Le nostre vacanze: un bel giro di Walser

Che poi cosa mai avranno in comune Lucio Dalla, i dialetti tedeschi, il metronomo, un’alluvione, un cappello piumato, i Pink Floyd, la lucanica e una tempesta di vento? Semplice, le nostre vacanze!

La prima tappa fu Alagna Val Sesia, sotto il Monte Rosa: con una montagna “selvatica”, che parte subito ripida, e sale in fretta, senza concedere nulla a comode passeggiate in falsopiano. Ma, in cambio, poca gente, tanto verde, un po’ di arte (cappellette devozionali ben affrescate praticamente ovunque), gente alla mano e un turismo di sostanza. E senza dimenticare il Sacro Monte di Varallo, visitato fra tuoni e fulmini (ma illuminare un po’ le cappelle, non se ne parla proprio?). Cosa interessante, l’alta Valle è il regno dei Walser: i discendenti di un gruppo di contadini di origine tedesca che, fra il 1200 e il 1300, calarono in Val Sesia per colonizzare le terre alte. I Walser si distinguono, ormai, solamente per i cognomi e il dialetto, di evidenti profumi tedeschi, e per le loro case, fra fienili e baite altoatesine. Negli ultimi anni qualcuno ha portato queste forme anche al cimitero dove – al posto della lapide – sbucano riproduzioni in miniatura (e rigorosamente in legno) della casa del proprietario, ormai de-cuius. Continua a leggere “Le nostre vacanze: un bel giro di Walser”

Canta che ti passa #3

Siamo tutti qui, e tutti insieme vogliam vedere… (i più vecchi sapranno per certo come continua la tiritera!)

Dunque, altri 2 giorni sono passati, e molte canzoni anche… Vediamo un po’ come è andata.

  • Lucio Dalla – “Q Disc“. Questo oggetto si inserisce a pieno titolo nel suo momento storico per un paio di motivi: 1) E’, fin dalla troppo simile copertina, una sorta di appendice al tritaclassifiche “Dalla” del 1980 (con l’avvento del più capace cd, questi 4 pezzi sarebbero potuti stare agevolmente nella scaletta dell’album); 2) E’ un Q-disc, una specie di Extended Play a 12 pollici, con quattro pezzi, e che “gira” a 33 giri, e che in quegli anni è facile trovare nelle rastrelliere dei negozi. Veniamo ora alle canzoni: si inizia con “Telefonami fra vent’anni”, una specie di supplemento scanzonato della recentissima “Futura”, si prosegue col blues esistenziale di “Madonna disperazione”, con la ritmata e biografica “Ciao a te”, e si termina con la rivisitazione jazz (ma “alla Lucio”, con clarinetto e scat) del classico “You’ve Got a Friend”. Un prodotto che si ascolta in poco più di una ventina di minuti: e che contiene un masterpiece assoluto come “Madonna disperazione” (ma nessuno che ne faccia una cover???), e che segna in modo indelebile il passaggio fra il “grande Dalla” (quello che va dal ’73 all’81) e il resto… Da “1983” in poi, Lucio scivola inesorabilmente verso un pop un po’ esangue e facilone, con pochi guizzi annegati in una marea di “Attenti al lupo” e simili. Ma qua siamo ancora in alto: da riscoprire.
  • David Gilmour & Friends – “A Momentary Lapse of Reason“. Beh, per essere il terzo disco solista di David non è male: il singolo “Learning to Fly” è arioso e leggero come dev’essere chi impara a volare, “One the Turning Away” sembra aver le carte in regola per proporsi come la nuova “Wish You Were Here” (testo a parte…), “Terminal Frost” è un bello strumentale con assolone incorporato, la conclusiva “Sorrow” è cupa il giusto… Bravo Davide! Ah, ma non è un disco di Gilmour, ma dei Pink Floyd? Caspita, a leggere i credits chi l’avrebbe mai detto? Bob Ezrin, Anthony Moore, John Carin, Phil Manzanera (ex Roxy Music), Pat Leonard: Gilmour evidentemente da solo non ce la fa… E i testi: soft, generici e ideologicamente tanto timidi da suscitare il ribrezzo dell’illustre fuoriuscito, il carissimo Rogerone nostro. Perché questo sarebbe l’album del ritorno dei Floyd post-Waters: ma, come subdolamente suggerivo, sembra solo e davvero il terzo di David. Il working title del disco (“Signs of Life”) fu abbandonato perché si sarebbe prestato a facili ironie: ma anche “Una momentanea perdita di raziocinio” non è male, per indicare un disco che ha tanti, ma tanti, ma tanti buchi, e che sembra più uno svarione che un progetto artistico.
  • The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column“. Eh, la meticolosità: non dico internet, che nell’80 non c’era, ma anche un’occhiata a un’enciclopedia avrebbe evidenziato che l’anarchico e rivoluzionario spagnolo da cui la band ha preso ispirazione si chiamava Buenaventura Durruti, e non Durutti! Ma pazienza… In fondo – con una o due “t” – il progetto fondato dal chitarrista inglese Vini Reilly funziona alla grande: una musica minimalista, principalmente strumentale, fra echi jazz, folk e classici. Piccoli acquerelli delicati e impressionistici, ma non esangui: scale “non rock” come le armoniche minori, sonorità ambientali, rimandi alla frippetronics di Robert Fripp: tutto si mischia e si intreccia in questa specie di musica da camera spartana, che tanto amata fu da Brian Eno (e ci credo) e anche da John Frusciante (e questa è una sorpresa). Dieci-tracce-dieci liquide e vellutate, e che ben possono dare colore e respiro al silenzio un po’ greve di queste giornate: cosa che non si può dire della abrasiva copertina originale, realizzata con una carta vetrata color sabbia.

Un abbraccio (virtuale) a tutti!

Abbiamo parlato di:

Lucio Dalla – “Q Disc” (RCA, 1981)

Pink Floyd – “A Momentary Lapse of Reason” (EMI, 1987)

The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column” (Factory, 1980)

L’ultima luna: #4 – Luna nuova

Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della Luna Nuova africana, distesa sul suo dorso

Cielo di Marzo di luna nuova
sogni di fortuna,
saggi ubriachi tra i fuochi accesi
a bruciar paure

E’ così che, dopo tre minuti buoni di sarabanda sonora, la PFM, rallentato il ritmo, intona il suo canto alla “Luna nuova“. Quella luna che non si vede ma che da sempre e ovunque è simbolo della chiusura di un cerchio e di un nuovo inizio, di rinnovamento e trasformazione. Il motivo iniziale, dal chiaro sapore barocco, è guidato dal violino; subito dopo entra il Moog e la band, lanciata dal flauto, propone il secondo tema, mentre Di Cioccio si scatena in tempi spezzati e coloriture ritmiche (eh si, Franz è uno dei pochi batteristi capaci davvero di emozionarmi…).

Dopo la pausa “lunare” del primo cantato, che accosta tradizioni rurali, vaghe mitologie e simbolismi, arriva una sezione autenticamente spaghetti-prog, in un solido 4/4: prologo al grandioso finale, costruito sulla ripresa dei due temi, condotta in un accelerando sempre più difficile e virtuosistico. Un pezzo di bravura, insomma, che riesce a coinvolgere col suo calore mediterraneo e con un notevole senso della melodia: la vera arma in più della PFM.

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