La pochissima elettronica che ho in casa è figlia del Kraut Rock (Can e Kraftwerk in primis), e occupa davvero poco posto. Non che mi schifi, ma l’imprinting arrivato a forza di Purple, Zeppelin e Iron si fa sentire ancora adesso: e poi per me, l’elettronica si è a torto appiccicata al mondo delle discoteche, che non ho mai frequentato, preferendo i pub con le patatine fritte, il fumo da tagliare col coltello (altra epoca…) e i gruppi dilettanti assoldati per la serata.

E però. Però poche settimane fa, quando al Torino Film Festival mi sono imbattuto nel film “Beats“, dedicato ai Free Party inglesi e alla legge ammazza-rave del ’94, ho iniziato a rimuginarci sopra… E queste righe sono il risultato di questo cogitare: se poi dico troppe minchiate, voi che invece dei rave e della techno capite più di me “mi corriggerete”, come disse nel ’78 un tal Karol di bianco vestito.

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