Le Stelle di Mario Schifano – “Dedicato a …”

“Mio Dio, è pieno di stelle” (David Bowman)

Su quattro schermi panoramici, disposti lungo le pareti del locale, scorrono immagini, colori, spezzoni video: guerriglieri vietnamiti, frammenti di film di Tom Mix, diapositive, un super 8 familiare. Sul palco si alternano poeti, artisti figurativi e l’attore Gerard Malanga, mentre una musica – ostica, devastante, senza direzione – è suscitata dai quattro della band, aiutati dal cantautore americano Shawn Phillips, piazzato al sitar. E no: non siamo da qualche parte degli States, e questo non è il carrozzone di Lou Reed, Nico e Andy Warhol. Ma è Roma, è il Piper. È il 28 Dicembre 1967, e si sta svolgendo una delle performance più allucinate ed eretiche che l’Italia del bitt abbia mai vissuto: “Grande angolo, sogni e stelle”, by Le Stelle di Mario Schifano.

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Deep Purple – Concerto for Group and Orchestra

Made in Royal Albert Hall

Una premessa: capisco più di astrofisica che di musica classica… E non che di astrofisica sappia chissà che, quindi capirete con quanto imbarazzo mi accingo ad esplorare un territorio insidioso come il Rock Sinfonico. Partendo da quell’opera che proprio oggi, 50 anni fa, ha dato compimento a tutto: “Concerto for Group and Orchestra” dei Deep Purple.

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Woodstock: 3 Days of Peace and Music

Erano solo degli sfigati

Era l’estate dell’89 e la mia amica Simona, vedendo in tv i reportage del ventennio di Woodstock, con tanto di frikkettoni e canne al vento, buttò lì la sua frecciata, senza degnare nemmeno un attimo i contorcimenti di Joe Cocker. Non risposi: un po’ perché ero consapevole della distanza quasi siderale che c’è fra chi sul mondo e la musica la pensa in un certo modo e chi no, e un po’ perché Simona era una bella ragazza, e a 21 anni, davanti a due belle tette, l’eloquio critico va facilmente in crisi.

E oggi, nel cinquantesimo anniversario della fine del Festival di Woostock , e con la notizia che la sempre preziosa Rhino Records ha partorito un cofanetto con tutto-ma-proprio-tutto (in realtà mancano 4 pezzi…) il sonoro disponibile, chiacchiere comprese (432 tracce, per un totale di 38 cd: box set già sold out), butto giù qualche considerazione. Riflessioni che, un po’ per scelta un po’ per ghiribizzo, non diranno granché sulla musica e sulle performance: preferisco – come i tecnici dei reportage dell’epoca – imbarcarmi in elicottero, e dare un’occhiata alla fiumana umana (“sembra un campo-profughi”, dice Giusi guardando alcune foto…) che ha riempito, per 3 giorni (e mezzo) la piana di Bethel, e raccontare cosa ho visto. E stavolta la metto giù lunga: siete avvisati 🙂

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Skiantos – “MONO tono”

Siete un pubblico di merda!

È ora di finirla con la musica fatta solo da chi sa suonare, è ora di suonare senza sapere suonare, continuando a suonare senza, per carità, imparare a suonare” (Freak Antoni)

E beh, come dichiarazione d’intenti è di quelle belle chiare: un “anyone can do it” alla massima potenza, vero, e orbo delle volpate modaiole di Malcolm McLaren. Perché, quando gli Skiantos se ne escono con quest’annuncio memorabile, mica siamo a Londra, capitale delle spille da balia e delle magliette strappate vendute a prezzi da Carnaby Street: ma a Bologna, città quanto mai solida e di buon senso, ma sempre attraversata da una vena di irriverente e vulcanica follia.

I compari (ma non “compagni”) Freak Antoni, Jimmy Bellafronte e Dandy Bestia, nel ‘78 sganciano nei negozi una bomba sotto forma di vinile: “MONO tono“, disco definito da loro stessi di “rock demenziale” e che (qualcuno se ne faccia una ragione), è fra le cose più intelligenti e geniali di sempre, e un disco sicuramente seminale. Una presa di posizione beffarda e ironica dal chiaro significato politico: ma che con “Tribuna Elettorale”, le sezioni dei partiti e il “turarsi il naso” di montanelliana memoria ha nulla a che fare… Più che turarsi il naso, secondo gli Skiantos occorre vomitare sarcasmo e scardinare il buonsenso: e, forse non a caso, le prime copie del vinile sono stampate in un inquietante “color giallo vomito” [1].

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Pink Floyd – “Meddle”

Ambassadors of morning

E’ roba un po’ strana, “Meddle”. Perchè i Pink Floyd, nel ’71, sono sì una band di successo, ma nemmeno gli schiacciasassi che diventeranno a breve; e, quindi, possono ancora bighellonare fra suite, pezzi da 3 minuti e cazzeggi, sperimentando in santa pace, e passare un intero tour a provare cose nuove. Oggi, con l’istantaneità incombente dei tweet e dei tube, me la vedrei davvero dura fare dei tour di prova: il tempo di mettere in fila due note, e il mondo sarebbe già lì a dare titoli, fare congetture e postare opinioni… Tanto da rendere il pezzo obsoleto all’epoca della sua uscita. Invece i nostri quattro, beati loro, impegnano il ’71 fra un concerto e una session , e proponi e correggi, aggiusta e registra, ecco che a fine Ottobre la loro ultima creatura può vedere la luce.

Un album ambiguo già dalla copertina: che vorrebbe raffigurare un padiglione auricolare immerso nell’acqua, con tanto di onde sonore, ma che – come ammetterà lo stesso genio del graphic design Storm Thorgerson – non riesce a rendere giustizia all’idea. E pure il titolo non è da meno: “meddle” significa “impicciarsi degli affari altrui” ma si pronuncia come “medal”, “medaglia”: un gioco di parole senza particolari significati, ma che piaceva al gruppo.

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Kevin Ayers/John Cale/Eno/Nico – “June 1, 1974”

I Quattro della Decadenza Selvaggia

Già sistemarlo nella mia rastrelliera, rigorosamente disposta in ordine alfabetico, non fu cosa semplice. ‘Sta storia dei dischi collettivi mi destabilizza sempre un po’: e qui di nomi ce ne sono ben quattro. E poi il titolo, strano pure lui: una data, scritta ovviamente all’anglosassone: June 1, 1974. Fra poco saranno passati quarantacinque anni:  decido di pubblicare l’articolo oggi, con due giorni d’anticipo. Volendo, c’è tutto il tempo per cercare il disco sul Tubo (o comprarlo!), e ascoltarselo.

In quel sabato di giugno Kevin Ayers & friends si trovarono al Rainbow Theatre per fare un po’ di musica… E iniziamo proprio raccontando chi era Kevin. “Era” perché parliamo di una roba di anni fa; ed “era” perché “ei fu”, essendo morto nel sonno, nel 2013. Dunque, Ayers era un bassista, chitarrista e autore inglese che potremmo definire poliedrico e seminale: sempre in mezzo alle rivoluzioni di quegli anni, inizia il suo viaggio nella straordinaria comune musicale dei Wilde Flowers (l’ideatrice del Canterbury Sound), fonda il proteiforme gruppo avant-garde jazz-rock dei Soft Machine, segue i Floyd di Barrett e la Hendrix Experience nel primo tour americano e nel ’69, stremato dalla vita on the road, molla tutto, regala il suo basso a Noel Redding e si ritira a Ibiza con l’amico Daevid Allen. E qui inizia il Kevin Ayers solista: un artista un po’ defilato, prolifico ed eccentrico, capace di canzoni malinconiche e romantiche, e di stramberie sperimentali di non facile ascolto. Nel ’74, per dare un po’ di lustro al suo ultimo album, “The Confessions of Dr. Dream and Other Stories”, indice un concerto a Londra: e, come si fa alle feste, invita amici, colleghi e amanti.

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The Residents – “Commercial Album”

L’occhio che uccide

 

Prima domanda: ma in che senso va tenuta la copertina di questo disco?

Seconda domanda: ma come cazzo ci stanno 40 canzoni su un solo cd?

Terza domanda: ma l’avrò mai ascoltato? E se si, perché non me ne ricordo?

Quasi per caso, in cerca d’ispirazione per scrivere un pezzo, ho preso in mano “Commercial Album” dei Residents: e, sul retro, leggo ben 40 titoli. Si, quaranta, belli giusti. Provo a inserire il supporto nel lettore, e il display, beffardo, mi mostra un bel “40” sulla durata totale. Ne sono già certo, ma voglio proprio vedere se… E già: il primo, il secondo, il terzo… Ogni pezzo dura esattamente un minuto. Non un secondo in più o in meno.

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