Skiantos – “MONO tono”

Siete un pubblico di merda!

È ora di finirla con la musica fatta solo da chi sa suonare, è ora di suonare senza sapere suonare, continuando a suonare senza, per carità, imparare a suonare” (Freak Antoni)

E beh, come dichiarazione d’intenti è di quelle belle chiare: un “anyone can do it” alla massima potenza, vero, e orbo delle volpate modaiole di Malcolm McLaren. Perché, quando gli Skiantos se ne escono con quest’annuncio memorabile, mica siamo a Londra, capitale delle spille da balia e delle magliette strappate vendute a prezzi da Carnaby Street: ma a Bologna, città quanto mai solida e di buon senso, ma sempre attraversata da una vena di irriverente e vulcanica follia.

I compari (ma non “compagni”) Freak Antoni, Jimmy Bellafronte e Dandy Bestia, nel ‘78 sganciano nei negozi una bomba sotto forma di vinile: “MONO tono“, disco definito da loro stessi di “rock demenziale” e che (qualcuno se ne faccia una ragione), è fra le cose più intelligenti e geniali di sempre, e un disco sicuramente seminale. Una presa di posizione beffarda e ironica dal chiaro significato politico: ma che con “Tribuna Elettorale”, le sezioni dei partiti e il “turarsi il naso” di montanelliana memoria ha nulla a che fare… Più che turarsi il naso, secondo gli Skiantos occorre vomitare sarcasmo e scardinare il buonsenso: e, forse non a caso, le prime copie del vinile sono stampate in un inquietante “color giallo vomito” [1].

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Pink Floyd – “Meddle”

Ambassadors of morning

E’ roba un po’ strana, “Meddle”. Perchè i Pink Floyd, nel ’71, sono sì una band di successo, ma nemmeno gli schiacciasassi che diventeranno a breve; e, quindi, possono ancora bighellonare fra suite, pezzi da 3 minuti e cazzeggi, sperimentando in santa pace, e passare un intero tour a provare cose nuove. Oggi, con l’istantaneità incombente dei tweet e dei tube, me la vedrei davvero dura fare dei tour di prova: il tempo di mettere in fila due note, e il mondo sarebbe già lì a dare titoli, fare congetture e postare opinioni… Tanto da rendere il pezzo obsoleto all’epoca della sua uscita. Invece i nostri quattro, beati loro, impegnano il ’71 fra un concerto e una session , e proponi e correggi, aggiusta e registra, ecco che a fine Ottobre la loro ultima creatura può vedere la luce.

Un album ambiguo già dalla copertina: che vorrebbe raffigurare un padiglione auricolare immerso nell’acqua, con tanto di onde sonore, ma che – come ammetterà lo stesso genio del graphic design Storm Thorgerson – non riesce a rendere giustizia all’idea. E pure il titolo non è da meno: “meddle” significa “impicciarsi degli affari altrui” ma si pronuncia come “medal”, “medaglia”: un gioco di parole senza particolari significati, ma che piaceva al gruppo.

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Kevin Ayers/John Cale/Eno/Nico – “June 1, 1974”

I Quattro della Decadenza Selvaggia

Già sistemarlo nella mia rastrelliera, rigorosamente disposta in ordine alfabetico, non fu cosa semplice. ‘Sta storia dei dischi collettivi mi destabilizza sempre un po’: e qui di nomi ce ne sono ben quattro. E poi il titolo, strano pure lui: una data, scritta ovviamente all’anglosassone: June 1, 1974. Fra poco saranno passati quarantacinque anni:  decido di pubblicare l’articolo oggi, con due giorni d’anticipo. Volendo, c’è tutto il tempo per cercare il disco sul Tubo (o comprarlo!), e ascoltarselo.

In quel sabato di giugno Kevin Ayers & friends si trovarono al Rainbow Theatre per fare un po’ di musica… E iniziamo proprio raccontando chi era Kevin. “Era” perché parliamo di una roba di anni fa; ed “era” perché “ei fu”, essendo morto nel sonno, nel 2013. Dunque, Ayers era un bassista, chitarrista e autore inglese che potremmo definire poliedrico e seminale: sempre in mezzo alle rivoluzioni di quegli anni, inizia il suo viaggio nella straordinaria comune musicale dei Wilde Flowers (l’ideatrice del Canterbury Sound), fonda il proteiforme gruppo avant-garde jazz-rock dei Soft Machine, segue i Floyd di Barrett e la Hendrix Experience nel primo tour americano e nel ’69, stremato dalla vita on the road, molla tutto, regala il suo basso a Noel Redding e si ritira a Ibiza con l’amico Daevid Allen. E qui inizia il Kevin Ayers solista: un artista un po’ defilato, prolifico ed eccentrico, capace di canzoni malinconiche e romantiche, e di stramberie sperimentali di non facile ascolto. Nel ’74, per dare un po’ di lustro al suo ultimo album, “The Confessions of Dr. Dream and Other Stories”, indice un concerto a Londra: e, come si fa alle feste, invita amici, colleghi e amanti.

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The Residents – “Commercial Album”

L’occhio che uccide

 

Prima domanda: ma in che senso va tenuta la copertina di questo disco?

Seconda domanda: ma come cazzo ci stanno 40 canzoni su un solo cd?

Terza domanda: ma l’avrò mai ascoltato? E se si, perché non me ne ricordo?

Quasi per caso, in cerca d’ispirazione per scrivere un pezzo, ho preso in mano “Commercial Album” dei Residents: e, sul retro, leggo ben 40 titoli. Si, quaranta, belli giusti. Provo a inserire il supporto nel lettore, e il display, beffardo, mi mostra un bel “40” sulla durata totale. Ne sono già certo, ma voglio proprio vedere se… E già: il primo, il secondo, il terzo… Ogni pezzo dura esattamente un minuto. Non un secondo in più o in meno.

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Tortoise – “Millions Now Living Will Never Die”

Un post sul Post Rock

“Pòst- [dal lat. post, post- «dopo, dietro»]. – Prefisso di molte parole composte, derivate dal lat. o, più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di «poi, dopo, più tardi»”. “Quindi, “Post-rock” dovrebbe essere il rock che è “venuto dopo”, un “rock moderno”… “Ah, bene”, si potrebbe dire: “ma bene una cippa”, rispondo io, “cosa vuol dire?”.

La storia del rock è appestata di definizioni, straborda di termini, è un dizionario gargantuesco (e qui copio di sana pianta Elle, delle Vipere Mortali di Kill Bill: «Mi è sempre piaciuto l’aggettivo “gargantuesco”, succede raramente di poterlo usare in una frase»), e che non smette di crescere, giorno dopo giorno, come certi banyan indiani. Continua a leggere “Tortoise – “Millions Now Living Will Never Die””

Venom – “At War with Satan”

Aaaaaarrghh!

C’è stato un tempo in cui non c’era internet, non c’erano le chiavette usb, i cloud, e nemmeno i cd. Un’epoca in cui per contrabbandare musica si faceva visita a casa dell’amico: o anche peggio… Come quando un compare di cortile pensò di farmi gradito omaggio mettendo una cassa dello stereo sul davanzale, e sparando al massimo la sua ultima scoperta.

Sarebbe divertente e “rock” raccontare di vicini che battono i pugni contro il muro, di vecchiette atterrite, di mamme irritate per il pupo appena svegliato… Invece no: mi ricordo solo che non ci capii granché. Colpa dell’eco, della distanza, dell’impianto: ma soprattutto della “musica”.

Figlio di un accigliato elettore del PCI, Mauro è sempre stato “estremo”: quando flirtavo con Dalla lui era agli Iron, e quando lo raggiunsi nella Vergine di Ferro, era già incappato nei Metallica… e oltre sarebbe andato. Quell’oltre erano i Venom, e il loro spaventoso “At War with Satan”.

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The Doors – “Other Voices”

Le voci degli altri

 Si può sopravvivere (artisticamente) al proprio leader (e poco importa se abbia lasciato per noia, litigi, ambizione, crisi depressive o morte)? La decisione più onorevole, e cioè sciogliere la band e andare a capo con un progetto nuovo di zecca (come hanno fatto gli ex-Nirvana Dave Grohl e Krist Novoselic, e come fecero i reduci dei Joy Division, reincarnatisi nei New Order), è purtroppo la meno praticata. Qualcuno tenta con un rimpiazzo: a volte il sostituto si è mostrato capace di scalzare dalla memoria il leader delle origini (i Maiden di Bruce Dickinson), o quantomeno di non farne sentire la mancanza (Brian Johnson con gli AC/DC, e Ronnie James Dio con i Black Sabbath): ma sono situazioni abbastanza episodiche, subito smentite da casi imbarazzanti (come i Van Halen di Sammy Hagar) o mal digerite dai fans (i Deep Purple di Tommy Bolin).

C’è, poi, una terza strada: ricorrere alle risorse interne, e sferrare un contrattacco. Ai Pink Floyd post-Barrett riuscì, ai Genesis di Phil Collins pure: ma ai Doors… Beh, direi proprio di no.

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