Canta che ti passa #15

A torto o a ragione, fra entusiasti e perplessi, il lockdown “hard” è giunto al termine: e anche questa sezione intitolata “Canta che ti passa”. Dicevo, nella scorsa puntata, che in questo periodo mi è capitato spesso di volgere uno sguardo al passato: e ho raccontato di cassette, incisioni amatoriali e affini… Ma c’è un passato ben più personale e profondo, da cui tutto questo è iniziato: e da cui sono iniziato io. Mio padre.

Perché è stato lui, Angelo, ad avvicinarmi a “tutto ciò che fa spettacolo”: amava il jazz di un amore vivo, privo di tassonomie e studio, la canzone leggera, il varietà (si era anche presentato a un radio quiz di Mike Bongiorno), fu interessato alla nascita di una delle prime radio libere astigiane e si dilettava nell’organizzazione di eventi locali, feste e veglioni, fungendo anche da presentatore.

In salotto, vicino al giradischi in legno, c’erano diversi album: colonne sonore di commedie musicali (fra cui quella, rarissima, di “Rinaldo in campo”), vecchie gommalacche, “Un gelato al limon” di Paolo Conte (autografata a “Chicco, figlio di un mio amico” -:) ), numerose serie monografiche di jazz, “Hello, Dolly!” di Armstrong, alcuni dischi in dialetto (perché no?!), e altro ancora, che io mi divertivo a mettere sul piatto: per gioco, ovviamente.

Questi dischi lui li ascoltava, spesso con qualche amico. Ma posso dire che mi abbia mai “parlato di musica”? No: e, di nuovo, ovviamente… a un bambino non puoi mica rompergli le balle con dissertazioni stilistiche! Ma alcune frasi, quasi casuali, mi sono state dentro. Tipo “Papà, a cosa serve il contrabbasso, che non si sente?” “Sembra non si senta, ma non ci fosse te ne accorgeresti”; “Lucio Dalla era un ottimo jazzista, prima di passare al pop”; “La PFM… suonano davvero bene”; “Senti che swing, Duke Ellington”; “Mi ricordo quando è morto Fred Buscaglione, la notizia ha sorpreso me e mamma, all’uscita da teatro”.

Dicevo, con papà ho raramente parlato di musica: anche perché – quando era in salute – io avevo meno di 10 anni, e – anche lo avesse fatto – ero in altri giochi troppo affaccendato. E quando avremmo potuto parlarne in modo più profondo, e senza antagonismi adolescenziali, lui non c’era più. Eppure, il contatto continuo con la materialità della musica (i dischi in salotto) e le poche chiacchiere di quello che, per ogni bambino, è il suo eroe, qualcosa hanno fatto… Sarà un caso che mi piacciano Lucio Dalla, la PFM, e pure il “duro” Fred ? 🙂 Ma soprattutto, come amo dire, mio padre mi ha insegnato tutto, senza spiegarmi nulla.

E allora, papà, per questo e per tutto il resto, ti dedico questo post. E ti dedico questa canzone, Moonlight Serenade“, che amavi molto e che forse ha guidato il tuo ritorno ad Asti, alla fine della Guerra. Allo stesso modo, auguro che la medesima serena perfezione soffusa da questo stupefacente arrangiamento di fiati possa accompagnare anche noi, al rientro nelle cose di tutti i giorni, dopo queste settimane di conflitto.

La rubrica “Canta che ti passa” si ferma qui. Ma la musica continua. E che musica…

L’ultima luna: #2 – Luna piena

La luna è piena… e non sappiamo chi l’ha messa in questo stato

La fase di plenilunio è tradizionalmente associata alla creatività e al suo lato esoterico, la magia; su questo punto hanno speculato moltissimi racconti e film horror, che hanno sfruttato la luna piena (e i sudditi licantropi) come ambientazione dei loro climax.

Ma c’è un’altra luna piena che ha colonizzato così tanto la narrativa, la poesia e la canzone da diventare un archetipo: quella che sorveglia benevola i baci degli innamorati, e quella che accompagna la solitudine di chi innamorato è, ma senza qualcuno da amare. La famosissima “Blue Moon” è forse la più famosa delle canzoni d’amore intitolate al latteo satellite: e dire che la prima versione del pezzo, scritta dalla celebre coppia Richard Rodgers e Lorenz Hart per il film “Hollywood Party” (1934), aveva incontrato lo stesso destino della sequenza con Jean Harlow… E, cioè, era stata tagliata. Hart, tenendo duro, aveva riscritto i versi e proposto la canzone per la pellicola “Manhattan Melodrama”… Ma, di nuovo, aveva incontrato l’accetta dei produttori. Per fortuna si decide di girare una nuova scena: Rodgers, che crede nel pezzo, cambia le parole e nasce “The Bad in Every Man”, cantata in un nightclub da Shirley Ross. Un bellissimo lento, malinconico e commovente. Il pezzo ha un indubbio potenziale commerciale, ma secondo tutti occorre un nuovo testo (e siamo al quarto…), meno esistenziale e più romantico: Hart guarda il cielo, ed ecco che…

“Blue moon, you saw me standing alone, without a dream in my heart, without a love of my own”

Finalmente, il 15 Gennaio 1935, esce il 78 giri “Blue Moon”, per la Brunswich Records: Connee Boswell ne è l’interprete, ma il successo internazionale arriva solo  a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta, con le versioni quasi contemporanee di Billy Eckstine e Mel Tormé, che ripetono il mood della Boswell. La grande Billie Holiday ci regala la lettura più jazzy e raffinata, ma è il quintetto The Marcels a trasformare la dolente melodia in un nonsense doowop al limite del buffonesco (con la sua introduzione zeppa di onomatopee e allitterazioni) e a vendere paccate di dischi.

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