Iron Maiden – “Virus”

There’s an evil virus that’s threatening mankind

Sì, lo dico candidamente: approfitto della psicosi sull’epidemia del Coronavirus per raccattare gratis un po’ di “seo”… Strategia commerciale un po’ spregiudicata, direte: ma dovrò pure incrementare in qualche modo i miei pochi seguaci! E poi, come dicono i Maiden, “Only the Good Die Young”. 🙂

Dunque, è il 1996 e gli Iron Maiden sono reduci da “The X Factor“, il decimo lp della loro carriera e il primo dopo il traumatico abbandono di Bruce Dickinson: il sostituto – Blaze Bailey – nonostante l’ottima resa del disco, non va proprio giù a molta critica e pubblico. Steve Harris, il demiurgo della band, è un po’ incazzato… E tutti si mettono al lavoro per scrivere qualcosa che metta nero su bianco la loro rabbia. “Il brano è propriamente dedicato alla stampa britannica, celebre in tutto il mondo per il suo cinismo. “Virus” è una sorta di risposta alle persone che si sono divertite a umiliarci negli anni“. Continua a leggere “Iron Maiden – “Virus””

Estra – “Nordest Cowboys”

Com’è stato che hai perso l’anima?

Nato in mezzo al niente, onesto, bianco e rosa, ho campi, bar e nebbie con dentro un campanile“: e già, senza sapere altro, mi sento qui, nel mio Nord, ne respiro le goccioline di umidità, gli orizzonti strozzati dalla foschia, le luci delle osterie (che ora si chiamano bar) agli incroci, e l’orgoglio di “aver sempre fatto il mio dovere”. Ma quello cantato dagli Estra non è il “nordovest bardato di stelle” di Conte: è il Nordest della provincia veneta… Uno stato esistenziale, politico, intimo e universale assieme: tanto da poterne fare un paragone con una realtà apparentemente lontanissima, come il Texas.

L’ispirazione arriva dall’incontro degli Estra con il sound engineer Jim Wilson: “Lui veniva da un posto 〈il Texas〉 in cui tutti girano con la pistola, dove c’è il maggior numero di esecuzioni capitali, e il principale valore è l’arricchimento personale: una serie di tasselli di ipocrisia e conformismo che facevano parte integrante del Nord-Est, la terra in cui siamo cresciuti”. Ecco l’idea giusta: cantare di quei “califfi ignoranti e arrivisti” emersi, a forza di lavoro cieco e spallate, in una terra povera e contadina, profondamente cattolica, e che ora votano in massa Lega Nord. E’ il 1999 e siamo alla Lega di Bossi, beninteso: e a quel sindaco trevigiano (Giancarlo Gentilini) che gli Estra conoscono bene… E le cui esternazioni occorre riportare, non solo per polemica politica ma per capire l’humus culturale cui si riferisce la band : Gli extracomunitari bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile“; “Dobbiamo dire no a quelle razze canine straniere 〈sic〉 che non sono rispettose dell’ecoflora nostrana e del nostro ambiente”; “Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili”. E via di questo passo. Continua a leggere “Estra – “Nordest Cowboys””

The Blues Brothers – The lost O.S.T.

Capita di avere casini in famiglia… E in questi giorni li ho, eccome. Allora, volendo mantenere la promessa dell’articolo settimanale, ricorro a un pezzo dove la riflessione è messa in secondo piano a vantaggio di qualcosa di più spiccio, ma che spero comunque interessante.

Parto in quarta: strano che di un film come “The Blues Brothers”, così ricco di canzoni e musica, esista una colonna sonora tanto preziosa quanto risicata. Su due ore abbondanti di film, è stata estratta una O.S.T. con sole 11 tracce: piccoli capolavori, intendiamoci… Ma roba ne manca. E poiché tutti conoscete i pezzi del disco ufficiale, parliamo allora di quelli segati dalla produzione! Continua a leggere “The Blues Brothers – The lost O.S.T.”

Rhiannon Giddens + Francesco Turrisi – Live al Folk Club, Torino, 17/01/2020

Si dolce è’l tormento

Uno dei concerti più belli che abbia mai visto. E potremmo anche finirla qui. Ma invece no, se no un blog che ci sta a fare? Certo è che i ricordi di questa serata, da subito, si sono fatti a un tempo lucidi e netti come un lama di coltello, e appannati e indefiniti come un sogno… E, alla fine, mi sono trovato sulla faccia il sorriso di De Niro-“Noodles”  nell’ultima inquadratura di “Once Upon a Time in America”: non si attraversa un concerto come questo senza uscirne in qualche modo trasformati.

Perché, nel minuscolo covo sotterraneo del Folk Club di Torino, venerdì scorso c’era una creatura che veniva da un altro mondo: e una creatura che un mese fa manco sapevo esistesse – sì, mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa – e che ho scoperto grazie a un biglietto d’ingresso ricevuto in regalo per Natale.

Su Wikipedia e sul web trovate tutto quello che volete, su Rhiannon Giddens: che è una nativa americana di 43 anni del North Carolina, dal sangue shakerato con abbondanti dosi afroamericane ed europee; che suona alla grande il banjo Minstrel (una fedele riproduzione del 1853) e il fiddle (il violino campestre americano); che ha iniziato la carriera in band di Old Time Music; che canta qualunque cosa (opera, blues, soul, jazz e canti di piantagione) con la stessa autoritaria emozione; che la si può incontrare sulla BBC a duettare con Tom Jones, sul palco di un Barn Dance di Nashville, e come guest star di un serial televisivo; che ha avuto 5 nomination ai Grammy Awards, vincendone uno, e si è aggiudicata una decina di premi nazionali; che è una studiosa di musica afroamericana dell’Ottocento e del primo Novecento, e della storia dello schiavismo; che è il quarto musicista di sempre a suonare sia al Newport Folk Festival che al Newport Jazz; e che è una bella ragazza, ora “in love” col suo nuovo compagno di avventure musicali, il “nostro” Francesco Turrisi… Manco lui uno qualunque, visto che ha studiato piano jazz e musica antica al Conservatorio Reale de L’Aja, suona come un diavolo fisarmonica, pianoforte e qualunque tipo di percussione a cornice, si interessa alle musiche mediterranee e mediorientali e, da un paio d’anni, scrive, incide e performa con Rhiannon.

Continua a leggere “Rhiannon Giddens + Francesco Turrisi – Live al Folk Club, Torino, 17/01/2020”

A Christmas Gift for You from Phil Spector

Un regalo per voi

Tutti (?) sanno che la compilation natalizia più venduta di tutti i tempi è – almeno negli States – “Elvis’ Christmas Album“, pubblicato nell’Ottobre del ’57: disco che si stima abbia piazzato oltre 20 milioni di copie, staccando di brutto tutti gli altri (giusto per la cronaca: al secondo posto c’è “Miracles: The Holiday Album” di Kenny G, 1994, con 7 milioni, e al terzo “The Christmas Song” di Nat King Cole, 1963, con 6 milioni)… Ma poiché la conoscete tutti (?) non ne parliamo, per concentrarci invece su un oggetto meno famoso, ma decisamente più interessante.

E’ il 1963, e il geniale producer Phil Spector è reduce da un biennio d’oro: a fine ’61 ha fondato la Philles Records, e ha reclutato il gruppo femminile delle Crystals, che con “He’s a Rebel” gli ha regalato un bel primo posto. Con le Ronettes va ancora meglio: “Be My Baby” (sì, quella di “Dirty Dancing”) è un hit fenomenale, e lancia il gruppo – e la leader Ronnie Spector, che nel frattempo ha sposato Phil – nell’olimpo del pop made in USA. A fine anno Spector decide di affrontare uno dei classici della discografia americana – le raccolte di carols natalizie – sicuro di uscirne vincitore: recluta tutti i cavalli di razza della sua scuderia – le Ronettes. le Crystals, il trio Bob B. Soxx & the Blue Jeans e Darlene Love (che proprio ai Blue Jeans e ale Crystals fornisce la voce più originale) – e si mette al lavoro.

Continua a leggere “A Christmas Gift for You from Phil Spector”

Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 2

(continua dalla prima parte)

Ma, oltre che un disco, un concerto e un film, TW è una narrazione: e una narrazione complessa, ardita, con ampi tratti di meta-qualcosa. Il flusso sonoro è punteggiato di “vocine” e “a parte” che giocano coi pensieri del protagonista, smentiscono le sue speranze o ne anticipano il destino, al pari di un narratore onnisciente. E gli incubi si materializzano, nel concerto, con i pupazzi che invadono la scena e minacciano Waters-Pink, mentre il gran demiurgo apre lo spettacolo con quattro musicisti che SEMBRANO i Pink, ma NON SONO i Pink: quattro figuri in nazi-uniforme che indossano maschere di gomma con le fattezze dei Floyd. Una “surrogate band” che, al secondo pezzo, cede il posto a David, Roger & co. per poi riemergere brutalmente nel pre-finale, la parte dedicata al delirio di potenza di Pink (“In the Flesh”, “Waiting for the Worms”). Una costruzione metanarrativa, quindi, che usa un concerto-massa per criticare proprio il concerto-massa e la divinizzazione fascista della star.

Continua a leggere “Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 2″

Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1

Uno sputo nel buio

Quarant’anni fa, il 30 Novembre 1979, usciva “The Wall” dei Pink Floyd: il disco. Precisazione non superflua, perché “The Wall” (che per brevità chiameremo TW) è un oggetto a più strati: c’è il disco (con tutte le sue demo, gli outtakes, i pentimenti, gli scarti e le variazioni in corso d’opera), c’è lo show (una serie di 31 concerti, allestiti come uno spettacolo teatrale), c’è una sceneggiatura, e c’è un film (1982, per la regia di Alan Parker).

Ma non finisce mica qui. Perché c’è un prima-ancora-prima, e un dopo-ancora-dopo. E, come si deve a un’opera così complessa, non sarò breve: per agevolare la lettura splitto il tutto in due parti, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Continua a leggere “Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1″