Franco Battiato e i Nomadi – Anime in viaggio

Ciao a tutti. Niente premesse, oggi: ma subito al sodo!

  • Non sono un fan dei Nomadi, anche se ne apprezzo la storia e l’importanza: se non che, per Natale, i miei cognati ci hanno regalato i biglietti di un loro concerto. Quindi, sabato sera, eccoci a Torino, al Teatro Colosseo, pronti per lo show. La popolazione ha un’età media sostenuta, e fra teste calve e capelli grigi c’è un po’ da ridere e un po’ da immalinconirsi: ma chissene, in perfetto orario si spengono le luci, e le prime note di “Per fare un uomo” risuonano nella sala. Della band originaria è rimasto solamente l’inossidabile e ottantenne Beppe Carletti, ma i due soci di lungo corso “Cico” Falzone e Massimo Vecchi tengono alta la bandiera: come direbbe mia nipote, “sono vecchi”; ma, come dico io, con lo strumento al collo sanno cosa fare, eccome, e sicuramente più di Sfera! Il violinista Sergio Reggioli mi conquista, mentre il timbro del cantante Yuri Cilloni non mi convince… Ma non è per questo che si va a sentire i Nomadi: chi va, va per partecipare a un rito collettivo che si ripete ormai da decenni. Un rito fatto di un repertorio infinito e sempre mutevole ma che, grazie ad alcuni capisaldi (“Io vagabondo”, “Auschwitz”, “Noi non ci saremo”, “Io voglio vivere”), dà alla fine una sensazione di eterno ritorno. Un gruppo di amici, i Nomadi: che scambia battute col pubblico, che interrompe la scaletta per leggere messaggi mandati dai fan, e che non “si mette in tour”, ma vive i concerti come un moto perpetuo naturale, una spontanea propaggine del loro essere musicisti e persone, come “veri nomadi” insomma. Due ore volano come niente: e le gigantografie del mai dimenticato Augusto Daolio ci salutano, mentre lasciamo la sala.
  • Franco Battiato – Il lungo viaggio“. Da teatro, al cinema: per assistere a un film dedicato alla vita (alle vite?) di uno dei miei artisti preferiti, Franco Battiato. Questo biopic si allinea ai molti dell’ultima ondata (Bob Dylan, Led Zeppelin, Bruce Springsteen) nella (giusta) scelta di rappresentare una sola parte della vita della star di turno, e nel far cantare i pezzi all’attore protagonista. Attore – Dario Aita – che non conoscevo, ma che è bravissimo a impersonare “Ciccio” Battiato, come lo chiamano mamma e fratello, restituendone cadenza, tenerezze e piccole e grandi idiosincrasie e illuminazioni: e film che, grazie alla supervisione della nipote Cristina, risulta parecchio (ma non del tutto) immune da scivoloni beatificanti, anche se privo di guizzi registici, e che racconta in modo onesto una parte dell’esistenza artistica, personale e spirituale di quello che, per me, è uno dei grandissimi della musica italiana; e che – al pari di De André – è uno dei miei due “padri etici  musicali”. Una parte di esistenza terrena che, se vivessi venti vite, non riuscirei manco a sfiorare: davvero un “lungo viaggio”, colmo com’è di esperienze differenti, colpi di genio, crisi, svolte improvvise, sete di conoscenza, emozioni e aneliti all’infinito. Impossibile, per me, evitare commozione e occhi lucidi: “E ti vengo a cercare” e “La cura” sono capolavori assoluti. E bello e doveroso il ricordo di Alice e di Giuni Russo, grandi interpreti del suo repertorio.

Due prodotti ed esperienze differenti, il concerto dei Nomadi e il film su Battiato. Eppure, per artisti così diversi – e minchia se sono diversi, signora contessa – sorprendentemente potrebbe valere lo stesso verso, tratto proprio da una canzone del grande catanese: “Non domandarm(t)i dove porta la strada: seguila e cammina soltanto“. In compagnia o da soli: a ognuno il suo.

Io non so parlar di musica #33 – The Fletcher Memorial Home

Ciao a tutti. Per la rubrica “Io non so parlar di musica” oggi mi sento obbligato a chiamare in causa i Pink Floyd di “The Final Cut“: già poche settimane fa, nel post “Leva le tue sporche mani dalla mia terra“, ero ricorso alle poche, brucianti parole di una loro canzone per accompagnare le mie stringate riflessioni sulla questione Venezuela/Trump… E ora, con una situazione internazionale in caduta libera, e che non può lasciare tranquillo nessuno, sono tornato lì… A quel disco, dolente e pessimista, che Roger Waters “impone” ai compagni, per dire la sua sui venti di guerra che si respiravano nel Regno Unito di quegli anni, investito in pieno dalla Guerra delle Falkland: un album, come già dissi, sofferto e cupo, ma grondante una forza polemica e una rabbia che è impossibile non percepire. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #33 – The Fletcher Memorial Home”

Io non so parlar di musica # 32 – Somebody to Love (Queen feat. George Michael)

Ciao a tutti. Oggi, per la rubrica “Io non so parlar di musica“, tiro fuori dal cassetto un’esecuzione che solletica in me un bel ricordo, in cui si mescolano briciole di nostalgia e un giusto e istruttivo smacco!

Era il 1992, pomeriggio di Pasquetta: e, mentre mezza Italia si destreggiava fra tramezzini, formiche e pallavolo amatoriale, io ero incollati davanti alla tv, a vedere (e videoregistrare) il Freddie Mercury Tribute… Un affollato (di pubblico, e di artisti) evento live tenuto al Wembley Stadium di Londra in memoria del leader dei Queen, stroncato a fine 1991 dalle conseguenze dell’AIDS. Gli artisti da cui mi aspettavo molto erano parecchi: alcuni confermarono le mie aspettative, chi più (Metallica, David Bowie e Axl Rose) e chi meno (Roger Daltrey, Paul Young), altri mi delusero profondamente (un indecente Robert Plant su tutti), mentre altri mi fecero saltare dalla sedia. Per la precisione: gli Extreme (spigliati, sfacciati e gasatissimi), Zucchero (concentratissimo, umile e senza una sbavatura) e soprattutto George Michael. Continua a leggere “Io non so parlar di musica # 32 – Somebody to Love (Queen feat. George Michael)”

Visto al cinema – “Queen – Rock Montreal”

Ciao a tutti. I Queen non sono una band di cui conosca tutto a menadito: e non mi definirei un fan di stretta osservanza. Non ho album interi, ma solo le tre raccolte: ma il complesso di May e Mercury accompagna la mia vita da parecchi anni… Con l’andazzo funky di “Another One Bites the Dust” a colpire le mie orecchie di dodicenne; con lo show del Live Aid, da ragazzotto; e con la morte di Freddie e il bellissimo Memorial del 1992, da giovanotto ormai maturo. Ho sempre trovato la produzione dei loro dischi (almeno, di una buona parte) eccessivamente barocca e magniloquente: mentre mi hanno sempre entusiasmato i live, più asciutti e diretti.

Ed è con questo sentimento che, appena letto che al cinema avrebbero proiettato il concert-film “Rock Montreal”, ho contattato il mio amico Vincenzo, e giovedì sera siamo andati alla proiezione. Poca gente, in sala, giusto una manciata di persone: ma questo è l’unico appunto negativo. Continua a leggere “Visto al cinema – “Queen – Rock Montreal””

Io non so parlar di musica # 31 – La cocaina

Ciao a tutti. Quest’oggi, per la rubrica “Io non so parlar di musica“, prendo spunto da un post recentemente pubblicato dal collega di blog unallegropessimista, in cui si parlava di una delle tante canzoni fake che si trovano in rete in questi ultimi tempi: canzoni, cioè, frutto di una costruzione recentissima, a metà fra AI e la goliardia, cucite su un sound d’antan (anni Sessanta/Settanta, di solito) e attribuite a interpreti di fantasia (ma con tanto di biografia fittizia), miracolosamente evocati dalle nebbie del passato. Gli artefici si celano dietro la fantomatica etichetta Cantoscena: sono i titoli, e i testi – che davvero lasciano nessun spazio all’immaginazione – la spia più evidente della simpatica truffa… Roba come “Aprimi il culo”, “Pisciami addosso”, “La cappella del mio cuore” – che già sarebbero stati stretti agli Squallor – ben difficilmente sarebbero sopravvissuti alla tagliola censoria di quel periodo.

Ma non è del fenomeno Cantascena che voglio parlare: bensì di un brano che, se per titolo, nome dell’interprete e stile, potrebbe sembrare uno dei tanti del loro surreale catalogo, è invece realmente frutto degli anni Sessanta. Si tratta di “La cocaina“, di Gianna. Continua a leggere “Io non so parlar di musica # 31 – La cocaina”

Io non so parlar di musica #30 – Il coro dei pompieri

Ciao a tutti. Questa volta, per la rubrica “Io non so parlar di musica“, colgo il caldazzo di questa estate (per ora) infuocata per rievocare una delle canzoni più divertenti di sempre, e che ha come titolo “Il coro dei pompieri“… Nell’attesa che questi bravi militi vengano a spegnere un po’ le fiamme dell’afa! E, anche, per variare un po’ dal solito “rock classico”!

Penso che quasi la totalità di chi mi legge abbia ben presente il film “…altrimenti ci arrabbiamo!“: pellicola del 1974 coi due adorabili maneschi Bud Spencer e Terence Hill alle prese col malvagio Capo e con una dune buggy rossa e gialla. Un prodotto per famiglie spigliato, divertente e a tratti esilarante, con alcune scene ormai nel mito: la gara a birre e salsicce, il duello motociclistico, la scazzottata in palestra, la balera caraibica, e le infinite risse, con schiaffoni e sberle che volano ovunque. La colonna sonora, prodotta dagli Oliver Onions (i grandissimi fratelli De Angelis), è – al pari della comicità slapstick e dei mille caratteristi che popolano le scene – uno dei punti di forza del film: con, sopra tutte, canzoni come la famosa “Dune Buggy” e l’altrettanto noto “Il coro dei pompieri”.

Questo pezzo si situa in uno dei momenti più comici del film: quando Kid e Ben, per sfuggire al killer Paganini, si frammischiano alle prove del coro dei pompieri… Kid si sposta in continuazione fra i coristi, suscitando gli occhi dolci di una ragazza non molto avvenente, e Ben – serio e immobile – canta i bassi, riempiendo le pause con un caratteristico “borbottio“, con le dita che tamburellano le labbra. Un gesto nato da un’improvvisazione del gigante buono Bud Spencer e che, per il suo essere senza capo né coda, prima sconcertò, e poi convinse, gli sceneggiatori. La musichetta è famosa e contagiosa, e quando inizio a canticchiarla vado avanti per ore: e come si fa a non imitare le vocine infantili della strofa, i bassi incalzanti e il borbottio a bassa voce di Bud? Impossibile!

Ecco, allora, il video in questione, tratto dal film. Una piccola nota: incredibile che una colonna sonora così famosa non sia stata, all’epoca, pubblicata, lasciando al solo 45 giri “Dune Buggy” l’onore e l’onere della diffusione… Un successo, quello del singolo, tutt’altro che secondario, peraltro. Ed è solo nel 2021 che la colonna sonora completa vede la luce. E ora, buon ascolto, e divertimento!

Oliver Onions – “Il coro dei pompieri

Tratto da “…altrimenti ci arrabbiamo!” (1974)