Domani avvenne: da lunedì 6 aprile 2020 a domenica 12 aprile

6 Aprile 1952: a Wuppertal (Germania) nasce Udo Dirkschneider. Cantante dal timbro acuto e graffiante, e dalla grintosa presenza scenica, a fine anni Sessanta fonda il gruppo tedesco degli Accept che, fra alterne fortune e pause, nel 1979 riesce finalmente a pubblicare il primo lp. Antesignani dello speed metal, gli Accept conoscono il successo nel 1981 ma sei anni dopo il cantante e leader li lascia per intraprendere una carriera solista di discreta fortuna, con una band dal didascalico nome di U.D.O..

7 Aprile 1978: per la A&M esce “Roxanne“, il singolo che apre la strada alla pubblicazione del primo album dei Police, “Outlandos d’Amour”. Scritta da Sting, e originariamente pensata col ritmo di bossa nova, subisce una decisiva riscrittura grazie al batterista Stewart Copeland, che impone un singolare reggae-tango. Il testo è raccontato dal punto di vista di un uomo che si innamora di una prostituta: sulla B-side, “Peanuts”. Il disco, ignorato in patria, sarà ripubblicato un anno dopo, e diventerà un successo,

8 Aprile 1997: a soli cinquant’anni ci lascia Laura Nigro, in arte Laura Nyro. Compositrice, cantante e pianista statunitense di origini italo-ebraiche, propone uno straordinario mix di jazz, soul, pop e funky, abbinato a testi introspettivi e di critica sociale: nonostante un successo commerciale modesto, ha riscosso in vita l’apprezzamento della critica, e numerose cover da parte di star come Barbra Streisand e Fifth Dimension. Ammalatasi di cancro ovarico, chiede alla famiglia di piantare un acero giapponese fuori dalla finestra della sua stanza, come consolazione per la sua agonia.

9 Aprile 2000: a otto mesi dalla sua uscita, l’album “Play“, del musicista statunitense Moby, arriva al primo posto delle classifiche inglesi. Capolavoro della moderna pop music, a cavallo fra gospel, house e folk, il disco contiene perle come “Honey”, “Find my Baby” e “Natural Blues”.

10 Aprile 1938: ci lascia Joe “King” Oliver, il leggendario cornettista e band leader di New Orleans, artefice di una concezione polifonica di quintetto perfetta e inarrivabile. Nella sua band, nel 1922 debutta un giovanissimo Louis Armstrong: talento assoluto destinato a oscurare la stella, pur vivissima, del maestro. Negli anni Trenta la carriera di Oliver subisce un netto e inglorioso declino: tormentato da problemi di salute e dimenticato dall’industria discografica, King passa la sua ultima, triste, stagione come custode di una sala da biliardo a Savannah (Georgia), dove morirà a soli 53 anni.

11 Aprile 1959: a Yeovil (UK) nasce John Parish. Musicista, produttore e autore, inizia la carriera nel 1980 in una band new wave, e dopo sei anni passa alla produzione musicale: il suo mood, all’insegna di una forte originalità e personalità, caratterizza i sei album concepiti con la compatriota P J Harvey.

12 Aprile 1940: a Chicago nasce Herbert “Herbie” Hancock. uno dei pianisti e tastieristi di ambito jazz – fusion più famosi e influenti del secolo scorso. Bambino prodigio, a 23 anni è chiamato da Miles Davis per il suo quintetto: nel ’69 passa al funky e, successivamente, alla musica elettronica, senza rinunciare a progetti di power-jazz e modal-jazz, e a collaborazioni con Wayne Shorter, Stevie Wonder e Jaco Pastorius.

Canta che ti passa #7

Non di soli cd vive l’uomo, ma anche di video musicali. Già ne ho tanti di mio: ma con Youtube la possibilità di scelta e visione si è espansa a dismisura. Con tutto il tempo che ho giocoforza a disposizione, finalmente ho potuto recuperare in rete un video che avevo in Vhs, ma che con i miei amici ho consumato sino allo sgretolamento del nastro: e da lì sono partito per un piccolo viaggio a tema.

  • Deep PurpleParis 1985. Il tour della reunion della gloriosa e insuperata Mark II, quella con Gillan e Glover per intenderci. Dopo una paccata di date in Australia, Nord America e Giappone, i Deep arrivano in Europa: e la data di Parigi (8 Luglio) è ripresa e mandata in onda, in Italia, da Rai3, col running comment di Paolo Zaccagnini. Mi ricordo ancora l’emozione di poter vedere, anche se in tv, quelli che allora erano i miei idoli: senza rete web, senza video storici che girassero in tv, oltre ai dischi e a qualche foto, tutto era fantasia. E la fantasia fu un po’ messa alla prova, in quel Luglio: dopo il buio sul palco, e laser a manetta, parte l’opening per eccellenza, “Highway Star“. Ed eccoli, gli dèi! Mi stupisco di come Paice e Lord abbiano messo su pancia, Glover invece è in forma, rimango folgorato dal Man-in-Black Blackmore, con la sua casacca nera, ma Gillan…? Possibile che… Si sente appena! Canta, si sforza, è paonazzo, ma niente: evidentemente hanno sbagliato i settaggi! Eppure gli altri vanno che è un piacere, la ritmica pompa come un treno, Lord ricama fraseggi e assoli, Ritchie è incredibilmente noisy, veloce e preciso, ma Ian… E no: né con le nuove, ottime, canzoni (“A Gipsy’s Kiss”, “Perfect Strangers”, “Knocking at Your Back Door”), e nemmeno – Oddio! – con le vecchie e gloriose “Strange Kind of Woman” e “Space Truckin'”. Per mesi – perché ho rivisto il concerto decine di volte – mi sono raccontato che non era possibile, doveva essere una ripresa audio fatta male: ma invece… Lo stesso Gillan di “Child in Time” e dei duetti voce-chitarra di “Made in Japan”, era improvvisamente afono. D’altronde aveva 40 anni (si, mi sembravano tantissimi), e glielo potevo perdonare!
  • E, dopo aver recuperato “Parigi”, e essermelo rivisto ovviamente tutto (!), mi sovviene un episodio, e controllo sul Tubo… Dunque, è il 1994, i Deep Mark II, fra nuove liti e clamorose riappacificazioni, sono di nuovo assieme, e si mettono in tour per promuovere il nuovo “The Battle Rages On”. Ma Blackmore è incazzato,e ha da dire su tutto: su Gillan, che mal sopporta, e anche sulle riprese live. Il concerto di Birmingham, immortalato con improvvida scelta di marketing per il DVD “Come Hell or High Water“, mostra una band con i nervi a fior di pelle. Apre, come sempre, “Highway Star”: ma Ritchie non c’è! Gli altri si arrabattano, mandano avanti la canzone ma la chitarra manca: e cazzo se manca. Blackmore è in camerino: e lì resterà sino a quando non gli leveranno dai coglioni il cameraman personale. Alla fine sua maestà è accontentato: accolto da un ironico inchino di Gillan entra sul palco, proprio all’abbrivio del suo solo, ma ancora non gli è passata. Se gli sguardi parlano, allora Ritchie sta per compiere un omicidio: lancia occhiate furenti, attraversa il palco, per la tensione perde per un attimo il tempo, prende un bicchiere d’acqua (e smette di suonare) per lanciarlo a un altro cameraman… E coglie di striscio il povero Gillan. Che, occorre dirlo, manco qui mi entusiasma, è un po’ starnazzante, soprattutto negli acuti (e indossa una mise da mani nei capelli): mentre l’Uomo in Nero è in grado ancora di stracciare chiunque. Che poi abbia un carattere di merda è un altro discorso (tanto che sbatterà la porta, per mollare i colleghi nel bel mezzo del tour). Ma, per come suona, glielo posso ancora perdonare.
  • E, non pago, vado a vedere come sono messi oggi. Se 40 mi sembravano tanti, per una rockstar, ora che gli anni sono 75, cosa mi aspetterà? Trovo facilmente un live dei Deep Purple del 23 Settembre scorso, a Tucson: Jon Lord è morto sette anni fa, Blackmore da quel ’94 non è più tornato a casa, ma si apre sempre con “Highway Star”. Ian ora ha i capelli corti e grigi, si muove con una certa rigidità, e la voce… Beh, è un’illustre assente. Per non parlare del sostituto alla sei corde, Steve Morse: un chitarrista molto tecnico e “americano”, che di anni ne ha 65 circa, ma che non mi muove manco un quark d’emozione. E Ritchie, invece? Come se la caverà? Dopo la sbornia folk-medievale che ne ha occupato la carriera per una ventina d’anni, nel 2019 è tornato al rock con un’ennesima updating dei “suoi” Rainbow: ma i compari d’avventure sono scarsi, e lui ha l’artrosi, i baffi tinti e come chitarrista… Beh, sembra un dilettante: lento, impacciato e chiaramente in difficoltà. Mi fa male al cuore dirlo, ma è imbarazzante. E ora basta: non li perdono più.

Sic transit gloria mundi, dicono quelli bravi. E si potrebbero aprire infiniti discorsi su come il rock non possa fare a meno della fisicità, che il tempo non perdona, ecc. Ma il sentimento dominante è la rabbia, perché – per avidità, vanagloria o stupidità – Ian e Ritchie stanno offendendo i grandissimi che sono stati. Come Totti. E nessuno vorrebbe vedere i propri “Personal Jesus” finire così. Ma alla fine di tutto, della delusione e dello sconcerto, la “nostalgia canaglia” è più forte: riprendo in mano il vecchio vinile “Made in Japan“, che conservo da 35 anni come una reliquia, e lo metto sul piatto. Non mi occorre altro.

 

 

 

 

 

 

Domani avvenne: da lunedì 30 marzo 2020 a domenica 5 aprile

30 Marzo 1945: a Ripley (Surrey, UK) nasce Eric Clapton. Che c’è da dire su Slowhand, uno dei più acclamati chitarristi rock-blues della storia, che ancora non si sappia? Qualcosa sulla sua infanzia, magari: che suo padre (Edward Walter Fryer) è un soldato canadese che, dopo aver messo incinta la sedicenne inglese Patricia Molly Clapton, alla fine della Guerra se ne torna a Montréal. Ma Eric non sarà cresciuto dalla madre, ma dalla nonna materna: la mamma – che per anni penserà essere sua sorella maggiore – si è nel frattempo trasferita in Germania, dopo avere sposato un altro militare canadese (e si vede che avevano quel sentore di sciroppo di acero, tanto sensuale…)

31 Marzo 1960: a New York, nel Bronx, nasce Theodore Joseph “Ted” Horowitz. Assunto il nome d’arte di Popa Chobby (derivato dallo slang “pop a chubby”, “avere un’erezione”), si dedica con successo alla musica: a vederlo, tanto corpulento da dover suonare seduto, e col cranio rasato a zero che gronda sudore, si direbbe un rapper… E invece è un grandissimo della chitarra elettrica, che suona con uno stile caldo e aggressivo, a cavallo fra Jimi Hendrix e Molly Hatchet.

1° Aprile 1982: ad Avellino vede la luce Giovanni Luca Picariello. Graffitista, nel ’93 si appassiona all’hip hop e assume lo pseudonimo di Ghemon (in omaggio a Goemon, personaggio del cartoon giapponese “Lupin III”): Ghemon attraversa così 20 e più anni di musica, oscillando sempre fra un hip hop dalle decise venature soul, campionamenti anomali e testi profondi e introspettivi.

2 Aprile 1981: la CBS lancia la collana “nice price“, una scelta ragionata del suo catalogo storico venduta a prezzo ridotto (2,99 sterline al pezzo). Fra i primi titoli, alcuni album di Bob Dylan, Santana, Billy Joel, ABBA, Janis Joplin e Simon And Garfunkel… Un vero toccasana per le magre tasche di molti giovani acquirenti.

3 Aprile 1943: a Stratford (Canada) nasce Richard Manuel. Pianista e tastierista (ma, anche, cantante, chitarrista, saxofonista, percussionista), a 18 anni entra nella backing band di Ronnie Hawkins, “The Hawks”: dopo poco, abbandonato il cantante rockabilly, sono presentati a mr. Bob Dylan… E saranno proprio loro ad accompagnare il futuro premio Nobel nello “scandaloso” tour elettrico del 1966, e a collaborare con lui nei mitici nastri roots di “The Basement Tapes”. Ah, nel frattempo The Hawks hanno cambiato nome nel più essenziale The Band: e Manuel ne è uno dei leader, sebbene funesti spesso le session con i suoi abusi di alcol.

4 Aprile 1970: “Déjà vu“, straordinario album scritto e suonato a quattro mani da Crosby, Stills, Nash & Young, arriva al primo posto della classifica statunitense. Dal disco sono estratti tre singoli (“Teach Your Children”, “Our House” e “Woodstock”), e vende oltre nove milioni di copie.

5 Aprile 1988: a Bristol (UK), all’età di soli 51 anni, ci lascia Colin “Cozy” Powell. Batterista potente e incisivo, ha lavorato con Jeff Beck, Whitesnake, Rainbow e Black Sabbath: sua passione sono le gare di F1 e la Ferrari… Mentre sta guidando a forte velocità in una giornata di intensissima pioggia, perde improvvisamente il controllo della sua auto e precipita sullo spartitraffico dell’autostrada: muore sul colpo. E, con lui, la speranza di una quasi imminente reunion dei Rainbow di Ritchie Blackmore.

Canta che ti passa #6

Eccoci qui. Spero stiate tutti bene… Nel bene e nel male è trascorsa un’altra settimana, e di musica sotto i ponti ne è passata di nuovo un bel po’.

E, quindi, ho ascoltato per me (e per voi):

  • Black Rebel Motorcycle Club – “Take Them On, On Your Own“. Ricordate il film “Il Selvaggio”, con Marlon Brando nella parte del biker truce, ma dal cuore d’oro? Bene, la sua combriccola in pelle nera si chiamava proprio così: “Black Rebel Motorcycle Club” (in italiano, la “Banda dei Ribelli Motociclisti”). Un bel nome: e perfetto per quel musicista che sia in cerca di una sigla che evochi ribellione, rock stradaiolo e benzina. Tutta roba che in questo disco (il secondo dei BRMC, da Frisco) c’è, e in abbondanza: ma che, siamo sinceri, per quanto possa pompare e distorcere, alla fine sembra un po’ tutta uguale. Uguale a se stessa, innanzitutto: e poi, dicono i bene informati, uguale a quei Jesus and Mary Chain cui i BRMC sono stati spesso accostati, e da cui attingono a piene mani. Ho fatto un paio di confronti, e in effetti…  Ma non facciamo i rompini: dopo 40 anni di rock, è difficile – se non impossibile – inventare davvero qualcosa. E allora va bene così: anche se sono copioni, I BRMC almeno sanno da chi copiare (Jesus and Mary Chain, ma anche Stones)! I pezzi tirati non mancano  (“Six Barrel Shotgun” e “Rise or Fall” su tutti), ma il meglio, a mio parere, arriva con le più sospese e malate “And I’m Aching” e “Suddenly”: dove l’eco dello shoegaze si fa più forte, e in sintonia con le lente pulsazioni di queste nostre ore.
  • Alice – “Gioielli rubati“. Dunque, la ladra è Alice e il derubato Franco Battiato. Che proprio in quegli anni (prima metà degli Ottanta) sta spaccando il culo a tutti, col suo pop mistico-colto-elettronico. E la signora Carla Bissi, che col siculo Franco intrattiene da tempo un rapporto di rispetto e amicizia, prende i brani più intriganti del suo repertorio, e li rilegge assieme all’eclettico pianista Roberto Cacciapaglia. Il risultato conferma Alice come una delle interpreti più interessanti e complete del Belpaese: un po’ scostante, è vero, con quell’aria altera e algida che si porta addosso, e con quel timbro distante e sensuale… Ma resta, ed è, una grande (oltre che una bella donna). Nella raccolta brillano particolarmente “Gli uccelli”, “Summer on a solitary beach”, “Le aquile” e una “Prospettiva Nevski” tanto indovinata da superare, e di una buona incollatura, l’originale. L’album vince il Premio Tenco, si piazza bene in Svizzera e Austria, e contiene una chicca: “Luna indiana“, uno strumentale di Battiato qui arricchito da un testo, scritto per l’occasione da Francesco Messina. E in questi giorni, dalla finestra, si vedono più uccelli che persone: “Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometria esistenziale“… Che belli sono: e volano.
  • U2 – “Wide Awake in America“. Un mini cd (anzi, un EP): quattro pezzi, due live, e due in studio, concepiti nel periodo d’oro della band irlandese. I brani sono tutti, più o meno, noti: “Bad” e “A Sort of Homecoming” vengono direttamente da “The Unforgottable Fire” (e sono qui presi da due concerti distinti, a Birmingham e a Londra), mentre “The Three Sunrise” e “Love Comes Tumbling” erano state precedentemente inserite in un maxi-singolo disponibile per il solo mercato anglo-irlandese. Ma è sempre un gran bel sentire: Larry e Adam, col loro incedere marziale e oscuro, il tagliente The Edge, col suo arsenale di pedali ed effetti, e Don Bono Vox da Dublino, il conduttore della Messa cantata. Il titolo dell’EP deriva dal chorus di “Bad” (“Wide awake / I’m wide awake / I’m not sleeping”)… Ma sono altre parole a risuonare più forte, oggi, nel mio cuore: e le dedico a me, e a tutti noi.

 

 

This desperation, dislocation, separation, condemnation, revelation, in temptation,

let it go and so to find a way”

Across the fields of mourning to a light that’s in the distance oh, don’t sorrow, no don’t weep,

for tonight at last I am coming home… I am coming home”

 

Abbiamo parlato di:

Black Rebel Motorcycle Club – “Take Them On, On Your Own” (Virgin Records, 2003)

Alice – “Gioielli rubati” (EMI, 1985)

U2 – “Wide Awake in America” (Island Records, 1985)

Canta che ti passa #5

E , come sempre, musica e cd: quelli meno ascoltati in assoluto, quelli duplicati (ebbene sì) in barba al diritto d’autore (ma spesso, occorre dirlo, anche introvabili per via ordinaria), e quelli ascoltati pochissime volte. “Se la vita ti dà arance, fatti un’aranciata”, diceva non so chi: facciamoci allora questa spremuta di note. Continua a leggere “Canta che ti passa #5”