I miei dischi dell’anno #2 – Il 1971

Dopo la scorsa puntata, dedicata al 1961, ci spostiamo in avanti di dieci anni… E sembra passato un secolo! Nel 1971 la musica rock ha assunto una dimensione sua, ben precisa, forgiata nel formidabile biennio 1965-’67, e capace di differenziarsi in infinite diramazioni stilistiche… Di cui le classifiche, come sempre, non danno che parziale riscontro. Per fortuna che Chiccoconti integra con i suoi “fuori menù”!

Ma questa volta sono cazzi: perché nel ’71 è uscita una marea di cose, sia interessanti, sia epocali, sia semplicemente “seminali” (di quelle, insomma, che hanno venduto si e no diecimila copie, magari quasi inascoltabili, ma che hanno creato qualcosa che prima non esisteva). Perdonate, ma meno di 45 titoli non riesco proprio a selezionare: mi sono comunque impegnato a fare una Top 15, seguita da un “tutti insieme appassionatamente” per i rimanenti. E, alla domanda “ma cosa ti piace”, rispondo (e dico la verità): TUTTO! (Ma metto un “*” a quelli che proprio mi fanno sbrodolare!)

Prima degli elenchi, qualche annotazione:

  • Negli album fuori menù, notiamo la presenza di alcuni generi e star ormai consolidati (Stones, Who, Led Zep, gli ex Beatles, le delizie mistico-psichedeliche di Crosby e Palmer, il Prog Rock in tutte le sue declinazioni, il rock blues più o meno hardeggiante… e sono tutti capolavori) e di altri di nuovo conio (come il Krautrock dei Can, la tetra musique concrète dei Faust, il jazz-rock dei Weather Report, la fusion della Mahavishnu Orchestra e il ruggente space rock degli Hawkwind): davvero un periodo benedetto dagli Dei!
  • Alla faccia di Led Zeppelin e Who, con le loro “Stairway to Heaven” e “Baba O’Riley“, l’album più celebrato negli States è  però “Jesus Christ Superstar“… Ma, attenzione: NON la colonna sonora (quella arriverà solo nel 1973), ma un “album musical” tratto dall’omonima Rock Opera, prima che fossero realizzati film e pièce teatrale. Gli autori sono gli immensi Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, e nel cast troviamo Murray Head, e il futuro Deep Purple Ian Gillan… Roba buona!
  • In Inghilterra, invece, è il duo Simon & Garfunkel, col loro quinto e ultimo album, “Bridge over Troubled Water“, a piazzarsi saldamente in vetta: in scaletta, oltre alla title track, “El Còndor Pasa” e “The Boxer”. E occhio: il disco è del ’70, ma vende a palate per tre anni consecutivi, facendo il picco proprio nel ’71.
  • Fra i singoli americani, si fa notare una band molto particolare: i Three Dog Night. Un gruppo di professionisti abilissimi ad azzeccare cover di successo, trainando sotto i riflettori autori “minori” come Laura Nyro, Randy Newman, Larry Nilsson e Hoyt Axton… E alla cui souleggiante “Joy to the World” regalano una bella paccata di vendite!
  • Nei singoli “fuori menù” inglesi ho voluto inserire un atto dovuto (il rock frikkettone di Marc Bolan e dei suoi T. Rex) e due curiosità. La prima riguarda l’orribile “Chirpy Chirpy, Cheep Cheep” degli scozzesi Middle of the Road: un esempio deteriore di bubblegum music di difficile digeribilità ma (ahimè) di grande fortuna commerciale; la seconda è la buffa “Ernie” del comico Benny Hill, di cui tutti ricordiamo gli scollacciati filmati slapstick, e che sbancò le classifiche per tutto Dicembre.
  • Infine, una rapidissima occhiata al Belpaese!

Ed ora, gli elenchi!

Stati Uniti

Singolo best selling: Three Dog Night – “Joy to the World’

I miei singoli fuori menù:

  1. John Lennon – “Imagine
  2. Rolling Stones – “Brown Sugar
  3. Bill Withers – “Ain’t No Sunshine
  4. Rod Stewart – “Maggie May
  5. George Harrison – “My Sweet Lord

Album best selling: Vv.Aa. – “Jesus Christ Superstar

Regno Unito

Singolo best selling: George Harrison – “My Sweet Lord

I miei singoli fuori menù:

  1. T. Rex: “Get It On
  2. Benny Hill – “Ernie (The Fastest Milkman in the West)
  3. Middle of the Road – “Chirpy Chirpy, Cheep Cheep

Album best selling: Simon & Garfunkel – “Bridge over Troubled Water”

I miei album fuori menù (USA + Regno Unito)

La Top 15

  1. David Crosby – “If I Could Only Remember My Name” (*)
  2. Can – “Tago Mago
  3. Led Zeppelin – “IV” (*)
  4. Bruce Palmer – “The Cycle Is Complete” (*)
  5. Marvin Gaye – “What’s Going On
  6. The Allman Brothers Band – “At Fillmore East” (*)
  7. The Rolling Stones – “Sticky Fingers” (*)
  8. Faust – “Faust
  9. Van der Graaf Generator – “Pawn Hearts
  10. Nick Drake – “Bryter Layter
  11. The Who – “Who’s Next” (*)
  12. Pink Floyd – “Meddle” (*)
  13. Funkadelic – “Maggot Brain
  14. Genesis – “Nursery Cryme
  15. Serge Gainsbourg – “Histoire de Melody Nelson

...E, in ordine sparso:

  • John Lennon – “Imagine
  • Joni Mitchell – “Blue
  • Janis Joplin – “Pearl
  • ZZ Top – “First Album
  • Mountain – “Nantucket Sleighride
  • Carole King – “Tapestry” (*)
  • James Taylor – “Mud Slide Slim and the Blue Horizon
  • Jethro Tull – “Aqualung
  • Leonard Cohen – “Songs of Love and Hate” (*)
  • Caravan – “In the Land of Grey and Pink” (*)
  • Weather Report – “Weather Report
  • The Doors – “L.A. Woman
  • Paul & Linda McCartney – “Ram
  • Emerson, Lake & Palmer – “Tarkus
  • Peter Hammill – “Fool’s Mate
  • Gentle Giant – “Acquiring the Taste
  • Deep Purple – “Fireball” (*)
  • Mahavishnu Orchestra – “The Inner Mounting Flame” (*)
  • T. Rex – “Electric Warrior
  • Santana – “Santana III” (*)
  • Yes – “Fragile” (*)
  • Cat Stevens – “Teaser and the Firecat
  • Hawkwind – “In Search of Space” (*)
  • The Jeff Beck Group – “Rough and Ready
  • Sly and the Family Stone – “There’s a Riot Goin On
  • Grand Funk Railroad – “E Pluribus Funk
  • Emerson, Lake & Palmer – “Pictures at an Exhibition
  • King Crimson – “Islands” (*)
  • David Bowie – “Hunky Dory
  • George Harrison – “The Concert for Bangladesh

In Italia, intanto…

Singolo best selling: Lucio Battisti – “Pensieri e parole

I miei singoli fuori menù:

  1. Joan Baez – “The Ballad of Sacco and Vanzetti
  2. Bruno Lauzi – “Amore caro amore bello
  3. Lucio Dalla – “4/3/1943

Album best selling: Charles Aznavour – “E fu subito Aznavour

I miei album fuori menù:

  1. Fabrizio De André – “La buona novella
  2. Lucio Battisti – “Amore e non amore
  3. New Trolls – “Concerto grosso per i New Trolls

 

Ci vediamo nel futuro!

Il primo cantautore: Tom Paxton

Dave Van Ronk, personaggio simbolo e alfiere del Folk Revival, per certi versi è anche l’ultimo della vecchia guardia: non tanto per ragioni anagrafiche, ma per attitudine e disposizione artistica. Il suo sguardo musicale è infatti soprattutto rivolto al passato, attraverso un lavoro che è principalmente di riscoperta e attualizzazione, e solo raramente di nuova scrittura.

Il primo folk singer a proporsi come autore autonomo, e ad aprire la strada alla nuova generazione, è il coetaneo Tom Paxton (1937): un ragazzo che ha incontrato il folk dei cowboy nei ranch dell’Arizona e dell’Oklahoma, e che poi – come tanti altri – ha scoperto la lezione civile e musicale di Woody Guthrie e di Pete Seeger, diventandone fedelissimo discepolo.

Arrivato a New York, si sistema al Greenwich Village, e trova ospitalità al Gaslight Cafe: quando si accorge che il pubblico presta più attenzione alle sue canzoni che alle ballate tradizionali, si mette al lavoro in modo assiduo per inventarne ogni giorno di nuove, e creare un repertorio autonomo.

Beh, si dirà, che c’è di strano? Bisogna per un attimo entrare nel modo di pensare dell’epoca, e della comunità folk, per capire la portata della sua proposta. Quando un cantante folk voleva proporre un proprio pezzo, si trovava in difficoltà: le accuse di protagonismo o di immodestia, di volersi misurare con le grandi e insuperabili voci del passato, erano sempre dietro l’angolo. La soluzione più comune era anche la più improbabile: nascondere la reale paternità e fingere che il pezzo fosse un non ben specificato “traditional”, scovato chissà dove. Paxton, invece, se ne frega, e ci dà dentro: quando Dylan non osa ancora inserire più di due-tre brani di propria penna in un’intera serata, Paxton ne mette in fila almeno una decina. E’ quindi Paxton – e non Dylan – a inventare il mestiere del cantante-autore folk moderno!

Durante la permanenza al Village, Tom conquista il rispetto di tutti, pubblico e compagni d’avventura: con una buona dose di sicurezza e orgoglio, nel ’62 autoproduce un lp registrato live al Gaslight Cafe, significativamente intitolato “I’m the Man That Built the Bridges”, mentre le sue canzoni iniziano a fare capolino nelle riviste specializzate “Sing out!” e “Broadside”, diventando parte del repertorio comune.

La popolarità di Paxton supera per la prima volta i confini del Village nel ’63, quando durante la reunion dei Weavers, Pete Seeger propone al pubblico due sue canzoni: atto che apre la strada a partecipi cover di Bob Dylan, Pete Seeger, Peter, Paul and Mary, Joan Baez e The Kingston Trio. Nel 1964 Paxton firma per la Elektra Records, e affronta il suo primo tour oltre Atlantico, in Inghilterra.

Il canzoniere di Paxton è molto vario e diversificato, ma il suo punto forte sono le topical songs. La guerra (“Jimmy Newman”), il difficile reinserimento dei reduci (“My Son John”), gli orrori della segregazione (“Beau John” e “Goodman, Schwerner and Chaney”), l’olocausto (“Train for Auschwitz”), la guerra (“Talking Vietnam Potluck Blues”) e altri piccoli e grandi eventi politici e sociali: questi sono gli argomenti che Tom ama descrivere, e mettere in musica. Canzoni come “Bottle of Wine”, “Rambin’ Boy” e “The Last Thing on My Mind” diventano standard eseguiti in tutto il mondo e in varie lingue… Va da sé, senza procurare mai uno straccio di Top10 al loro autore: destino beffardo, per chi ha praticamente inventato dal nulla il mestiere del cantastorie moderno… E che, con grande ostinazione, continua ancora oggi a sfornare dischi (siamo arrivati al 63° album!) e concerti. Negli ultimi anni la sua penna si è di volta in volta occupata della guerra in Bosnia, degli attentati dell’11 Settembre, e della crisi dei mutui subprime :sempre, s’intende, in compagnia della sua fedele chitarra.

Certo, le sue canzoni sono pienamente “folk”, poco arrangiate, essenziali e… hanno quasi 60 anni! Chi cerca chitarre elettriche, batteria o voci sgolate è meglio che se le tolga dalla testa: ma, per chi avesse voglia di tornare alle radici, e immergersi nelle atmosfere fumose di un folk club del magico Greenwich Village, troverà nel vecchio Tom la guida giusta… La migliore della città.

I miei dischi dell’anno #1 – Il 1961

Inizia oggi una nuova rubrica dedicata all’esame (sommario) delle uscite discografiche americane e inglesi di quegli anni che fanno “cifra tonda” con quello in corso…. Sì, è spiegato male: in parole povere, nel 2021 vi proporrò una panoramica a volo d’uccello sulle uscite del 1961, 1971, 1981, e così via.

Così, giusto per scoprire cosa piaceva (e vendeva) allora: e per ribadire che non sempre la classifica premia dischi o canzoni diventate poi dei classici, o dei momenti di svolta. A correttivo della Top One “ufficiale”, ho infatti deciso di inserire (a mio insindacabile giudizio, e in ordine di gradimento!) anche un breve elenco di titoli fuori menù che – magari snobbati dalle chart – si sono poi rivelati “importanti”, o che sono semplicemente di mio gusto. Liberi, ovviamente, di dire la vostra: anzi, aspetto suggerimenti.

Pronti? Si va! Continua a leggere “I miei dischi dell’anno #1 – Il 1961”

Dreadrocks – Il reggae delle nebbie

Per ricordare che gli anni Sessanta, in Inghilterra, non furono solo Beatles, Who e Rolling Stones…

Fumo di Londra

La nostra storia inizia al Flamingo Club, circolo a gestione familiare aperto nel 1952 a Wardour Street (Soho) con l’idea di dare al jazz quel che merita: e, cioè, un posto lontano dalla sciatta ordinarietà delle sale da ballo Trad, piacevole, ben attrezzato e altrettanto ben frequentato. L’intuizione è corretta, e premiata dal credito che artisti di primissimo ordine – come Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald e Billie Holiday – riservano al club, onorandolo della loro stellare presenza.

Ma figurati se una cosa così pulitina e perbene può resistere all’incombere degli anni Sessanta. Nel ’59 il locale è rilevato da Rik Gunnell, ex-pugile e buttafuori di nightclub: gestione che trasforma il Flamingo in uno dei posti più tenebrosi della città. In questo covo, aperto regolarmente fino all’alba, è facile incontrare gangster, prostitute e faccendieri di ogni tipo: fra una rissa, occhiate feroci e whisky versato in abbondanza, la musica scorre imperterrita… E, come un habitué molesto di cui ci si vuol disfare al più presto, il jazz da ballo è messo alla porta dai nuovi avventori: i soldati americani di stanza a Londra, e gli operai giamaicani, che dopo il catastrofico uragano del ’44 e la crisi, hanno trovato nell’Inghilterra postbellica un posto dove iniziare da capo.

A Londra, i nuovi arrivati occupano i sobborghi di Brixton, Tottenham, Hackney e Croydon: le strade sono improvvisamente invase dai sound system – feste permanenti con impianti di amplificazione colossali – guidati da aggressivi dj, che spargono ininterrottamente e al massimo volume suoni e vibrazioni. Continua a leggere “Dreadrocks – Il reggae delle nebbie”

Il Doo-Wop

Do wop de wadda bom-bom

1954, Ottobre: i Penguins, di New York, per il loro debutto hanno scelto “Hey Señorita”, un brillante rhythm’n’blues vocale: ma succede una cosa strana. Il pubblico radiofonico, incoraggiato dal disc jockey Alan Freed, inizia a richiedere con maggiore insistenza la B-side, “Earth Angel”. Canzone quanto mai sconcertante: il testo – basato su un’ipnotica ripetizione del titolo – non ha alcun spessore, il pianista non fa altro che ripetere lo stesso accordo a tempo di terzina, il solista ha un timbro sdolcinato e frivolo, e i non-sense onomatopeici muovono al ridicolo. La critica insorge: ma nulla arresta l’ascesa del disco nelle classifiche. Attenzione, in entrambe le classifiche (primo posto nella chart rhythm’n’blues e ottavo in quella pop).

E non è un caso isolato. Scritta dai Chords di New York, e scelta come B-side della cover “Cross Over The Bridge” (Marzo 1954), “Sh-Boom” sale a sorpresa al secondo posto sia della graduatoria rhythm’n’blues che di quella pop; i Crows, quartetto vocale di Harlem, investono tutto sul lento “I Love You So”, ma è il retro, la brillante e autografa “Gee”, a scalare le classifiche; identica sorte tocca ai Charms – la cui “Hearts of Stone” (1954) monopolizza la hit parade afroamericana, e approda nella classifica pop nella versione delle Fontaine Sisters – e agli Spaniels, che raggiungono la notorietà “bicolore” con “Baby It’s You” (1953) e con “Goodnite Sweetheart, Goodnite” (1954) [1]. Il segnale è chiaro: esiste una canzone che i produttori non “vedono”, ma che – messa alla prova dei fatti – è immediatamente portata al successo; ed esiste un nuovo mercato trasversale, segmentato non più su base razziale, ma su criteri anagrafici. Continua a leggere “Il Doo-Wop”