I miei dischi dell’anno #4 – Il 1991

Pian piano i mesi passano, la rubrica “I miei dischi dell’anno” avanza, e ci avviciniamo ai giorni nostri… Anche se fa un po’ ridere parlare di “giorni nostri” navigando nel 1991! Sarà perché sono gli anni in cui avevo anche io una chitarra in mano, ma – senza retorica – mi sembra davvero ieri.

Come al solito, vi propongo un estratto dalle classifiche ufficiali di vendita, e le mie integrazioni “fuori menù”, esposte in ordine assolutamente casuale. 🙂

Qualche annotazione:

  • Al di là dell’Atlantico, nei singoli domina il rock ottimistico del canadese Bryan Adams, con la sua “(Everything I Do) I Do It for You“. Negli album vince invece la voce straordinaria di Mariah Carey, che col suo omonimo album di debutto (quattro milioni le copie vendute) spazza via la concorrenza, e inaugura una carriera dalla pazzesca fortuna commerciale;
  • In Inghilterra, invece… Invece niente, perché anche qui si afferma nella gara del piccolo formato Bryan Adams! E i Queen, sull’onda dell’addio alla vita di Freddie Mercury, riportano in classifica “Bohemian Rhapsody”. Nei 33 giri – e questa volta l’avverbio “invece” ci sta tutto – vende più di tutti il corretto soul dai capelli rossi dei Simply Red, con “Stars“;
  • I fuori menù, ovviamente, sono la cosa più interessante! La parte del leone tocca al pre-grunge, al grunge, al quasi grunge e al vorrebbe-essere-grunge: escono infatti il debutto dei Pearl Jam, lo storico “Nevermind” dei Nirvana, il fenomenale live di Neil YoungWeld” (che da qui in poi sarà insignito del titolo di padre putativo del grunge), l’omonimo album del supergruppo Temple of the Dog, gli Screaming Trees… E tante altre cose interessanti che col grunge c’entrano poco o nulla: un po’ di neopsichedelia (Spacemen 3, Mercury Rev, Dogbowl), il Gangsta Rap di Ice-T, il Trip Hop dei Massive Attack, il neo-Freak dei Primus, e gli attacchi noise e brutali di Fugazi, Melvins, Kyuss e Jesus Lizard.
  • E poi abbiamo i fuoriclasse: quelli che conciliano vendite milionarie e rock di assoluto livello, come gli U2 di “Achtung Baby“, i R.E.M. di “Out of Time“, i Queen di “Innuendo“, i Red Hot Chili Peppers e i Metallica… Oltre a Sting, Lenny Kravitz e al primo capitolo delle preziosissime pepite d’archivio di Mr. Dylan.
  • Menzione, infine, per due curiosità tutte italiane: nei singoli troviamo al primo posto il divertente tormentone pseudo-rap “Rapput” di Claudio Bisio e Rocco Tanica (che, al giorno d’oggi, sarebbero impalati per sessismo…), e in buona posizione – piaccia o meno ammetterlo – “Ti spacco la faccia” del… Gabibbo 😦

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I miei dischi dell’anno #3 – Il 1981

Ciao a tutti. Eccoci al terzo appuntamento di questa rubrica: con un balzo, dal 1971, siamo ora nel 1981, giusto giusto 40 anni fa. E, per inciso, il primo di questi “appuntamenti decennali” che (tredicenne) mi abbia visto ascoltatore cosciente, anche se un po’ approssimativo: per cui, spulciando le classifiche di quel 1981, e sgattando negli archivi, qualche memoria è tornata a vibrare.

Come al solito, vi propongo un estratto dalle classifiche ufficiali di vendita, e le mie integrazioni “fuori menù”: va da sé, proposte dopo profonde meditazioni, ed esposte in ordine assolutamente casuale. 🙂

Qualche breve annotazione è dovuta:

  • Al di là dell’Atlantico, nei singoli domina Kim Carnes e la sua “Bette Davis Eyes“… Bella signora bionda dalla voce roca, Kim, tanto da esser definita “il Rod Stewart in gonnella”! Negli album vince invece l’insopportabile soft rock dei REO Speedwagon, che piazza oltre 10 milioni di copie;
  • In Inghilterra, invece, tocca al synth pop degli Human League imporsi nel piccolo formato; mentre gli Lp vedono nella parte del leone la new wave dal look piratesco di Adam Ant;
  • I fuori menù, ovviamente, straboccano di roba particolarmente gustosa: ska, metal, punk-jazz, vecchi leoni e nuove leve, world music, post punk, psychobilly, industrial, avanguardia… E, ahimè, anche di fenomeni deteriori e di puro consumo come il pop più melenso, il glam metal dei Mötley Crüe, il cosiddetto “AOR” (adult-oriented rock) dei REO Speewagon, la disco clownesca degli Starsound… Mi faranno pure ribrezzo, ma – piaccia o meno – anche loro fanno parte della storia, e meritano la citazione;
  • Il 1981, infine, è anche l’anno del debutto di MTV… L’era della “musica da vedere” è ufficialmente aperta.

 

Ed ora, ecco gli elenchi! Continua a leggere “I miei dischi dell’anno #3 – Il 1981”

I miei dischi dell’anno #2 – Il 1971

Dopo la scorsa puntata, dedicata al 1961, ci spostiamo in avanti di dieci anni… E sembra passato un secolo! Nel 1971 la musica rock ha assunto una dimensione sua, ben precisa, forgiata nel formidabile biennio 1965-’67, e capace di differenziarsi in infinite diramazioni stilistiche… Di cui le classifiche, come sempre, non danno che parziale riscontro. Per fortuna che Chiccoconti integra con i suoi “fuori menù”!

Ma questa volta sono cazzi: perché nel ’71 è uscita una marea di cose, sia interessanti, sia epocali, sia semplicemente “seminali” (di quelle, insomma, che hanno venduto si e no diecimila copie, magari quasi inascoltabili, ma che hanno creato qualcosa che prima non esisteva). Perdonate, ma meno di 45 titoli non riesco proprio a selezionare: mi sono comunque impegnato a fare una Top 15, seguita da un “tutti insieme appassionatamente” per i rimanenti. E, alla domanda “ma cosa ti piace”, rispondo (e dico la verità): TUTTO! (Ma metto un “*” a quelli che proprio mi fanno sbrodolare!) Continua a leggere “I miei dischi dell’anno #2 – Il 1971”

Il primo cantautore: Tom Paxton

Dave Van Ronk, personaggio simbolo e alfiere del Folk Revival, per certi versi è anche l’ultimo della vecchia guardia: non tanto per ragioni anagrafiche, ma per attitudine e disposizione artistica. Il suo sguardo musicale è infatti soprattutto rivolto al passato, attraverso un lavoro che è principalmente di riscoperta e attualizzazione, e solo raramente di nuova scrittura.

Il primo folk singer a proporsi come autore autonomo, e ad aprire la strada alla nuova generazione, è il coetaneo Tom Paxton (1937): un ragazzo che ha incontrato il folk dei cowboy nei ranch dell’Arizona e dell’Oklahoma, e che poi – come tanti altri – ha scoperto la lezione civile e musicale di Woody Guthrie e di Pete Seeger, diventandone fedelissimo discepolo.

Arrivato a New York, si sistema al Greenwich Village, e trova ospitalità al Gaslight Cafe: quando si accorge che il pubblico presta più attenzione alle sue canzoni che alle ballate tradizionali, si mette al lavoro in modo assiduo per inventarne ogni giorno di nuove, e creare un repertorio autonomo.

Beh, si dirà, che c’è di strano? Bisogna per un attimo entrare nel modo di pensare dell’epoca, e della comunità folk, per capire la portata della sua proposta. Quando un cantante folk voleva proporre un proprio pezzo, si trovava in difficoltà: le accuse di protagonismo o di immodestia, di volersi misurare con le grandi e insuperabili voci del passato, erano sempre dietro l’angolo. La soluzione più comune era anche la più improbabile: nascondere la reale paternità e fingere che il pezzo fosse un non ben specificato “traditional”, scovato chissà dove. Paxton, invece, se ne frega, e ci dà dentro: quando Dylan non osa ancora inserire più di due-tre brani di propria penna in un’intera serata, Paxton ne mette in fila almeno una decina. E’ quindi Paxton – e non Dylan – a inventare il mestiere del cantante-autore folk moderno!

Durante la permanenza al Village, Tom conquista il rispetto di tutti, pubblico e compagni d’avventura: con una buona dose di sicurezza e orgoglio, nel ’62 autoproduce un lp registrato live al Gaslight Cafe, significativamente intitolato “I’m the Man That Built the Bridges”, mentre le sue canzoni iniziano a fare capolino nelle riviste specializzate “Sing out!” e “Broadside”, diventando parte del repertorio comune.

La popolarità di Paxton supera per la prima volta i confini del Village nel ’63, quando durante la reunion dei Weavers, Pete Seeger propone al pubblico due sue canzoni: atto che apre la strada a partecipi cover di Bob Dylan, Pete Seeger, Peter, Paul and Mary, Joan Baez e The Kingston Trio. Nel 1964 Paxton firma per la Elektra Records, e affronta il suo primo tour oltre Atlantico, in Inghilterra.

Il canzoniere di Paxton è molto vario e diversificato, ma il suo punto forte sono le topical songs. La guerra (“Jimmy Newman”), il difficile reinserimento dei reduci (“My Son John”), gli orrori della segregazione (“Beau John” e “Goodman, Schwerner and Chaney”), l’olocausto (“Train for Auschwitz”), la guerra (“Talking Vietnam Potluck Blues”) e altri piccoli e grandi eventi politici e sociali: questi sono gli argomenti che Tom ama descrivere, e mettere in musica. Canzoni come “Bottle of Wine”, “Rambin’ Boy” e “The Last Thing on My Mind” diventano standard eseguiti in tutto il mondo e in varie lingue… Va da sé, senza procurare mai uno straccio di Top10 al loro autore: destino beffardo, per chi ha praticamente inventato dal nulla il mestiere del cantastorie moderno… E che, con grande ostinazione, continua ancora oggi a sfornare dischi (siamo arrivati al 63° album!) e concerti. Negli ultimi anni la sua penna si è di volta in volta occupata della guerra in Bosnia, degli attentati dell’11 Settembre, e della crisi dei mutui subprime :sempre, s’intende, in compagnia della sua fedele chitarra.

Certo, le sue canzoni sono pienamente “folk”, poco arrangiate, essenziali e… hanno quasi 60 anni! Chi cerca chitarre elettriche, batteria o voci sgolate è meglio che se le tolga dalla testa: ma, per chi avesse voglia di tornare alle radici, e immergersi nelle atmosfere fumose di un folk club del magico Greenwich Village, troverà nel vecchio Tom la guida giusta… La migliore della città.