Garage Rock: #2 – Louie Louie!

(continua dalla puntata precedente)

Quando arriva ai Wailers, in realtà, “Louie Louieha già alle spalle un passato di tutto rispetto, mediamente travagliato, e del tutto simile a una gara a tappe. I primi staffettisti sono, curiosamente, cubani: allo start, troviamo il compositore Rosendo Ruiz Jr, e la sua “Amarren al Loco” (1956), una charanga ballabile; riceve il testimone, pochi mesi dopo, il collega René Touzet, che carica il pezzo di Ruiz di una marcata sottolineatura ritmica, e lo pubblica col nuovo titolo di “El loco Cha Cha”.

Richard Berry & The Pharaohs

Giunti a metà gara, da Cuba ci spostiamo in America, California: in una sala da ballo di Los Angeles si aggira Richard Berry (1935-’97, nessuna parentela con Chuck), cantante e autore di rhythm’n’blues e doo-wop, che per sbarcare il lunario è appena entrato in un gruppo di musica latina… Non proprio il massimo, per chi si confronta giornalmente con la fama di Muddy Waters e Howlin’ Wolf.

Un complesso concorrente, in una pausa, attacca “El loco Cha Cha”: pezzo che attira subito l’attenzione di Berry grazie al suo ritmo spezzato e coinvolgente… Un curioso riff a dieci impulsi, schematizzabile come “1-2-3, 1–2, 1-2-3, 1–2” o, secondo la notazione classica:

Berry coglie al volo l’occasione: si sbarazza dei colleghi latinos, fonda un gruppo rhythm’n’blues – Richard Berry and the Pharaohs – e nell’Aprile del ’57 dà alle stampe “Louie Louie”, cover in lingua inglese di “El loco Cha Cha”. Il disco vende oltre centomila copie ma – pur diventando un piccolo classico rnb del Nord Ovest – non regala a Richard l’auspicato balzo di popolarità.

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Garage Rock: #1 – Le origini

Approfitto della recente recensione del disco dei Fuzztones per approfondire il discorso sul Garage Rock. E, per non essere troppo pesante, divido magnanimamente il mio intervento in tre parti, che vi proporrò con un debito intervallo di tempo.

Pronti? Si va!

Anyone can do it

Il percorso che conduce i Beatles, dalle rudi performance di Amburgo, ai raffinati giochi barocchi di “Sgt. Pepper”, è da alcuni interpretato come cinica furberia per accattivarsi i gusti (e i denari) del pubblico borghese. Per quasi tutta la critica – e chi scrive è d’accordo – si tratta, invece, di un esito forse non obbligatorio, ma senz’altro possibile per chi – come McCartney – è cresciuto ascoltando le Trad band e le canzonette vaudeville, per chi – come Harrison – cammin facendo ha scoperto una vocazione di autore sofisticato, per chi – come il Lennon di quel periodo – non ha la forza per imporre una visione differente, e per chi – come George Martin – è capace di sfornare contrappunti di archi e sferragliamenti honky-tonk senza il minimo sforzo.

Non necessariamente chiunque faccia musica deve affrontare la trasmutazione stilistica sperimentata dai Beatles o, prima ancora, da Presley: e, più di tutti, chi fin dall’esordio sa che avrà una carriera breve, da spolpare con la maggior ferocia possibile. Schiacciata fra il mito, ancora vivo, dei grandi del rock’n’roll, e l’affermarsi della British Invasion, una nuova generazione di dilettanti decide di imbracciare una chitarra elettrica, e sedersi dietro a una batteria: sarà quel che sarà, senza patemi o ambizioni. Continua a leggere “Garage Rock: #1 – Le origini”

La Rock Opera

Nel Dicembre ’68 esce “S.F. Sorrow”, il quarto album degli inglesi Pretty Things, nato dalla fantasia del cantante e chitarrista Phil May. La copertina è un abbozzo figurativo in tenui tinte pastello, il sound è poco curato, i gadget inesistenti, la fortuna commerciale decisamente secondaria… Un disco semplice e povero, quindi. Eppure, ha una cosa che il più fortunato e illustre vinile dei Beatles – “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” – non possiede, e cui mette una pezza: una storia coerente, e una narrazione continua. Attraverso le 13 canzoni – e le note di copertina – veniamo a conoscenza del protagonista della storia, Sebastian F. Sorrow: la nascita (“S.F. Sorrow is Born”), la scoperta dell’amore (“Bracelets of Fingers”), l’abbandono (“She Says Good Morning”), la guerra (“Private Sorrow”), e la depressione… Un allucinato viaggio interiore (“The Journey”) apre la porta ad alcune sconcertanti rivelazioni (“I See You” e “Old Man Going”), e conduce all’inesorabile e malinconico finale: “Loneliest Person”, lo svelamento di un destino di solitudine e isolamento. Continua a leggere “La Rock Opera”