I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (seconda e ultima parte)

Eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della breve escursione attraverso la mia collezione: dopo la scorsa puntata, dedicata al “pieno”, agli artisti di cui ho tutto, tanto o troppo, ora tocca al “vuoto“, a quelli cioè di cui ho pochissimo o nulla, ma che invece dovrei avere! In fondo, nelle collezioni è tanto significativo il buco nella scaffale che l’affollamento: proprio come nella musica, in cui la pausa conta tanto come la nota, e una dà senso all’altra.

Innanzitutto, togliamo dal mazzo ciò che (e perdonate la grossolanità della definizione) non è rock o pop music. Quindi: il jazz, la classica, e i generi folk arcaici. Roba che apprezzo, conosco abbastanza, di cui ho antologie (soprattutto per il folk), o opere specifiche (jazz e classica), ma di cui non posso assolutamente definirmi un cultore, un appassionato o un collezionista.

Al netto di questi generi, e analogamente al “pieno”, le tipologie dei miei vuoti in ambito pop-rock si possono suddividere in alcune grosse famiglie:

  1. Generi, sottogeneri o artisti che “tanto li conosco e li trovo quando voglio“: in parole povere, lo Yin rispetto a quello Yang rappresentato – nei “pieni” – da quelle rarità per cui ho sbavato per anni. Parliamo, ad esempio, di artisti o stili di primissima fascia, fondamentali – e che pure mi piacciono! – come David Bowie, Bruce Springsteen, Depeche Mode, Prince, l’Hip Hop, Patti Smith, Smiths, il Reggae, Giorgio Gaber, il Rap, Stevie Wonder… Intendiamoci, qualcosa ho: ma inezie, rispetto a quanto meriterebbero. E non è che non li rispetti: è che sono troppo “comodi”! Un po’ come accade col turismo: magari conosci a menadito le chiesette pisane della Corsica, e ignori i palazzi storici della tua città, davanti cui passi tutti i giorni!
  2. Famiglie stilistiche che mi riprometto sempre di approfondire, ma che – per pigrizia o insufficiente spinta emotiva – non ho ancora affrontato a dovere: il Kraut Rock, il metal estremo, l’hardcore, l’elettronica
  3. Quelli che “Oh ma che banalità!“: insomma, quelli affossati da una colpevole, adolescenziale (e umana) “puzza sotto il naso“, e che dialoga costantemente con le passioni smodate per le cose fighette, di nicchia, esclusive: so benissimo che ignorare il Brit Pop di Blur, Oasis e Colplay, o gran parte del pop recente (come Adele, Duffy, Lady Gaga, Kate Perry) non è un atteggiamento “maturo” e critico, ma il mio ragazzino testardo (per ora!) non ne vuole proprio sapere…
  4. Infine, cose di cui proprio non me fotte una mazza! E non per boria o alterigia, ma perché non ci trovo nulla di interessante. Ad esempio, la Trap, il Raggaeton e l’AOR rock:  sia emotivamente che culturalmente non mi smuovono alcunché, anzi mi irritano pure un po’!

Se vorrete condividere con me quali sono le vostre lacune, le curiosità inesplorate o, meglio ancora perché più divertenti, le vostre idiosincrasie, non esitate a commentare… Sono curioso!

Alla prossima!

9 pensieri riguardo “I miei vinili: #7 – Di vuoti e di pieni (seconda e ultima parte)

    1. io vado dove mi porta la curiosità, senza apparenti pregiudizi, ma poi se guardo i miei scaffali vedo che non c’è praticamente traccia di jazz e fatico moltissimo a comprare/ascoltare canzoni e musica pop non in italiano (non ho la pazienza di decodificare i testi, e senza comprendere quello che viene detto non riesco ad amare artisti, da Leo Ferré a Neil Young e mille altri, che sicuramente meriterebbero maggiore attenzione)
      S.

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      1. Si, poi si perde molto anche nelle traduzioni letterali, sono convinto che anche bellissimi testi italiani tradotti in inglese sarebbero meno pregnanti… Una lingua non è solo significato letterale, ma allusioni, suoni, riferimenti a quella cultura da cui proviene e che chi è estraneo non può cogliere

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      2. Si, il problema dei testi inglesi (o francesi che sia) è proprio quello, soprattutto per chi ha conoscenza scolastica. Quando è così mi affido molto alla musica, ben sapendo che mi perdo ampi contenuti. Grazie per la risposta

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  1. Quando stavamo insieme, io e il mio ex marito, avevamo una discreta collezione di vinili. Dopo il divorzio, lui ha tenuto i dischi e li ha venduti quando si è traferito per cinque anni in America. Io ho fatto diversi traslochi ed ho perso tutto il patrimonio sonoro, compresi i mezzi per riprodurlo.
    Ora la musica sta tutta dentro il mio cuore.

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