Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 2

(continua dalla prima parte)

Ma, oltre che un disco, un concerto e un film, TW è una narrazione: e una narrazione complessa, ardita, con ampi tratti di meta-qualcosa. Il flusso sonoro è punteggiato di “vocine” e “a parte” che giocano coi pensieri del protagonista, smentiscono le sue speranze o ne anticipano il destino, al pari di un narratore onnisciente. E gli incubi si materializzano, nel concerto, con i pupazzi che invadono la scena e minacciano Waters-Pink, mentre il gran demiurgo apre lo spettacolo con quattro musicisti che SEMBRANO i Pink, ma NON SONO i Pink: quattro figuri in nazi-uniforme che indossano maschere di gomma con le fattezze dei Floyd. Una “surrogate band” che, al secondo pezzo, cede il posto a David, Roger & co. per poi riemergere brutalmente nel pre-finale, la parte dedicata al delirio di potenza di Pink (“In the Flesh”, “Waiting for the Worms”). Una costruzione metanarrativa, quindi, che usa un concerto-massa per criticare proprio il concerto-massa e la divinizzazione fascista della star.

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Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1

Uno sputo nel buio

Quarant’anni fa, il 30 Novembre 1979, usciva “The Wall” dei Pink Floyd: il disco. Precisazione non superflua, perché “The Wall” (che per brevità chiameremo TW) è un oggetto a più strati: c’è il disco (con tutte le sue demo, gli outtakes, i pentimenti, gli scarti e le variazioni in corso d’opera), c’è lo show (una serie di 31 concerti, allestiti come uno spettacolo teatrale), c’è una sceneggiatura, e c’è un film (1982, per la regia di Alan Parker).

Ma non finisce mica qui. Perché c’è un prima-ancora-prima, e un dopo-ancora-dopo. E, come si deve a un’opera così complessa, non sarò breve: per agevolare la lettura splitto il tutto in due parti, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Continua a leggere “Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1″

Neil Young – “Weld” / “Arc”

Logan-Young

Basta cercare in rete, e tutti a dire “Eh sì: Neil Young è il padrino del Grunge“. Ma di frasi fatte, come “Venezia è bella ma non so se ci vivrei” o “Una volta qui era tutta campagna” ne abbiamo tutti un po’ piene le tasche: meglio, allora, andare alla fonte e verificare se. I riferimenti younghiani che di solito si fanno per stabilire questa equivalenza sono essenzialmente tre: in ordine di tempo, “Rust Never Sleep” (1979), “Freedom” (’89), “Ragged Glory” (’91). Oltre, ovviamente, al quasi contemporaneo live “Weld“, che si abbevera proprio ai rumori e alle canzoni del “Ragged Glory” tour.

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Le dimensioni contano

Si lo so, vado sempre un po’ lungo… Me ne sono accorto, e me l’hanno anche fatto notare.

Perciò, provo a essere più sintetico, e vediamo l’effetto che fa.

 

Pink Floyd – “Obscured by Clouds“: non se lo caga nessuno, ma c’è “Free Four”.

Afterhours – “Folfiri o folfox“: che poi sarebbero due protocolli antitumorali: ma il mio oncologo non lo sa… Dovrei preoccuparmi?

Mike Oldfield – “Tubular Bells“: che poi l’hanno usata nell’Esorcista.

Laurie Anderson – “Big Science“: quello di “O…o…o… Superman”. E’ musica d’avanguardia, e non posso dirne male se no sembro ignorante.

Beach Boys – “Pet Sounds“: il capolavoro, da ascoltare con le cuffie… Ma non le ho.

Deep Purple – “Made in Japan“: che live! Ma che coglioni “The Mule” (che poi, detta così, sembra alludere al salume di Norcia).

Blue Oyster Cult – “E.T. Live“: quando compri un disco perchè Stephen King ha usato il titolo di una canzone in “L’ombra dello scorpione”.

Clash – “Sandinista!“: da avere anche solo per fare dispetto a Maggie.

Giorgio Conte – “Concerto“: si, è “il fratello del più famoso Paolo”.

Paolo Conte – “Paris Milonga“: si, è il fratello del meno famoso Giorgio, e ha scritto pure “Azzurro”.

Cramps – “Songs the Lord Taught Us“: ma chi è il dio che vi insegnato queste canzoni, il “Funesto Demiurgo” di Cioran?

Red Hot Chili Peppers – “Blood Sugar Sex Magic“: “Give It Away” fatta dai Simpson è uno sballo.

Creedence Clearwater Revival – “Cosmo’s Factory“: quando la copertina e il contenuto sono di bellezza inversamente proporzionale.

Throbbing Gristle – “The Second Annual Report“: mica male chiamarsi “Erezione Fulminante”.

 

Simple Minds – “New Gold Dream (81-82-83-84)“: non lo sopporto, non lo sopporto, non lo sopporto.

La Locanda delle Fate – “Forse le lucciole non si amano più…“: erano di Asti.

Eric Clapton – “Behind the Sun“: è un disco di Clapton, ma fa cagare.

Bob Dylan – “Blonde on Blonde“: è un doppio.

Led Zeppelin – “IV“: quello di “Stairway to Heaven”.

Skiantos – “Mono Tono“: siamo un pubblico di merda, come dargli torto?

Killing Joke – “Killing Joke“: ma non era un fumetto sul Joker e Batman?

Yngwie Malmsteen – “Rising Force“: ah, com’è veloce Malmsteen; ah, che tecnica ha Malmsteen; ah, come annoia Malmsteen…

Iron Maiden – “The Final Frontier“: magari la fosse stata, l’ultima frontiera…

Butthole Surfers – “Locust abortion technician“: un nome da Oscar.

Claudio Lolli – “Ho visto anche degli zingari felici“: anche.

Beatles – “The Beatles (White Album)“: capolavoro, MA c’è “Ob-la-di Ob-la-da”…

Nirvana – “Nevermind“: davvero non importava? Oppure importava troppo, Kurt.

John Lennon – “Double Fantasy“: subito dopo, lo hanno sparato.

Pavlov’s Dog – “Pampered Menial“: non so, ma se sento un campanello la salivazione aumenta…

Police – “Zenyatta Mondatta“: che Elio con “Figgatta de Blanc” ha fatto fin meglio.

Queen – “News of the World“: è quello con “We Are the Champions”.

Jeff Buckley – “Grace“: ma su 10 canzoni un genio ne scrive da solo solamente tre?

Vasco Rossi – “Va bene, va bene così“: ecco, visto che andava bene, a fermarsi forse…

Sex Pistols – “Never Mind the Bollocks“: che poi vorrebbe dire “Lascia perdere le cazzate”.

Mark Eitzel – “Caught in a Trap…“: Mark CHIII???

Velvet Underground – “Velvet Underground & Nico“: c’è la banana di Warhol, e qualcuno sentenzia sempre: “vendette poche copie ma ognuno degli acquirenti fondò una band”.

The Residents – “Commercial Album“: ci sono 40 pezzi.

Zen Circus – “Andate tutti affanculo“: lapidariamente sinceri e condivisibili.

Le Stelle di Mario Schifano – “Dedicato a …”

“Mio Dio, è pieno di stelle” (David Bowman)

Su quattro schermi panoramici, disposti lungo le pareti del locale, scorrono immagini, colori, spezzoni video: guerriglieri vietnamiti, frammenti di film di Tom Mix, diapositive, un super 8 familiare. Sul palco si alternano poeti, artisti figurativi e l’attore Gerard Malanga, mentre una musica – ostica, devastante, senza direzione – è suscitata dai quattro della band, aiutati dal cantautore americano Shawn Phillips, piazzato al sitar. E no: non siamo da qualche parte degli States, e questo non è il carrozzone di Lou Reed, Nico e Andy Warhol. Ma è Roma, è il Piper. È il 28 Dicembre 1967, e si sta svolgendo una delle performance più allucinate ed eretiche che l’Italia del bitt abbia mai vissuto: “Grande angolo, sogni e stelle”, by Le Stelle di Mario Schifano.

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Deep Purple – Concerto for Group and Orchestra

Made in Royal Albert Hall

Una premessa: capisco più di astrofisica che di musica classica… E non che di astrofisica sappia chissà che, quindi capirete con quanto imbarazzo mi accingo ad esplorare un territorio insidioso come il Rock Sinfonico. Partendo da quell’opera che proprio oggi, 50 anni fa, ha dato compimento a tutto: “Concerto for Group and Orchestra” dei Deep Purple.

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Woodstock: 3 Days of Peace and Music

Erano solo degli sfigati

Era l’estate dell’89 e la mia amica Simona, vedendo in tv i reportage del ventennio di Woodstock, con tanto di frikkettoni e canne al vento, buttò lì la sua frecciata, senza degnare nemmeno un attimo i contorcimenti di Joe Cocker. Non risposi: un po’ perché ero consapevole della distanza quasi siderale che c’è fra chi sul mondo e la musica la pensa in un certo modo e chi no, e un po’ perché Simona era una bella ragazza, e a 21 anni, davanti a due belle tette, l’eloquio critico va facilmente in crisi.

E oggi, nel cinquantesimo anniversario della fine del Festival di Woostock , e con la notizia che la sempre preziosa Rhino Records ha partorito un cofanetto con tutto-ma-proprio-tutto (in realtà mancano 4 pezzi…) il sonoro disponibile, chiacchiere comprese (432 tracce, per un totale di 38 cd: box set già sold out), butto giù qualche considerazione. Riflessioni che, un po’ per scelta un po’ per ghiribizzo, non diranno granché sulla musica e sulle performance: preferisco – come i tecnici dei reportage dell’epoca – imbarcarmi in elicottero, e dare un’occhiata alla fiumana umana (“sembra un campo-profughi”, dice Giusi guardando alcune foto…) che ha riempito, per 3 giorni (e mezzo) la piana di Bethel, e raccontare cosa ho visto. E stavolta la metto giù lunga: siete avvisati 🙂

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