Domani avvenne: da lunedì 3 agosto 2020 a domenica 9 agosto

3 Agosto 1969: per la Fantasy Records esce “Green River“, il terzo album della rock band Creedence Clearwater Revival, e loro primo “numero uno” americano. In scaletta, “Cross-Tie Walker”, “Wrote a Song for Everyone” e l’hit internazionale “Bad Moon Rising”, utilizzato più volte dal cinema (“An American Werewolf in London” e “The Big Chill” i titoli più famosi). E notare che, nello stesso anno di “Green River”, i Creedence pubblicano altri 2 album!

4 Agosto 1969: a Belo Horizonte (Brasile), da famiglia di origine italiana, nasce Massimiliano “Max” Cavalera. Chitarrista metal, nel 1984 – assieme al fratello Igor, Jairo Guedz e Paulo Jr. – fonda la band dei Sepultura, capace di contaminare il trash metal con poliritmie ritmiche brasiliane e richiami all’avanguardia. In seguito alla prematura morte del figlio, Max lascia i “Sepu” e fonda i Soulfly, con cui continua le sue ardite sperimentazioni.

5 Agosto 1992: a Hidden Hills (California) ci lascia Jeff Porcaro, il batterista degli Steely Dan e dei Toto. Mentre è intento a spruzzare un pesticida nel giardino di casa, improvvisamente cade a terra privo di sensi: e a nulla vale la corsa in ospedale. Sulle cause si è detto di tutto: pare che la verità stia in un “banale” infarto, favorito da precedenti abusi di cocaina. Aveva solo 38 anni.

6 Agosto 1960: al “Dick Clarke Show” il cantante Chubby Checker si esibisce nella canzone “The Twist“. In realtà il pezzo nel 1960 ha già due anni: scritto da Hank Ballard per i suoi Midnighters, è stato però spostato dal produttore sul lato B di un 45 giri: i Midnighters sono nel mirino dei perbenisti per la scandalosa “Work With Me, Annie”, e nessuno si fida. Il furbo anchor man Dick Clarke, allora, prende la canzone, la affida all’innocuo mestierante Chubby Checker, e grazie a un battage pubblicitario senza precedenti, trasforma il brano – e l’omonima danza – in una delle craze più pervasive di sempre.

7 Agosto 1942: a Santo Amaro da Purificação (Brasile) nasce Caetano Veloso. Cantautore e chitarrista, dall’iniziale adesione alla bossa nova gradualmente sposta la sua attenzione verso l’attivismo politico e sociale, sposando il “tropicalismo” (fusione fra sonorità brasiliane, canzone impegnata, rock ‘n’ roll, blues, jazz e psichedelia). Perseguitato dalla dittatura militare, ha conosciuto anche il carcere e l’esilio, assieme al collega di canti e d’armi Gilberto Gil.

8 Agosto 1920: a Chieri (Torino) nasce Leo Chiosso. Appassionato di jazz, nel 1936 conosce il giovane contrabbassista Fred Buscaglione: dopo la Guerra i due si ritrovano, e inizia una collaborazione destinata a fare la storia di quegli anni. Sulle musiche di Fred, ispirate al jazz americano, Leo dispone le sue storie surreali e comiche, che fanno il verso ai romanzi hard boiled e alle pupe fatali: “Che bambola”, “Che notte”, “Eri piccola così” e “Whisky facile” sono grandi successi, e segnano un’epoca. Dopo la precoce morte di Fred, Leo continua la carriera di paroliere (sono suoi i testi di “Parole, parole” di Mina, “Torpedo blu” di Gaber) e di autore televisivo e teatrale.

9 Agosto 1951: a Melegnano (Milano) vede la luce Roberto “Juri” Camisasca. Durante il servizio militare a Udine conosce il commilitone Franco Battiato, che lo introduce al mondo discografico. “La finestra dentro“, il suo album d’esordio, è un viaggio visionario e surreale nella psiche umana, e una delle opere più originali e disturbanti della discografia italiana. Sul finire degli anni Settanta Juri prende i voti e si fa monaco benedettino, vestendo la tonaca fino al 1988: notevoli le sue prove con l’amico Battiato, Alice, Milva, e i recenti concerti, all’insegna di una concezione spirituale e arcana della canzone.

Garage Rock: #2 – Louie Louie!

(continua dalla puntata precedente)

Quando arriva ai Wailers, in realtà, “Louie Louieha già alle spalle un passato di tutto rispetto, mediamente travagliato, e del tutto simile a una gara a tappe. I primi staffettisti sono, curiosamente, cubani: allo start, troviamo il compositore Rosendo Ruiz Jr, e la sua “Amarren al Loco” (1956), una charanga ballabile; riceve il testimone, pochi mesi dopo, il collega René Touzet, che carica il pezzo di Ruiz di una marcata sottolineatura ritmica, e lo pubblica col nuovo titolo di “El loco Cha Cha”.

Richard Berry & The Pharaohs

Giunti a metà gara, da Cuba ci spostiamo in America, California: in una sala da ballo di Los Angeles si aggira Richard Berry (1935-’97, nessuna parentela con Chuck), cantante e autore di rhythm’n’blues e doo-wop, che per sbarcare il lunario è appena entrato in un gruppo di musica latina… Non proprio il massimo, per chi si confronta giornalmente con la fama di Muddy Waters e Howlin’ Wolf.

Un complesso concorrente, in una pausa, attacca “El loco Cha Cha”: pezzo che attira subito l’attenzione di Berry grazie al suo ritmo spezzato e coinvolgente… Un curioso riff a dieci impulsi, schematizzabile come “1-2-3, 1–2, 1-2-3, 1–2” o, secondo la notazione classica:

Berry coglie al volo l’occasione: si sbarazza dei colleghi latinos, fonda un gruppo rhythm’n’blues – Richard Berry and the Pharaohs – e nell’Aprile del ’57 dà alle stampe “Louie Louie”, cover in lingua inglese di “El loco Cha Cha”. Il disco vende oltre centomila copie ma – pur diventando un piccolo classico rnb del Nord Ovest – non regala a Richard l’auspicato balzo di popolarità.

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Domani avvenne: da lunedì 27 luglio 2020 a domenica 2 agosto

27 Luglio 1986: col loro concerto al Népstadion di Budapest, i Queen diventano i primi artisti occidentali (dopo Louis Armstrong, nel 1964) a suonare oltre la Cortina di Ferro. La performance, filmata, diventa un documentario dal titolo “Queen Magic in Budapest”.

28 Luglio 1943: a Londra, da una famiglia benestante, nasce Richard “Rick” Wright. Pianista autodidatta, appassionato del jazz di Chet Baker e Miles Davis, ma anche della musica modale indiana, mentre è iscritto alla facoltà di architettura di Cambridge conosce gli studenti Roger Waters e Nick Mason, con cui fonda il gruppo dei Sigma 6… Complesso che, dopo numerosi cambi di nome (Abdabs e Spectrum 5), e successivamente all’ingresso di Syd Barrett, nel 1965 prende il leggendario nome di Pink Floyd. Nei Floyd Rick rimarrà, in veste di tastierista, autore e cantante, fino al 1982, per poi riallacciare i rapporti nel 1988: in proprio ha inoltre realizzato tre dischi solisti.

29 Luglio 1968: a Carpi (Modena) nasce Stefano Bellotti, in arte Cisco. Cantante, studioso di folk music e appassionato di viaggi, nel 1992 incontra il gruppo combat-folk dei Modena City Ramblers, ancora alla ricerca di un contratto, e ne diviene il front man. Con i Modena realizza 9 album, e nel 2005 – lasciata la band emiliana – si mette in proprio: il suo percorso attraversa la canzone d’autore, la tradizione dei canti di lavoro e alcuni monologhi teatrali.

30 Luglio 2006: il magazine inglese a tematica LGBT “Attitude” pubblica la “Top 10″ degli album gay di tutti i tempi. Al primo posto, The Scissor Sisters, seguiti dagli Abba, Morrisey, Kylie Minogue, George Michael, Frankie Goes To Hollywood, Madonna, e David Bowie.

31 Luglio 1964: a Dundalk (Irlanda) vede la luce Jim Corr. Chitarrista, pianista, autore e arrangiatore, nel 1989 – dopo anni passati nei pub e nei club irlandesi – con le sorelle Caroline, Andrea e Sharon fonda un gruppo: grazie all’audizione per il film “The Commitments” conoscono il loro futuro manager, e nel 1994 i Corrs (questo il nome) firmano il primo contratto discografico. “Forgiven, Not Forgotten” è un successo mondiale, e propone i fratelli Corr come i più autentici interpreti del celtic rock.

1° Agosto 1942: a Oakland (California) nasce Jerome “Jerry” Garcia. Indirizzato al pianoforte dalla madre, si appassiona però alla chitarra e al banjo bluegrass: conosciuti i Mother McCree’s Uptown Jug Champions (dove militano Bob Weir e Ron McKernan) ne diviene il chitarrista… Il gruppo cambia nome in Warlocks, e la matrice bluegrass è abbandonata in favore di un rock che, grazie all’incontro con Ken Kesey e i suoi acid test, sarà a breve bollato come “psichedelico”, mentre il complesso muta ancora pelle: sono nati i mitici Grateful Dead. Simbolo per eccellenza della Summer of Love di Frisco, sono capaci di spaziare fra rock, folk, bluegrass, blues, country e jazz attraverso torrenziali performance live, in buona parte improvvisate. E Jerry è il leader, spirituale e artistico: con i Dead ha suonato in 2.318 concerti!

2 Agosto 1962: il giovane cantante folk Robert Allen Zimmermann si reca presso la Corte Suprema di New York per cambiare legalmente nome in Bob Dylan. L’origine dello pseudonimo pare sia da riferire al poeta Dylan Thomas ma come sempre, quando c’è di mezzo Dylan, nulla è sicuro: perché fra i nomignoli che gli frullavano in testa (alcuni dei quali ha anche usato) ci sono stati Robert Allen, Elstonn Gunn, Zimmy, Bobby Z e Blind Boy Grunt!

Tre film

Carissimi, prima di andarmene in vacanze – ah, finalmente! – vi racconto brevemente di tre film visti in tv… Anche perché di sale aperte, a Torino, ce ne sono ancora pochissime: e meno male che il ventesimo anniversario dell’apertura del Museo Nazionale del Cinema, sarebbe dovuto esser celebrato con iniziative a tema (“Torino città del Cinema 2020”)… E chissà il TFF se ci sarà e come sarà.

Va beh, bando alle tristezze, che di rimpianti e malinconie ce ne sono già troppe, e veniamo ai film; tre titoli, dicevo, senza uno straccio di denominatore comune che non sia il mio salotto, la mia tv e l’indispensabile compagnia di Giusi.

Pronti? Si va!

  • “Hollywood Party”: un classico dell’umorismo cinematografico, da più parti e fonti considerato il miglior film comico di sempre. La trama si racconta, realmente, in due righe: Hrundi V. Bakshi, un attore indiano (dell’India), che per distrazione ha appena distrutto un set, è invitato per sbaglio al party dell’inconsapevole produttore, e di gaffe in gaffe gli smonta la casa. La sceneggiatura dà modo a Blake Edwards di satireggiare sul mondo del cinema e del jet set californiano, e a Peter Sellers di spendersi in una serie di gag visive e mimiche che richiamano la commedia slapstick e la lotta con gli oggetti di Jacques Tati: e, sì, è spassoso vedere come il proverbiale granello di sabbia possa prima inceppare e poi sbriciolare dall’interno gli ingranaggi dell’alta società, oliati di perbenismo e vacuità. Un gran film, ok: ma non lo definirei “il miglior film comico di sempre” (gli preferisco, ad esempio, “Some Like It Hot” e “Young Frankenstein”). Vi sono sequenze che avrebbero potuto essere un po’ asciugate (quella con l’attore dei western, ad esempio), e altre avrebbero meritato più approfondimento: trovo inoltre che il finale (da quando entra l’elefantino, per intenderci) sia fuori tono, e interrompa con la sua cacofonia carnevalesca il lento fluire umoristico del film. Una nota di merito, ovviamente, allo strepitoso Peter Sellers (indimenticabile la gag con la scarpa, e le smorfie del “bisognino urgente” che non trova sfogo), e a Steve Franken, interprete del cameriere via via più ubriaco, e che in più occasioni ruba la scena a Sellers. Insopportabilmente insipido il canticchiare di Danielle De Metz, che ha la stessa potenza vocale di Viola Valentino, ma stupendo l’autociclo del buffo Bakshi, una “Morgan Tre Ruote” degli anni Venti. Didascalico il finale, con Bakshi che, alla faccia degli arricchiti yankee, riesce a conquistare la bella Claudine Longet. La Prima Ministra Indira Gandhi si disse orgogliosa della battuta con cui Bakshi risponde a un ospite grezzo e lascivo: “«Who do you think you are?» «In India we don’t think who we are, WE KNOW WHO WE ARE!». E mi viene il sospetto che Paolo Villaggio, per la scena della cena aziendale del rag. Fantozzi, abbia rubato più di un’idea a Blake Edwards.

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Domani avvenne: da lunedì 20 luglio 2020 a domenica 26 luglio

20 Luglio 1940: Billboard, rivista settimanale di annunci a tema spettacolo, pubblica la sua prima “Hit Parade”, ovvero la Music Popularity Chart, classifica dedicata alle canzoni più ascoltate. La pagina raccoglie tre liste separate: “Songs with most radio plays”, “National and regional best selling retail records”, e “Leading music machine records”. Il primo “numero uno” della storia è assegnato a “I’ll Never Smile Again” della Tommy Dorsey Orchestra (con alla voce un certo Frank Sinatra). E sono passati 80 anni!

21 Luglio 1987: per la Geffen esce “Appetite for Destruction“, album d’esordio della rock band Guns N’Roses. Prodotto da Mike Clink, e costato circa 370.000 dollari, ha venduto oltre 30 milioni di copie, ed è uno dei maggiori successi di tutti i tempi: la prima edizione, con un trucido quadro di Robert Williams in copertina, è subito ritirata e sostituita con quella raffigurante un tatuaggio di Axl Rose. Simbolo di un rock stradaiolo e sporco, grondante archetipi e chitarre ruggenti, presenta in scaletta hit come “Welcome to the Jungle”, “Paradise City”, “Sweet Child o’Mine” e “It’s so Easy”.

22 Luglio 1944: a Swindon (UK) nasce Rick Davies. Pianista autodidatta, a fine anni Sessanta – grazie al mecenate Stanley August Miesegaes – riesce a diventare musicista professionista, e incontra il cantante e chitarrista Roger Hodgson, con cui fonda i Supertramp. Nel celebre gruppo pop-rock Rick ricopre il ruolo di tastierista e cantante, oltre che di autore di una buona fetta del repertorio: ed è l’unico membro presente in tutte le sue mutevoli incarnazioni.

23 Luglio 1971: a Decatur (Illinois) vede la luce Alison Krauss. Bambina prodigio, a 5 anni suona il violino, a 8 partecipa a talent show locali e a 13 vince il campionato di fiddle bluegrass. Nel 1989 pubblica il suo album d’esordio, e a 19 anni vince un Grammy Award per la musica Old Time… Il primo di 27! Il suo talento al violino, unito a una voce angelica e a un sincero rispetto della tradizione, ne hanno fatto l’eroina moderna del bluegrass. Ma non sono mancati indovinati sconfinamenti in territori stranieri, come l’applaudito album in coppia con Robert Plant, “Raising Sand”.

24 Luglio 1965: “Mr Tambourine Man“, nella versione dei Byrds, raggiunge il primo posto della classifica britannica. Il pezzo – un (ancora) inedito di Bob Dylan – è portato in studio dal manager dei Byrds, Jim Dickson, con l’idea di giocarci un po’ su: ed è il classico colpo di fortuna che cambia la storia. Nelle mani di Crosby e soci il pezzo cambia veste: dal 2/4, il tempo si sposta su un beat in 4/4, e le chitarre inseriscono il jack. Successo mondiale, apre le porte al cosiddetto “folk rock”, su cui lo stesso Dylan, Paul Simon e Animals costruiranno le loro fortune.

25 Luglio 1983: a Los Angeles, a soli 58 anni, ci lascia Willa Mae “Big Mama” Thornton. Artista dalla mole imponente (1 metro e 82 per circa 130 chili!) e dalla straripante carnalità, e capace di un contralto cupo e ruggente, è l’unica, vera e credibile erede delle Red Hot Mamas. Al seguito di Johnny Otis pubblica classici teneri e impetuosi dell’espressionismo blues, come “They Call Me Big Mama” e “I Smell a Rat”, l’autografa “Ball and Chain” (proposta ai rocker da Janis Joplin) e il suo unico, sorprendente successo, “Hound Dog” (1953), riadattata da Presley nel 1956.

26 Luglio 1943: a Dartford (Kent, UK) nasce Michael Philip “Mick” Jagger. Beh, che dire… La storia del rock nella “sua satanica persona”! Oltre alla marea di canzoni scritte con il collega Keith Richards dei Rolling Stones, Mick ha avuto tre mogli (e ogni volta con una maggiore differenza di età!), otto figli, è bisnonno della piccola Ezra Key, ha recitato in una manciata di film e venne anche preso in considerazione per interpretare Alex in “A Clockwork Orange”.

Garage Rock: #1 – Le origini

Approfitto della recente recensione del disco dei Fuzztones per approfondire il discorso sul Garage Rock. E, per non essere troppo pesante, divido magnanimamente il mio intervento in tre parti, che vi proporrò con un debito intervallo di tempo.

Pronti? Si va!

Anyone can do it

Il percorso che conduce i Beatles, dalle rudi performance di Amburgo, ai raffinati giochi barocchi di “Sgt. Pepper”, è da alcuni interpretato come cinica furberia per accattivarsi i gusti (e i denari) del pubblico borghese. Per quasi tutta la critica – e chi scrive è d’accordo – si tratta, invece, di un esito forse non obbligatorio, ma senz’altro possibile per chi – come McCartney – è cresciuto ascoltando le Trad band e le canzonette vaudeville, per chi – come Harrison – cammin facendo ha scoperto una vocazione di autore sofisticato, per chi – come il Lennon di quel periodo – non ha la forza per imporre una visione differente, e per chi – come George Martin – è capace di sfornare contrappunti di archi e sferragliamenti honky-tonk senza il minimo sforzo.

Non necessariamente chiunque faccia musica deve affrontare la trasmutazione stilistica sperimentata dai Beatles o, prima ancora, da Presley: e, più di tutti, chi fin dall’esordio sa che avrà una carriera breve, da spolpare con la maggior ferocia possibile. Schiacciata fra il mito, ancora vivo, dei grandi del rock’n’roll, e l’affermarsi della British Invasion, una nuova generazione di dilettanti decide di imbracciare una chitarra elettrica, e sedersi dietro a una batteria: sarà quel che sarà, senza patemi o ambizioni. Continua a leggere “Garage Rock: #1 – Le origini”