Ciao a tutti. I Queennon sono una band di cui conosca tutto a menadito: e non mi definirei un fan di stretta osservanza. Non ho album interi, ma solo le tre raccolte: ma il complesso di May e Mercury accompagna la mia vita da parecchi anni… Con l’andazzo funky di “Another One Bites the Dust” a colpire le mie orecchie di dodicenne; con lo show del Live Aid, da ragazzotto; e con la morte di Freddie e il bellissimo Memorial del 1992, da giovanotto ormai maturo. Ho sempre trovato la produzione dei loro dischi (almeno, di una buona parte) eccessivamente barocca e magniloquente: mentre mi hanno sempre entusiasmato i live, più asciutti e diretti.
Ed è con questo sentimento che, appena letto che al cinema avrebbero proiettato il concert-film “Rock Montreal”, ho contattato il mio amico Vincenzo, e giovedì sera siamo andati alla proiezione. Poca gente, in sala, giusto una manciata di persone: ma questo è l’unico appunto negativo. Continua a leggere “Visto al cinema – “Queen – Rock Montreal””→
Ciao a tutti. Quest’oggi, per la rubrica “Io non so parlar di musica“, prendo spunto da un postrecentemente pubblicato dal collega di blog unallegropessimista, in cui si parlava di una delle tante canzoni fake che si trovano in rete in questi ultimi tempi: canzoni, cioè, frutto di una costruzione recentissima, a metà fra AI e la goliardia, cucite su un sound d’antan (anni Sessanta/Settanta, di solito) e attribuite a interpreti di fantasia (ma con tanto di biografia fittizia), miracolosamente evocati dalle nebbie del passato. Gli artefici si celano dietro la fantomatica etichetta Cantoscena: sono i titoli, e i testi – che davvero lasciano nessun spazio all’immaginazione – la spia più evidente della simpatica truffa… Roba come “Aprimi il culo”, “Pisciami addosso”, “La cappella del mio cuore” – che già sarebbero stati stretti agli Squallor – ben difficilmente sarebbero sopravvissuti alla tagliola censoria di quel periodo.
Ma non è del fenomeno Cantascena che voglio parlare: bensì di un brano che, se per titolo, nome dell’interprete e stile, potrebbe sembrare uno dei tanti del loro surreale catalogo, è invece realmente frutto degli anni Sessanta. Si tratta di “La cocaina“, di Gianna. Continua a leggere “Io non so parlar di musica # 31 – La cocaina”→
Ciao a tutti. Questa volta, per la rubrica “Io non so parlar di musica“, colgo il caldazzo di questa estate (per ora) infuocata per rievocare una delle canzoni più divertenti di sempre, e che ha come titolo “Il coro dei pompieri“… Nell’attesa che questi bravi militi vengano a spegnere un po’ le fiamme dell’afa! E, anche, per variare un po’ dal solito “rock classico”!
Penso che quasi la totalità di chi mi legge abbia ben presente il film “…altrimenti ci arrabbiamo!“: pellicola del 1974 coi due adorabili maneschi Bud Spencer e Terence Hill alle prese col malvagio Capo e con una dune buggy rossa e gialla. Un prodotto per famiglie spigliato, divertente e a tratti esilarante, con alcune scene ormai nel mito: la gara a birre e salsicce, il duello motociclistico, la scazzottata in palestra, la balera caraibica, e le infinite risse, con schiaffoni e sberle che volano ovunque. La colonna sonora, prodotta dagli Oliver Onions (i grandissimi fratelli De Angelis), è – al pari della comicità slapstick e dei mille caratteristi che popolano le scene – uno dei punti di forza del film: con, sopra tutte, canzoni come la famosa “Dune Buggy” e l’altrettanto noto “Il coro dei pompieri”.
Questo pezzo si situa in uno dei momenti più comici del film: quando Kid e Ben, per sfuggire al killerPaganini, si frammischiano alle prove del coro dei pompieri… Kid si sposta in continuazione fra i coristi, suscitando gli occhi dolci di una ragazza non molto avvenente, e Ben – serio e immobile – canta i bassi, riempiendo le pause con un caratteristico “borbottio“, con le dita che tamburellano le labbra. Un gesto nato da un’improvvisazione del gigante buono Bud Spencer e che, per il suo essere senza capo né coda, prima sconcertò, e poi convinse, gli sceneggiatori. La musichetta è famosa e contagiosa, e quando inizio a canticchiarla vado avanti per ore: e come si fa a non imitare le vocine infantili della strofa, i bassi incalzanti e il borbottio a bassa voce di Bud? Impossibile!
Ecco, allora, il video in questione, tratto dal film. Una piccola nota: incredibile che una colonna sonora così famosa non sia stata, all’epoca, pubblicata, lasciando al solo 45 giri “Dune Buggy” l’onore e l’onere della diffusione… Un successo, quello del singolo, tutt’altro che secondario, peraltro. Ed è solo nel 2021 che la colonna sonora completa vede la luce. E ora, buon ascolto, e divertimento!
Ciao a tutti: è in arrivo una nuova puntata della rubrica “Io non so parlar di musica“, questa volta senza particolari legami astrusi con politica, società o religione: ma unicamente basata sul titolo – “Fragile“, di Sting– e sulle sensazioni che in questi giorni mi stanno agitando da dentro… La sensazione, cioè, di essere fragile: non sto a tediarvi sull’origine di questo momento, nulla di veramente grave, ma è un qualcosa che sento in modo abbastanza chiaro. Non sono persona da rifiutare le emozioni, preferisco viverle: dove per “viverle” intendo ascoltarle, assorbirle, percorrerle nella mia carne, ma senza indulgervi troppo e senza dargli un peso universale… Come dice il mio maestro, “riportando tutto nella globalità”.
Ed è così che vi propongo questo bellissimo brano di Sting: canzone dolcissima, raffinata e pacata, giocata su una progressione armonica di chitarra acustica, e che nelle intenzioni originali dell’autore è dedicata a Ben Linder, giovanissimo ingegnere statunitense ucciso in Nicaragua dai Contras… Sting, anni dopo, precisò però che era una canzone che di volta in volta poteva essere dedicata a eventi diversi, come (era il ’94) la Guerra in Bosnia, o come (nel 2001) l’Attentato alle Torri Gemelle. Ora la dedico a me e a chi, in questi giorni, per i suoi motivi, si sente pure lui fragile: sapendo che sono attimi che passano… Ma che, in fondo, è sempre meglio tenere presenti: soprattutto quando, in un delirio di vanità, pensiamo invece di essere chissà chi. La verità è sempre un equilibrio.
“Ancora ed ancora la pioggia cadrà come lacrime dal cielo Ancora ed ancora la pioggia dirà quanto siamo fragili”
Ciao a tutti, ed eccoci a una nuova puntata della rubrica “Io non so parlar di musica“. Un po’ di cose si intrecciano nel mio ricordo di questo pezzo – “EAA” di Edoardo Bennato… La prima è connessa a Sanremo: per me, vedere Edo con chitarra, armonica a tracolla e grancassa a pedale su quel palco (dove ha cantato “Sono solo canzonette”), è stata una vera goduria, probabilmente la migliore esibizione fuori-concorso del festival; poi, pensando ai tragici venti di guerra che non cessano (e non vogliono cessare), mi è subito venuta in mente questa canzone, che sebbene vecchia di 49 anni sembra scritta oggi; e, infine, un remotissimo ricordo di qualche quiz con Mike Bongiorno, in cui a un concorrente fu chiesto quale canzone di Bennato recasse nel titolo solo tre vocali… Ah, i famosi “cassettini della memoria”. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #28 – “EAA” di Edoardo Bennato”→
Ciao a tutti. Che Bob Dylan sia – oltre che un meraviglioso artista – un personaggio che sfugge a ogni tentativo di narrazione è ormai, più che un dato di fatto, un luogo comune. D’altronde è lo stesso Bob a rifiutare categoricamente qualsiasi apparentamento, spesso in modo provocatorio: uomo che non conosce che una posizione – quella di radicale – e che, quando abbraccia una fede, una qualsiasi, lo fa per intero, senza risparmiarsi; ma che è a anche pronto, quando questa fede non lo convince più, a scrollarsela di dosso senza un rimpianto, come cenere da una sigaretta.
Il cinema ha cercato più volte di rendere conto di questa inafferrabilità: sia con documentari in stile cinéma vérité (“Dont Look Back” di D. A. Pennebaker, 1967) sia con film narrativi ma totalmente spiazzanti come “I’m Not There” di Todd Haynes (2007), in cui la figura di Dylan è riflessa come in un caleidoscopio dalle interpretazioni di ben 6 attori differenti, fra cui anche un’attrice femmina (la fuoriclasse Cate Blanchett).
“A Complete Unknown“, sposa invece la tesi opposta: “è possibile”, si chiede il regista James Mangold, “fare un biopic su Dylan secondo le forme del mainstream statunitense?“. Se lo chiede, e lo fa: e, devo dire, ci riesce pienamente. Merito di molti aspetti: di un casting che non fa una grinza, di una regia silenziosa ma sempre a fuoco, di una scenografia che sposa la verosimiglianza senza cadere nel calligrafismo, di una sceneggiatura che – pur scontando qualche inevitabile caduta nel romanzesco – riesce a descrivere benissimo l’ambiente, gli amici, i rivali e gli anni più importanti del nostro caro Bob: quelli compresi fra il suo arrivo al Greenwich Village nel 1961 e il “tradimento elettrico” di Newport, 1965. Cinque anni che valgono una vita intera.Continua a leggere “Visto al cinema – “A Complete Unknown””→