La musica perbene incontra il ritmo: il caso Frank Johnson

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Si tratta, lo dico subito, di un post un po’ specialistico, e che apre una breve serie di articoli che narreranno l’incontro, in terra d’America d’Ottocento, fra la quadratura della musica “perbene” e le anomalie ritmiche d’origine africana: un dialogo da cui nasceranno ragtime, boogie, blues e jazz (e scusate se è poco).

La prima tappa di questo viaggio si colloca circa 200 anni fa, a Philadelphia: e il nostro eroe è il nero Frank Johnson, un capobanda all’epoca famosissimo, elegante e tutto d’un pezzo…

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Il pianoforte afroamericano: una breve storia

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Blues, sempre blues, in queste puntata: ma, questa volta, ci soffermiamo non tanto su un genere, o un periodo storico, ma uno strumento… Il pianoforte. Manufatto sonoro che, figlio del Romanticismo musicale europeo, quando atterra in territorio americano e nelle mani dei neri appena liberati, inizia un percorso destinato a influire su tutta la canzone del Novecento: senza pianoforte e neri non esisterebbe il Ragtime, e senza il Ragtime – e le sue frizioni ritmiche – il Jazz non sarebbe stato quel che è. Per non parlare del Boogie, dello Stride Piano, e dello stesso Blues.

Con questo breve excursus, ripercorreremo l’articolata storia del pianoforte afroamericano, prima di affrontare, in articoli successivi, le singole tappe in modo più approfondito.

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Il blues…prima che fosse il blues

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Il discorso sul Blues, che ci sta accompagnando da due puntate, continua: questa volta ci occupiamo del primo fenomeno discografico a fregiarsi del titolo di “blues”, ma che col “blues vero e proprio” ha stilisticamente poco a che fare… Il cosiddetto “Tin Pan Alley Blues” degli anni Dieci del secolo scorso: un complesso di canzoni “di bianchi per bianchi” solo apparentemente connesso con il verace spirito afroamericano, ma che vende a paccate, e che soprattutto apre la strada alla grande fioritura che si avrà nel decennio successivo: quando (finalmente!) gli artisti di colore potranno debuttare nel mercato e per radio, e guadagnare un po’ di fama.

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La Stanza Blues: un mondo in 12 battute

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Il discorso sul Blues, iniziato nello scorso post, continua questa volta con qualcosa di più “tecnico”: la cosiddetta “stanza blues”, lo scheletro formale in 12 battute su cui è costruita la maggior parte delle canzoni blues, e che dal medesimo derivano. Nulla di particolarmente difficile, non spaventatevi: ed è anzi stupefacente scoprire quante meraviglie possano esser racchiuse in una struttura formale così essenziale, e così creativa. Il massimo risultato col minimo sforzo, insomma!

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Il blues: la “musica del Diavolo” e altri miti

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Questa volta affronto uno dei generi che più mi piacciono ed emozionano: il Blues. Partendo dal cosiddetto Blues Rurale, affronto i temi ricorrenti che nutrono gran parte delle canzoni blues: archetipi come il “diavolo all’incrocio“, il sesso, l’alcol, la galera e tanti altri, per approdare a quel “sentire” così profondamente radicato nell’animo afroamericano sintetizzato dall’espressione “to have the blues“.

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La diffusione della musica: radio, tv, jukebox, videoclip…

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Dopo aver affrontato i supporti “materiali” attraverso cui una canzone può essere fissata, riprodotta in serie e venduta al pubblico (cilindri, dischi, nastri magnetici e cd), ora passiamo ad occuparci dei canali (i media) attraverso cui questi supporti, per così dire, “viaggiano”: in poche parole, dopo aver parlato della distribuzione, raggiungiamo il regno della diffusione della musica. E, quindi, radio, tv, jukebox, cinema, videoclip, web…

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La radio è inventata da Guglielmo Marconi nel 1894: inizialmente gli apparecchi possono propagare solamente segnali codificati (i “bip” dell’alfabeto Morse), ma ben presto il sogno di diffondere nell’etere suoni e parole diventa realtà. Nella notte di Natale del 1906 l’inventore canadese Reginald A. Fessenden trasmette, da Boston, un breve discorso, legge un passo della Bibbia, esegue qualche melodia di violino, e accende il suo grammofono. È il primo caso documentato di trasmissione a distanza di voce umana e di musica: ma, per quanto avveniristica, resta una bizzarria senza esito.

Per tutti gli anni Dieci la radio è intesa esclusivamente come un sostituto del telegrafo, destinato alle comunicazioni marittime e militari: ma, dopo la Prima Guerra Mondiale, il vento cambia. Molti giovani, che hanno acquisito sul campo le necessarie cognizioni tecniche, si dedicano alla realizzazione di piccole stazioni trasmittenti (nel 1918, i radioamatori sono già più di diecimila) e si lanciano in nuovi esperimenti. Continua a leggere