Il giorno in cui morì la musica

Buongiorno a tutti. Oggi voglio raccontarvi una storia: una storia vera, capitata 65 anni fa, nella notte fra oggi e domani. Sembra tanto, ed è tanto: eppure, per chi è appassionato di storia del rock, è appena prima di ieri, e negli anni questa vicenda si è meritata il triste titolo di “Il giorno in cui morì la musica“. Ed è una storia che, al netto dei personaggi coinvolti, ancora una volta dimostra una verità magistralmente sostenuta, fra gli altri, da un proverbio arabo: “Il destino ti aspetta sulla strada che hai scelto per evitarlo”.

  • Buddy, Ritchie e gli altri

I protagonisti di questa storia sono tre. Il primo è Buddy Holly, occhialuta star rock’n’roll emersa nel 1957, e titolare di successi come “That’ll Be the Day”, “Peggy Sue”, “Everyday” (si, quella dello spot dello yogurt) e “Not Fade Away”; il secondo è quel Ritchie Valens che – con la sua rilettura rock’n’roll del tradizionale “La Bamba” – è presto diventato l’idolo dei chicos. Il terzo è molto meno noto: si tratta dell’ex dj J.P. Richardson, in arte The Big Bopper, un pingue e sorridente signore rubicondo dai capelli a spazzola che da poco si è scoperto anche bravo cantante e autore di canzoni allegre e vitali.

Il tempo è l’inizio del 1959: un momento particolare, per il rock’n’roll. Elvis è sotto le armi, Little Richard ha lasciato le scene per dedicarsi alla predicazione, Jerry Lee Lewis è caduto in disgrazia per il matrimonio con una cugina minorenne… Holly e Valens – assieme a Gene Vincent e Eddie Cochran – sono tutto ciò che resta del rock’n’roll. Un gran bel sentire: e nessuno vuole perderselo.

Gennaio 1959: per rimettere in sesto il bilancio, in crisi dopo la lite col suo producer, Holly si imbarca in una tournée invernale, il Winter Dance Party: l’ambizioso programma prevede di coprire 24 città del Midwest in altrettante serate. Assieme a lui si aggregano appunto Ricthie Valens, The Big Bopper, e il gruppo doo-wop Dion & The Belmonts.

Il 23 Gennaio 1959 il tour parte fra le migliori intenzioni, da Milwaukee, ma qualcosa non gira: lo scalcinato bus rompe l’impianto di riscaldamento, e il batterista del complesso è ricoverato per un principio di congelamento ai piedi. Il 2 Febbraio la compagnia giunge a Great Lake, Iowa, per sostenere uno spettacolo inserito in cartellone all’ultimo momento. Holly, stremato dagli sfiancanti spostamenti sul bus, in vista della prossima tappa affitta un aereo, più veloce e comodo.

  • Uno schianto nel buio

Prima dello spettacolo, l’influenzato The Big Bopper chiede a Waylon Jennings – bassista di Holly, e futura stella country – di cedergli il posto sul biplano. Holly canzona Jennings con un “I hope your ol’ bus freezes up” (“spero che il vecchio bus congeli”): al che Jennings risponde con un sarcastico “Well, I hope your ol’ plane crashes” (“spero che il tuo aeroplano si schianti”)… Battuta infelice, che tormenterà il buon Waylon per il resto della vita. Ritchie Valens, che ha paura di volare, cede alla stanchezza, e si gioca a testa o croce il posto col chitarrista di Holly: vince. Dion DiMiucci, il leader di Dion & The Belmonts, preferisce invece stare a terra: 36 dollari per un volo, dice, sono lo stipendio dei suoi genitori… Davvero troppo.

Finito lo show, la combriccola si imbarca su un piccolo charter di una compagnia di Mason City verso la prossima meta: Wells Fargo, North Dakota. Il tempo è pessimo, nevica e c’è gelo, ma il pilota non riceve il bollettino meteo, e accende i motori. É passata da poco mezzanotte del 3 Febbraio: appena il tempo di decollare e di percorrere traballando cinque miglia, e l’aereo perde quota e si schianta. Forse il pilota è troppo giovane, forse l’aereo ha dei problemi, forse… chi lo sa. Fatto sta che nessuno, nelle vicinanze, vede o sente l’urto: i quattro corpi restano nella neve e al gelo fino al mattino, quando arrivano i primi soccorsi.

  • Il giorno in cui morì la musica

La notizia dell’improvvisa e violenta scomparsa di Valens e Holly fa il giro della nazione in un lampo. Come ne “La caduta della casa degli Usher” di Edgard Allan Poe, la morte fa il suo solenne ingresso sulla gioiosa arena del rock’n’roll e della pop music, e in un batter di ciglia spazza via tutto. Il suo tetro rintocco zittisce i boogie e i jukebox del sabato sera: Little Richard, Jerry Lee Lewis e Elvis, al momento fuori dai giochi, potranno sempre tornare… Ma Buddy e Ritchie no, mai più. Una generazione è annichilita.

“I can’t remember if I cried / When I read about his widowed bride / But something touched me deep inside / The day the music died”.  Così recita “American pie”, di Don McLean, 1971: un ballata acustica che sancisce la fine delle illusioni, e del Sogno (rock) Americano. McLean sceglie di fissare il momento del risveglio della sua generazione in un momento preciso: la morte di una star della musica e dei suoi compagni di viaggio. Stessa cosa fa George Lucas quando, in “American Graffiti” (1973), mette in bocca a John Milner la lapidaria e amara sentenza: “Il rock and roll se n’è andato a quel paese da quando Buddy Holly è morto”. Efficaci e asciutte testimonianze di chi ha vissuto in prima persona, spaurito teen-ager, la caduta dei suoi idoli.

La prima canzone a commemorare l’evento è la commovente “Three Stars” di Eddie Cochran, registrata il giorno dopo la tragedia… Quello stesso Cochran che, terrorizzato dalla paura di un incidente aereo, prenderà d’ora in avanti solo mezzi terrestri: precauzione inutile, visto che ad Aprile dello stesso anno lascerà le penne su un taxi, nella lontana Londra.

D’ora in avanti tutto sembra precipitare: l’arresto di Chuck Berry, pochi mesi dopo, è il colpo del ko. Per radio il volume si abbassa, e i visi dei cantanti sono ogni giorno più pallidi: finite le Peggy Sue, le schitarrate a passo d’anatra e i chicos latino che ballano “La Bamba”… I corpi gelati e coperti di neve di Holly e Valens pongono simbolicamente fine a una delle ere più gloriose della musica moderna.

12 pensieri riguardo “Il giorno in cui morì la musica

  1. È incredibile come nella storia del rock su possono mettere in fila tante di quelle morti da annichilito chiunque: è stato fatto anche un libro (non perfettamente riuscito a mio a avviso) che parla proprio di questa “maledizione” avvenuta nella storia du questa musica .

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