Lo Zydeco

Alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, la Cajun music deve affrontare un’importante snodo: le grandi sale da ballo stanno passando di moda, mentre la vitalità della musica nera sta gradualmente conquistando terreno e contagiando tutti i generi moderni. È ora di affrontare la questione, e riconoscere che sotto la propria pelle si agita il ritmo dell’Africa: è il momento, in parole povere, dello Zydeco.

Lo Zydeco ricalca buona parte del repertorio Cajun, ne ripete le abitudini linguistiche (l’idioma preferito resta, almeno nei primi anni, il francese), e conferma la vocazione di musica da ballo: ma, rispetto alla tradizione, attribuisce maggior peso specifico agli elementi caraibici e afroamericani. Le influenze blues e rhythm’n’blues si fanno sentire soprattutto nell’approccio e nel sound (più aggressivi), nella strumentazione (dove, a fianco dell’accordion, compaiono anche batteria e chitarra elettrica) e nelle linee melodiche, che si colorano di blue note.

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Dick Dale: cavalcando l’onda

Tre giorni fa, il 16 Marzo, è mancato Dick Dale, uno dei pionieri della chitarra Surf.

Pubblichiamo, in suo omaggio, un estratto a tema da “Il Grande Viaggio”

Cinema surf, feste surf, cultura surf, e sport surf: potrebbe mai non svilupparsi una “musica surf”? Sulle affollatissime piste dell’Orange County [1] – la più famosa in assoluto è il Rendezvous Ballroom di Balboa – iniziano a esibirsi gruppi di adolescenti, innamorati degli strumentali di Link Wray, dei Ventures e di Duane Eddy, e del loro stravagante sound. I pezzi che vanno per la maggiore sono quasi sempre cover di successo, come “Let there be drums” di Sandy Nelson, “Walk don’t run” dei Ventures, il vecchio shuffle “Honky tonk” di Bill Doggett, “Sitck shift” dei Duals, “Hideaway” di Freddie King, e “Guitar boogie shuffle” nella versione Virtues.

Il primo vagito del Surf Rock autoctono (e che nulla ha a che fare col Surf vocale dei Beach Boys) è stato individuato nello strumentale “Mr. Moto” (1961) dei Bel-Airs: brano storicamente importante, ispirato al flamenco, e con uno swingante interludio pianistico… Ma di tutt’altra pasta da quello che, a detta di tutti, è il “vero” Surf[2]: quello di Dick Dale.

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Frank Zappa: un anarchico perfezionista

C’è un video facilmente reperibile sul web: un breve estratto dello Steve Allen Show, datato 4 Marzo 1963. Le immagini sgranate dell’epoca ci mostrano l’ospite speciale della trasmissione: un allampanato ragazzo in giacca e cravatta, con un naso “importante”, entra in campo e si avvicina a una bicicletta, già posata sul pavimento… La ribalta, smonta le manopole dei manubri e soffia dentro al telaio; poi, con le dita, pizzica i raggi delle ruote e vi striscia un archetto da violoncello; infine, con l’aiuto del compiacente conduttore, usa la bici come “strumento” per accompagnare una band Swing. È la prima apparizione documentata di Frank Zappa (1940-’93): e, a ben vedere, una sorta di Bignami del suo pensiero e della sua originalissima idea di “musica”.

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Una bella gita: Patton, House e Brown

Lula, Mississippi: in un mese imprecisato del 1930 (probabilmente in estate) un’auto si mette in moto. Al volante siede Wheeler Ford, vocalist del gruppo gospel Delta Big Four. Gli altri quattro sono bluesmen, e stanno andando a Grafton, Wisconsin, per incidere negli studi Paramount. Charley Patton, avendo già lavorato a due registrazioni, è il veterano della brigata e ha portato con sé alcuni amici: Son House, Willie Brown e Louise Johnson. Metà dei migliori artisti del Delta chiusa in una sola automobile: e meno male che il signor Ford è astemio.

Piccolo, minuto, di carnagione mulatta, capelli ondulati, lineamenti indecifrabili, un curioso meticcio fra nero, bianco e pellerossa: Charley Patton (1885? 1891? – 1934) ci appare così, nell’unica foto sopravvissuta. È un personaggio per definizione ambiguo: data di nascita dubbia, paternità incerta (Bill Patton, il marito di sua madre; o, forse, Henderson Chatmon, patriarca di un’enorme famiglia di musicisti – i Mississippi Sheiks – con cui Charley trascorre tutta l’infanzia), e meriti artistici quantomeno contesi. “Un pagliaccio armato di chitarra”, dicono certi contemporanei invidiosi; ma, secondo altri, nientemeno che il padre fondatore del Delta blues.

L’aspetto umano, caratteriale, non depone certo a suo favore: gran bevitore, sciupafemmine, uomo violento, litigioso, umorale, avaro, gretto… E chi più ne ha, più ne metta. Una cosa, comunque la si pensi, è innegabile: Patton è un entertainer di enorme successo e abilità, e un maestro venerato da moltissimi coetanei.

Già a metà degli anni Dieci, Charley è una star del circondario di Bolton, Mississippi, richiesto in tutte le feste per il repertorio poliedrico e per l’abilità di divertire e stupire la platea. Quarant’anni prima di Chuck Berry, Patton cavalca la chitarra saltando su una gamba sola (il duck-walk), cinquanta prima di Jimi Hendrix suona con lo strumento dietro la testa, a occhi chiusi, o coricato per terra, e sessanta prima dei Residents si presenta al pubblico indossando una maschera. Simili prodezze infiammano la fantasia di uomini e donne, e procurano ingaggi e successo: ma attirano anche accuse di faciloneria, e gelosie professionali.

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Il rock’n’roll del nord: Bill Haley

William John Clifton “Bill” Haley (1925-’81) cresce in Pennsylvania e si avvicina alle sette note grazie ai genitori, musicisti dilettanti: a 15 anni fonda una band e si mette sulla strada, in cerca di fortuna. In questi anni l’ambizioso e curioso Bill fa di tutto, rendendosi disponibile a qualunque esperienza: feste cittadine, medicine show, luna park e sale da ballo.

Haley – col soprannome di “Silver Yodeling” – diventa uno dei cowboy canterini più famosi del circuito Western Swing, e resta impressionato dall’atmosfera elettrizzante trasmessa da queste band. Una musica ritmica, vivace, allegra, erede della scuola di Count Basie e di Milton Brown, che per creare la massima eccitazione non lesina trucchi e numeri da baraccone, come suonare sdraiati per terra o con lo strumento dietro la testa.

Il confronto con la freddezza delle platee ben educate delle grandi città è impietoso, e convince Haley a tentare qualcosa di nuovo. Fra il 1947 e il ’50 – a capo dei Four Aces of Western Swing – Bill si dedica alla messa a punto di uno stile personale, capace di conciliare l’euforia del Midwest e il garbato aplomb della East Coast. La sua ricetta si concretizza nell’elaborazione di un linguaggio per piccolo complesso che obbedisce a tre semplici comandamenti: primo, gli strumenti a corda – come nel più strutturato Western Swing – dovranno riprodurre le parti e il sound delle sezioni fiati delle Big Band; secondo, l’accentazione ritmica va spostata sulla seconda e quarta misura della battuta; terzo, un pizzico di quell’esuberanza scenica tipica del rhythm’n’blues dell’Ovest.

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