I miei vinili: #11 – I mezzi tecnici di ascolto

Ciao a tutti. La serie “I miei vinili“, dopo la puntata dedicata al concetto di “ascolto” della musica, ora prosegue approfondendo un altro aspetto: e, cioè, i mezzi tecnici di ascolto della musica. Non quelli storici, ovviamente: ma quelli che mi hanno accompagnato nel tempo.

L’elenco, in sé, è semplice. Fino all’adolescenza, sono campato usando un impianto comprato da mio padre negli anni Sessanta (con un piatto dischi a 4 velocità e due casse in legno), un registratore a bobine e a una radiolina da tavolo, di quelle piccole, da usare anche la domenica pomeriggio per seguire le partite. Faceva un po’ strano ascoltare “Made in Japan” dei Deep Purple su uno stereo in legno preso a rate vent’anni prima… Ma quello c’era! Continua a leggere “I miei vinili: #11 – I mezzi tecnici di ascolto”

I miei vinili: #10 – L’ascolto

L’ascolto della musica

Ciao a tutti. Ripassando i contenuti della serie “I miei vinili” mi sono accorto di una mancanza: e cioè che, zigzagando fra dischi e vhs, acquisti agognati e armadi traboccanti cd, non ho ancora parlato di una componente essenziale della musica. E, cioè, il suo ascolto. Ovviamente non il “come si dovrebbe ascoltare la musica”: ma come la ascolto io, cosa significa per me ascoltare, e come negli anni ho cambiato, in modo e momenti.

All’inizio fu la radio. Mi ricordo, in particolare, di una radio locale che, alla sera, mandava in onda un nastro preinciso con un’ora abbondante di canzoni, senza interventi parlati. Non sempre era facile, senza suggerimenti, internet e app, riconoscere artisti e titoli!: ma sentivo, cantavo, ripetevo, memorizzavo. Ed è in quel momento, forse, che ho iniziato ad appassionarmi all’ascolto della musica: immaginando i volti di quei cantanti a me ignoti, investendoli di un’importanza che magari non avevano, e immagazzinando parole, note, suoni. Continua a leggere “I miei vinili: #10 – L’ascolto”

La sedia di lillà: protesi, rock e sedie a rotelle

Ciao a tutti. Oggi non ho voglia di fare introduzioni, metafore o presentazioni, e vado subito al punto: questo post tratterà dei rocker con disabilità fisiche. Se uso il termine “disabilità” e non – come si preferisce adesso, “differenti abilità” – nessuno si offenda: e andiamo diritti alla questione.

E’ un po’ strano pensare che l’artista rock – simbolo per antonomasia di energia, vitalità, machismo e di una vita ai mille all’ora – possa invece vivere di problemi fisici: a volte leggeri, ma altre profondi, dolorosi e parzialmente invalidanti. Ma forse è proprio perché la musica è una delle cose più capaci di stanare le persone dal dolore e dalla solitudine, e di riuscire ad attraversare le limitazioni di corpi sofferenti, che molti disabili (o persone con qualche difficoltà fisica) si rivolgono a uno strumento, al canto, alla canzone. La storia della musica ne è piena: e soprattutto la storia del blues e del soul, con l’innumerevole lista di bluesmen e cantanti afroamericani ciechi, da Blind Lemon Jefferson a Jeff Healey, da Ray Charles a Stevie Wonder

In ambito rock – e questo mi limiterò – vi sono alcuni casi di musicisti con disabilità più o meno note, e più o meno evidenti: ci ho pensato un po’ su, ed ecco a voi i nomi – e le situazioni – che mi sono per prime venute in mente. Continua a leggere “La sedia di lillà: protesi, rock e sedie a rotelle”

I miei vinili: #9 – Le copertine, l’immagine e la memoria

Riprendo il filo, interrotto da alcuni mesi, della rubrica “I miei vinili“: e questa volta parliamo di copertine. E’ pur vero che, come dice un adagio popolare – e un vecchio rock’n’roll dal medesimo titolo – “non si deve giudicare un libro dalla copertina“: ma è anche innegabile che, purtroppo, l’abito fa il monaco; e che, per molti di noi, l’immagine cattura l’attenzione, si imprime e resta per sempre, spesso condizionando aspettative e memoria. In campo musicale, questo compito è svolto in primissima battuta dalla copertina del disco: un testo chiamato – al pari del sound e degli altri paratesti – a dare a ogni band (e allo specifico album) un’immagine chiara e riconoscibile.

Di copertine memorabili se ne possono citare a decine: da quelle parodistiche di Frank Zappa a quelle traboccanti (secondo i sostenitori delle teorie complottiste PID) di indizi sulla presunta morte di McCartney; da quelle floreali, arabescate e colorate del periodo psichedelico, a quelle illustrate in stile fumettistico; da quelle truculente e mefistofeliche del metal estremo, a quelle simpaticamente illustrative; da quelle concepite da grafici di fama, come Andy Warhol, a quelle semi-artigianali ma ugualmente geniali… E via dicendo.

Lo so, mi ripeto: ma anche per le copertine, le prime a colpirmi furono quelle dei gruppi che ancora adesso restano nel mio cuore… Iron Maiden e Pink Floyd. Le prime, per il carattere horror – ma anche ironico e metatestuale – dell’icona Eddie, e per la ricchezza di dettagli; le seconde, per la gran cura grafica e per le geniali idee dello studio Hipgnosis: tutti, anche i più indifferenti, hanno almeno una volta visto la “copertina della mucca” di “Atom Heart Mother”, o il prisma di “The Dark Side of the Moon”… Vere e proprie icone pop!

Ma a far elenchi non si finisce più (anche se ne parlerò in un altro post). Decisamente più intrigante è rilevare quanto nella mia testa l’immagine e la musica tendano a identificarsi, influenzando memoria e ascolto: e una copertina è il canale più ovvio attraverso cui questo avviene. Faccio subito un esempio: se penso, per dire, di ascoltare “Beggars Banquet” dei Rolling Stones, immediatamente la mente richiama quella copertina così provocatoria, con un cesso pubblico in primo piano; e se penso ai pezzi del disco, alle sensazioni, al loro andazzo, non riesco a immaginarli se non avvolti in quel senso di crudezza, di volgarità, di sguaiatezza suggerito dalla foto. Per me, i pezzi di “Animals” dei Pink Floyd saranno, e per sempre, inscindibili da quella copertina, così plumbea, urbana e surreale; e le canzoni di “Cheap Thrills” di Janis Joplin vivranno sempre di quel sentore da cartoon lisergico dei disegni di Robert Crumb.

Ed è per questo che, degli album di cui non ho per anni posseduto l’originale, ma solo una cassetta duplicata, o nemmeno quella, questa sinestesia si complica ma si afferma comunque: alla fine, un certo pezzo – che lo voglia o no – si legherà anche a un qualcosa di visivo… al volto dell’artista, a un video che ho visto, o a un ricordo personale di quella canzone cristallizzato in immagine.

Detto così, sembrerebbe che abbia una venerazione per la parte grafica dei dischi: in realtà no. Il mio rapporto con la grafica e l’immagine applicata alla musica è inconscio, sempre subìto e raramente agito. Mi piace guardare, osservare, a volte anche scrutare nei dettagli certe cover: ma quasi mai ho acquistato un disco per la copertina. Dico “quasi” perché ci sono due eccezioni: 1. I pochissimi casi di puro collezionismo, in cui è stata proprio la copertina “strana” – e non la musica – a guidarmi nell’acquisto; 2. “Sgt. Pepper’s” dei Beatles, storico capolavoro di pop art impossibile da “leggere” se non nella grande dimensione del disco, e che ho ri-comprato in vinile proprio per questo motivo.

Chiudo il post con un richiamo goliardico. I “diversamente giovani”, a proposito di copertine, ricorderanno sicuramente quelle di Fausto Papetti: un saxofonista impegnato in una serie quasi infinita di raccolte strumentali, acquistate quasi esclusivamente per le copertine, ricche di corpi femminili discinti, seni scoperti e velature maliziose. Simbolo di un’epoca in cui nudi e scene sexy – per i minorenni – erano roba da cercare col lanternino, fra cataloghi Postalmarket, filmetti con la Fenech e, appunto, anche qualche disco!

Ma ora veniamo a voi: che rapporto avete con l’aspetto visuale della musica? Anche per voi musica e immagine si parlano?Avete copertine cui siete affezionati, o che vi entusiasmano particolarmente? Attendo le vostre segnalazioni 🙂

Never Mind the Christmas: un Natale punk!

Huddersfield è una città inglese di poco più di 160.000 abitanti, proprio a metà fra Manchester e Leeds: un borgo ricco di industrie tessili, proletario e profondamente “english”. Tanto proletario da essere scosso, nell’autunno del 1977, da uno sciopero di quelle tosti, indetto dai vigili del fuoco locali per protestare contro il loro striminzito stipendio, e che dura da settimane.

E’ l’antivigilia di Natale, a Huddersfield: fa freddo, piove, e un ragazzo male in arnese sta fumando una sigaretta, lo sguardo un po’ perso, il colletto del giubbotto sino alle orecchie, mentre prova inutilmente a ripararsi da gelo e pioggia. Di regali, addobbi, canzoncine, parenti sorridenti e buoni sentimenti non sa proprio che farsene; è incazzato marcio, il mondo gli fa schifo ma non sa che fare: “no future“! Quand’ecco che una folata di vento gli sbatte in faccia un brandello di carta: un biglietto anonimo e laconico, su cui campeggia la scritta “Sex Pistols“, una sfilza di punti interrogativi, l’importo di 1 sterlina e 75, e un numero di telefono. Chiamando, non prima del 23 Dicembre, si conoscerà ora e luogo del prossimo concerto. In fretta e furia fa il numero, alla cabina di fronte, e scopre quello che ancora manca: la bolgia si terrà a Natale, al Nightclub Ivanhoe. Un fulmine gli attraversa il cervello: “Ma ci puoi giurare che ci vengo! Col cazzo che passo un altro Natale a rompermi i coglioni, e a farmi dire mille volte dai miei vecchi com’è bravo, intelligente e con la testa a posto quel cretino di mio cugino!“.

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Di terroni, colonnelli, emarginati e Lucio Dalla

In questo post metto in diretta comunicazione due argomenti che, per diverse cause, in questi giorni sono alla mia attenzione: Lucio Dalla (motivi personali di affezione e memoria) e l’immigrazione, con tutti i suoi corollari.

Chi mi legge sa che in questo blog non faccio politica: o, quanto meno, la faccio in modo laterale. E questa è una di quelle occasioni.

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