Il blues…prima che fosse il blues

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Il discorso sul Blues, che ci sta accompagnando da due puntate, continua: questa volta ci occupiamo del primo fenomeno discografico a fregiarsi del titolo di “blues”, ma che col “blues vero e proprio” ha stilisticamente poco a che fare… Il cosiddetto “Tin Pan Alley Blues” degli anni Dieci del secolo scorso: un complesso di canzoni “di bianchi per bianchi” solo apparentemente connesso con il verace spirito afroamericano, ma che vende a paccate, e che soprattutto apre la strada alla grande fioritura che si avrà nel decennio successivo: quando (finalmente!) gli artisti di colore potranno debuttare nel mercato e per radio, e guadagnare un po’ di fama.

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La Stanza Blues: un mondo in 12 battute

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Il discorso sul Blues, iniziato nello scorso post, continua questa volta con qualcosa di più “tecnico”: la cosiddetta “stanza blues”, lo scheletro formale in 12 battute su cui è costruita la maggior parte delle canzoni blues, e che dal medesimo derivano. Nulla di particolarmente difficile, non spaventatevi: ed è anzi stupefacente scoprire quante meraviglie possano esser racchiuse in una struttura formale così essenziale, e così creativa. Il massimo risultato col minimo sforzo, insomma!

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Il blues: la “musica del Diavolo” e altri miti

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Questa volta affronto uno dei generi che più mi piacciono ed emozionano: il Blues. Partendo dal cosiddetto Blues Rurale, affronto i temi ricorrenti che nutrono gran parte delle canzoni blues: archetipi come il “diavolo all’incrocio“, il sesso, l’alcol, la galera e tanti altri, per approdare a quel “sentire” così profondamente radicato nell’animo afroamericano sintetizzato dall’espressione “to have the blues“.

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Una bella gita: Patton, House e Brown

Lula, Mississippi: in un mese imprecisato del 1930 (probabilmente in estate) un’auto si mette in moto. Al volante siede Wheeler Ford, vocalist del gruppo gospel Delta Big Four. Gli altri quattro sono bluesmen, e stanno andando a Grafton, Wisconsin, per incidere negli studi Paramount. Charley Patton, avendo già lavorato a due registrazioni, è il veterano della brigata e ha portato con sé alcuni amici: Son House, Willie Brown e Louise Johnson. Metà dei migliori artisti del Delta chiusa in una sola automobile: e meno male che il signor Ford è astemio.

Piccolo, minuto, di carnagione mulatta, capelli ondulati, lineamenti indecifrabili, un curioso meticcio fra nero, bianco e pellerossa: Charley Patton (1885? 1891? – 1934) ci appare così, nell’unica foto sopravvissuta. È un personaggio per definizione ambiguo: data di nascita dubbia, paternità incerta (Bill Patton, il marito di sua madre; o, forse, Henderson Chatmon, patriarca di un’enorme famiglia di musicisti – i Mississippi Sheiks – con cui Charley trascorre tutta l’infanzia), e meriti artistici quantomeno contesi. “Un pagliaccio armato di chitarra”, dicono certi contemporanei invidiosi; ma, secondo altri, nientemeno che il padre fondatore del Delta blues.

L’aspetto umano, caratteriale, non depone certo a suo favore: gran bevitore, sciupafemmine, uomo violento, litigioso, umorale, avaro, gretto… E chi più ne ha, più ne metta. Una cosa, comunque la si pensi, è innegabile: Patton è un entertainer di enorme successo e abilità, e un maestro venerato da moltissimi coetanei.

Già a metà degli anni Dieci, Charley è una star del circondario di Bolton, Mississippi, richiesto in tutte le feste per il repertorio poliedrico e per l’abilità di divertire e stupire la platea. Quarant’anni prima di Chuck Berry, Patton cavalca la chitarra saltando su una gamba sola (il duck-walk), cinquanta prima di Jimi Hendrix suona con lo strumento dietro la testa, a occhi chiusi, o coricato per terra, e sessanta prima dei Residents si presenta al pubblico indossando una maschera. Simili prodezze infiammano la fantasia di uomini e donne, e procurano ingaggi e successo: ma attirano anche accuse di faciloneria, e gelosie professionali.

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