L’ultima luna: #4 – Luna nuova

Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della Luna Nuova africana, distesa sul suo dorso

Cielo di Marzo di luna nuova
sogni di fortuna,
saggi ubriachi tra i fuochi accesi
a bruciar paure

E’ così che, dopo tre minuti buoni di sarabanda sonora, la PFM, rallentato il ritmo, intona il suo canto alla “Luna nuova“. Quella luna che non si vede ma che da sempre e ovunque è simbolo della chiusura di un cerchio e di un nuovo inizio, di rinnovamento e trasformazione. Il motivo iniziale, dal chiaro sapore barocco, è guidato dal violino; subito dopo entra il Moog e la band, lanciata dal flauto, propone il secondo tema, mentre Di Cioccio si scatena in tempi spezzati e coloriture ritmiche (eh si, Franz è uno dei pochi batteristi capaci davvero di emozionarmi…).

Dopo la pausa “lunare” del primo cantato, che accosta tradizioni rurali, vaghe mitologie e simbolismi, arriva una sezione autenticamente spaghetti-prog, in un solido 4/4: prologo al grandioso finale, costruito sulla ripresa dei due temi, condotta in un accelerando sempre più difficile e virtuosistico. Un pezzo di bravura, insomma, che riesce a coinvolgere col suo calore mediterraneo e con un notevole senso della melodia: la vera arma in più della PFM.

Per nulla mediterranei e allegri, ma maestosi, romantici, rigorosi e lucidi come un teorema, sono i King Crimson di Robert Fripp. “Moonchild” è una ballata eterea, eseguita con chitarra e mellotron, accompagnata da lievi tocchi dei piatti della batteria, su cui la morbida voce di Greg Lake dispone un testo diafano e arcano:

Call her moonchild, dancing in the shallows of a river
Lovely moonchild, dreaming in the shadow of the willow
Il tempo pare essersi fermato, in questa notte senza dove e senza luce: la bambina della Luna, coperta da una lattea vestaglia, si aggira in un’atmosfera sospesa, fra fiumi, uccelli rapaci, tele di ragno e salici, in attesa di “un sorriso dal figlio del sole” (“Waiting for a smile from a sun child“)… Sembra di leggere una favola; o, come sostiene qualcuno, pagine dal romanzo “Moonchild” dell’occultista Aleister Crowley. La ballata è perfetta, nell’accompagnare il vagare della figlia della Luna: e raggiunge il sublime quando, terminata la parte cantata, affronta l’incontro fra i due esseri celesti… Dieci minuti rarefatti e impalpabili, costellati di cluster di chitarra, silenzi, tocchi di vibrafono e accenni percussivi. Una tessitura sonora più vicina al puntillismo che al rock: forse l’unico modo per narrare di un qualcosa oltre l’esperienza umana.

Scoprire che, nello stesso articolo, stavo per commentare due pezzi ispirati a/da Mr. Crowley, mi ha fatto riflettere sul significato della parola “caso”; oppure, più prosaicamente, ho avuto conferma che quando qualcuno deve attingere all’occulto, gira gira arriva a lui. E così accade agli Iron Maiden, in occasione del loro settimo album, “Seventh Son of a Seventh Son”: disco che travasa in ambito metal strutture, atteggiamento e temi tipici del Prog… E in cui troviamo, appunto, la passione per il favolistico e per le storie de paura. Il concept album della Vergine di Ferro narra della nascita di un bambino, “settimo figlio di un settimo figlio”, dotato di poteri soprannaturali e per questo conteso da Lucifero: storia che affonda le sue radici nel miti celtici, forse derivata dal romanzo “Seventh Son” di Orson Scott Card, e che sicuramente contiene elementi dal “Liber Samekh” di Aleister Crowley.

L’opening track dell’album si intitola, pensa un po’, “Moonchild” (si vede che i figli della luna piacciono, ai narratori rock…). Dopo un prologo di voce e chitarra acustica, seguito da un riff di synth, il pezzo – sollecitato da alcuni stacchi imperiosi della band – esplode improvvisamente, veloce e martellante, sorretto dal canto teatrale e maligno di Bruce Dickinson, che – impersonando il re dei demoni – minaccia di strappare il nascituro alla madre:

I am he, the bornless one
The fallen angel watching you […]
Moochild, open the seven seal
Moochild, you’ll be mine soon child

Il basso di Harris cavalca e dipinge linee fantasiose, il ritornello è memorabile, e gli assolo si risolvono in una sfida di alta tecnica a melodia: un grande attacco per un disco che è da considerare fra i capolavori della band, e che all’epoca, per le sue novità, fece scalpore. E che ci riporta al tema iniziale: la luna nuova e la gestazione. Un momento d’attesa, una sospensione nel battito dell’infinito: una pausa nel tepore primaverile, (PFM), un incontro astrale (King Crimson) o una nascita soprannaturale (Iron Maiden). Il nostro Lucio Dalla, uno degli artisti più ispirati della Penisola, non si sottrae al confronto, e spariglia le carte: con la sua “L’ultima luna” inventa una parabola ironica, surreale e molto terrena che, attraverso un febbrile conto alla rovescia, dalla settima luna giunge fino all’ultima, e alla morale finale.

Accompagnato da un’incalzante progressione di arrangiamento, che ha il climax nel notevole assolo di Ricky Portera, Dalla attraversa i territori dell’allegoria, del paradosso (l’angelo che bestemmia) e della citazione grottesca (il “signore che con la morte giocava a biliardino” potrebbe alludere al cavaliere che gioca a scacchi con la Nera Signora ne “Il Settimo Sigillo”). Una Desolation Row dalliana, abitata da sciagurati e figure borderline (il barbone che ride e tocca il culo alla signora), dagli orrori della storia recente (la fila di prigionieri) e da nevrosi metropolitane (“molti andarono in banca a far qualche operazione“), al cui termine c’è il futuro. Un avvenire da cui l’ottimistico Lucio, in questi anni, è particolarmente affascinato (vedi “Futura” e “Telefonami fra vent’anni”): un futuro che veste i panni di un bambino appena nato che, prendendo la luna fra le mani – e con essa tutto il passato – vola via, e apre le porte a un domani tutto da scoprire e vivere.

***   ***   ***   ***   ***   ***   ***   ***

In questa vita i dolori sono tanti, e tante le assurdità da sopportare: ma nulla è per sempre.

Un ciclo termina, e un altro inizia.

 

Abbiamo parlato di:

PFM – “La luna nuova” (Pagani, Mussida, Premoli) – Tratto dall’album “L’isola di niente” (1974, Numero Uno)

King Crimson – “Moonchild” (Sinfield, Fripp, McDonald, Lake, Giles) – Tratto dall’album “In the Court of the Crimson King” (1969, Atlantic Records)

Iron Maiden – “Moonchild” (Smith, Dickinson) – Tratto dall’album “Seventh Son of a Seventh Son” (1988, EMI)

Lucio Dalla – “L’ultima luna” (Dalla) – Tratto dall’album “Lucio Dalla” (1979, RCA)

 

Se sei interessato al tema “Cinema & Luna”, dai un’occhiata al blog degli amici de L’Ultimo Spettacolo, nella sezione “Fly Me to the Moon”!

Il nostro viaggio fra canzoni e fasi lunari, invece, continua nella prossima e ultima puntata… In onda, ovviamente, il 20 Luglio

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