Un pezzo di John Lennon e Yoko Ono, che però preferisco in questa versione… E sempre attuale!
Woman is the nigger of the world Yes she is, think about it Woman is the nigger of the world Think about it, do something about it
We make her paint her face and dance If she won’t be aslave, we say that she don’t love us If she’s real, we say she’s trying to be a man While putting her down we pretend that she is above us Woman is the nigger of the world, yes she is If you don’t believe me take a look to the one you’re with Woman is the slave to the slaves Ah yeah, better scream about it We make her bear and raise our children And then we leave her flat for being a fat old mother hen We tell her home is the only place she should be Then we complain that she’s too unworldly to be our friend Woman is the nigger of the world, yes she is If you don’t believe me take a look to the one you’re with Oh woman is the slave to the slaves Yeah, alright
We insult her everyday on TV And wonder why she has no guts or confidence When she’s young we kill her will to be free While telling her not to be so smart we put her down for being so dumb Woman is the nigger of the world, yes she is If you don’t believe me take a look to the one you’re with Woman is the slave to the slaves Yes she is, if you believe me, you better scream about it
We make her paint her face and dance We make her paint her face and dance…
“Woman is the Nigger of the World” (John Lennon, Yoko Ono)
Eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della breve escursione attraverso la mia collezione: dopo la scorsa puntata, dedicata al “pieno”, agli artisti di cui ho tutto, tanto o troppo, ora tocca al “vuoto“, a quelli cioè di cui ho pochissimo o nulla, ma che invece dovrei avere! In fondo, nelle collezioni è tanto significativo il buco nella scaffale che l’affollamento: proprio come nella musica, in cui la pausa conta tanto come la nota, e una dà senso all’altra. Continua a leggere “I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (seconda e ultima parte)”→
A pochi metri da dove abito, c’è la casa natale di Rita Pavone; e il primissimo 33 giri che maneggiai fu proprio una sua raccolta, che una vicina mi aveva regalato, convinta (e forse era vero) che un bambino di 6 anni potesse divertirsi all’ascolto di “Sul cucuzzolo” e “Viva la pappa col pomodoro”. Poi, sinceramente, la Pavone uscì dai miei radar fino a quando, sfogliando il libro con i testi tradotti dei Pink Floyd , edito da Arcana alla fine degli anni Settanta, mi imbattei in un curioso accidente, riguardante il testo di un certo brano…
La canzone in questione non è certo la più famosa: si tratta di “San Tropez“, quarta traccia del fondamentale album “Meddle” (1971). Nulla di psichedelico, nulla di aspro, nulla di spaziale, poco “floydiano”: mosso da un inusuale andamento swingante e rilassato, il brano ha dalla sua una melodia piacevole, e qualche punzecchiatura verso il mondo del lusso borghese… E, soprattutto, ospita una delle più assurde leggende metropolitane di ambito musicale della storia. Perché i versi finali della canzone, ambientata nella pigra e assolata Costa Azzurra, sembrerebbero recitare “I hear your soft voice calling to me / making a date for Rita Pavone / and if you’re alone / I’ll come ho-ho-home“: cioè, “Sento la tua voce dolce che mi chiama / che dà appuntamento a Rita Pavone / e se sei sola verrò a casa“. Questo, almeno, quanto riportato – per la sola Italia! – nel libro di Arcana: che, fra l’altro (secondo errore!) attribuisce la firma al tastierista Rick Wright, e non al reale autore, Roger Waters, e ne dà un giudizio tutt’altro che positivo. Continua a leggere “I falsi miti della musica #4 – Rita Pavone e i Pink Floyd”→
Una canzone struggente, cantata da una voce che – lo so – non tutti tollerano… Ma pazienza.
Perché San Valentino non è sempre e solamente questione di cioccolatini, bacetti, candele e serenità… Ma anche di malinconia, di vite grippate, di catrame, fumo, whisky e rossetti sbavati, di occasioni perse e di letti sfatti.
Questo, piaccia o meno, è Tom Waits. E’ questa è la sua “Blue Valentines” (1978): dove, per chi non lo sapesse, “blue” qui significa “triste”, “malinconico”, e “Valentines” sono le lettere d’amore del 14 Febbraio.
Fammi piangere ancora una volta, Tom.
She sends me blue valentines all the way from Philadelphia to mark the anniversary of someone that I used to be and it feels just like a warrant is out for my arrest baby, you got me checkin’ in my rearview mirror that’s why I’m always on the run that’s why I changed my name and I didn’t think you’d ever find me here
To send me blue valentines like half-forgotten dreams like a pebble in my shoe as I walk these streets and the ghost of your memory baby, it’s the thistle in the kiss it’s the burglar that can break a rose’s neck it’s the tatooed broken promise I gotta hide beneath my sleeve I’m going to see you every time I turn my back
She sends me blue valentines though I try to remain at large they’re insisting that our love must have a eulogy why do I save all of this madness here in the nightstand drawer there to haunt upon my shoulders baby, I know I’d be luckier to walk around everywhere I go with this blind and broken heart sleeps beneath my lapel
Instead, these blue valentines to remind me of my cardinal sin I can never wash the guilt or get these bloodstains off my hands and it takes a lot of whiskey to make these nightmares go away and I cut my bleedin’ heart out every night and I’m going to die a little more on each St. Valentines day don’t you remember, I promised I would write you these blue valentines blue valentines blue valentines
Lei mi manda lettere d’amore tristi fin da Philadelphia per celebrare l’anniversario di quello che ero un tempo Mi sento come ci fosse una taglia sulla mia testa che mi squadra sullo specchietto retrovisore e sono sempre in fuga per questo ho cambiato nome pensavo che qui non mi avresti mai trovato
Per mandarmi lettere d’amore tristi come sogni svaniti a metà come un sassolino nella scarpa mentre vado per la mia strada e il fantasma del tuo ricordo è la spina dentro un bacio il ladro che spezza una rosa il tatuaggio di una promessa rotta che nascondo sotto la manica e ti vedo ogni volta che mi giro
Lei mi manda lettere d’amore tristi anche se non mi faccio più vedere insistono che il nostro amore deve essere commemorato perché conservo tutta questa follia nel cassetto del comodino a tormentarmi con il fiato sul collo? Cara, lo so, per me è meglio vagare in ogni posto che vado con il cuore spezzato e triste che mi dorme sotto i risvolti della giacca
Lei mi manda lettere d’amore tristi per ricordarmi il mio peccato mortale non potrò mai lavare la colpa o le macchie di sangue dalle mie mani e ci vuole un bel po’ di whisky per scacciare questi incubi Ogni notte mi strappo il cuore a pezzi e tutti i San Valentino muoio un po’ di più Ricordo che ti avevo promesso di scriverti queste tristi lettere d’amore tristi lettere d’amore tristi lettere d’amore
Poco fa, mentre mettevo mano a uno dei miei tanti fogli Excel su cui memorizzo e elenco robe musicali, mi sono accorto di una cosa: e, cioè, che nella mia collezioneperennemente in progress ci sono abbondanze esagerate, e altrettanto clamorosi buchi! “Ma è normale”, direte, “mica hai l’obbligo di avere tutto di tutto!”. E’ vero: ma comunque, per un onnivoro come me (attenzione: essere onnivori non significa rinunciare ai propri gusti, significa assaggiare tutto, e magari provare pure una seconda volta, se la prima è andata così così…) la cosa incuriosisce… Anche perché colleziono musica da circa 40 anni: e, oltre che appassionato e onnivoro, sono pure sistematico!
Mi ricordo perfettamente, il giorno che arrivò la notizia della morte di Fabrizio De André, 23 anni fa… Quel lunedì, quando seppi della cosa, lo dissi ad alta voce, in ufficio: e la mia “capa”, senza batter ciglio, rispose “Meglio lui di me”. Dicono che non bisogna essere cattivi: ma sulla verità di quella lapidaria affermazione non fui così sicuro… Di sera (o la sera dopo, forse) la RAI trasmise un concerto di Faber: e, di questo sono certo, mentre lo vedevo, nella mia fredda monocamera, seduto sul letto, mi ritrovai a piangere. Avevo perso qualcuno di importante.
Dico questo non per piaggeria, ma per chiarire come io stimi, apprezzi, anzi ami Fabrizio: e come questo post non sia un’offesa nei suoi confronti, ma un doveroso atto di verità. Non sono certo il primo a scrivere di questo: ma, ormai, chi è il primo a fare qualunque cosa?
Dunque, l’argomento di questo doloroso debunking è: ma quante canzoni, da solo, ha davvero scritto De André?“Ma che, sei scemo??? Dopo Elvis, ora te la prendi con Faber? E lascia in pace i morti!”Sembra una follia farsi la domanda, visto che Fabrizio è da sempre additato come il re dei cantautori italiani… Ma è proprio perché sembra una follia, che occorre affrontare la questione. E non per pura provocazione, ma per rispetto.