Nanker Phelge: chi era costui?

Il Nome delle Pietre

Nell’eterna querelle Beatles-Rolling Stones (che ormai ha assunto toni decisamente bonari) c’è un punto, che depone inequivocabilmente a favore dei sorridenti quattro: avere, da subito, debuttato con un brano autografo (“Love Me Do”). Non così per gli Stones: nella quarantina di pezzi pubblicati fra il ’63 e il ’65, la prestigiosa sigla “Jagger-Richards” compare appena sette volte. Il resto è fatto da cover RNB americane, da un prezioso omaggio di Lennon/McCartney, e da una decina di brani con una strana firma: “Nanker Phelge”.

Me ne accorgo scorrendo i credits dell’esauriente raccolta “Singles Collection – The London Years”, che copre il periodo Decca dal ’63 al ’70: quello, per intenderci, degli Stones di Brian Jones. “Toh, sarà un qualche Carneade del blues americano”, mi dico: uno di tanti misconosciuti autori di pelle nera, di cui le Pietre erano entusiasti e fedeli saccheggiatori. Ma, dopo un’occhiata alle note, scopro la più prosaica delle verità: “Nanker Phelge” è un nome di fantasia, usato per i pezzi scritti da tutta la band (Ian Stewart compreso, il “sesto Stone”), con la (finta) collaborazione del manager Andrew Loog Oldham.

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