Le mie “Comfortably Numb”

Oh, parliamo un po’ di un gruppo che non cito mai… I Pink Floyd! Scherzi a parte, chi mi conosce sa benissimo che i Floyd sono una mia piccola ossessione: non più come anni fa, d’accordo, ma sempre nel cuore stanno. Nella loro produzione, “Comfortably Numb” è senza dubbio una delle canzoni più amate: il testo di zio Roger, la progressione armonica, le voci che si alternano, il godurioso assolone finale di zio David… Difficile rimanere indifferenti. Sì, non sarà estrema e innovativa come “Astronomy Domine” o “Careful With That Axe, Eugene”, ma è uno dei brani “standard” più riusciti di sempre: e, cosa non secondaria, amata da milioni e milioni di fans.

Quando una canzone così ti entra dentro, anche senza farlo apposta te la ritrovi ovunque: ti accompagna, ti segue, per un po’ sembra sparire e poi tac, eccola lì!: di nuovo è con te. Ed è così che ho pensato NON di procedere a una descrizione o a un’analisi del pezzo, ma a un resoconto personale delle occasioni in cui il medesimo ha fatto capolino, significativamente, nella mia vita, e dei ricordi che mi suscita.

Devo aver sentito per la prima volta “Comfortably Numb” verso il 1986 o giù di lì (un bel 7 anni dopo la sua uscita), e di quell’esperienza non ho traccia mnemonica: probabilmente – immersa com’è nel flusso sonoro degli 80 minuti di “The Wall” – non riuscì subito a emergere e a farmi gridare al miracolo… Ma, ascolto dopo ascolto, mi entra nella pelle: a me come al mio amico Silvio, che prima del sottoscritto ha amato i Floyd, e la canzone. Tanto che, dalle vacanze, mi manda una cartolina, e invece dei soliti saluti verga a mo’ di citazione e ammonimento del tempo che passa, il famoso distico: “The child is grown, The dream is gone“.

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I miei vinili: #3 – I CD

La mia piccola narrazione, a proposito dei supporti per la musica che girano in casa (“la musica che gira intorno” :-)), si era interrotta a Giugno: la riprendo ora, e dopo le cassette e i dischi tocca (era ora di modernizzarsi un po!), ai Compact Disc. Che poi moderni non sono per nulla: per le nuove e nuovissime generazioni, il Compact Disc è un oggetto vintage di cui non c’è alcun reale bisogno… Ma per me si, eccome: già abbandonare (seppur non totalmente) i vinili fu un atto di coraggio, figurarsi lasciar perdere anche i cd. E ne sa qualcosa il concessionario auto di Asti, che quando (quasi 3 anni fa) ordinai l’auto nuova e chiesi “ma il lettore cd c’è?”, mi guardò come fossi un UFO.

Va beh, comunque iniziamo. Il primo cd che comprai fu un “due in uno“: le tracklist di due vecchi vinili, insomma, compresse su un solo supporto. Alchimia resa possibile dal fatto che i classici rock dei ’60 e ’70 raramente superavano i 35 minuti, mentre su un cd ne stanno poco più di 74. Il cd in questione fu “Truth / Beck-Ola” di Jeff Beck: e mi ricordo distintamente che, più che ascoltare religiosamente i pezzi, mi persi (e per diversi giorni) nella magia di fare cose che coi vinili non si potevano, tipo impostare una programmazione personale, fare una rapida scansione di 10 secondi al pezzo, saltare da un brano all’altro con un semplice tasto, sentirlo su un’autoradio e cose così. Continua a leggere “I miei vinili: #3 – I CD”

Un’estate con Paolo Rossi e Mick Jagger

Torino + Paolo Rossi + Mick Jagger = 1982. Questione di matematica.

Mi ricordo bene di quel giorno, domenica 11 Luglio 1982: e che cazzo, hai 14 anni, hai finito da un paio di settimane l’esame di terza media, sei in vacanza, e l’Italia trionfa ai Mondiali di calcio di Spagna! Aggiungi che del calcio, fino a un paio di anni prima, te ne fregava poco o nulla: e, quindi, il blocco allo stomaco prima delle partite, i sudori durante i 90 minuti (e poi in quel Luglio non faceva certo fresco…), le urla ai goal e le ore passate dopo il fischio finale a discutere con gli amici, sono tutte novità, e capaci di prenderti per lo stomaco in un modo che non hai provato più.

E anche il prepartita: nessuno “special tv” di 2 ore, a parlare del nulla, ma un gruppo di amici sul divano del vicino di casa a ipotizzare, sperare, fare scongiuri, mentre il TG scorre, e – poco prima della diretta – mostra un’immagine che non dimenticherò più, al pari dell’urlo di Tardelli e di Pertini in piedi, a esultare: Mick Jagger che, arringando la folla di un concerto, predice la vittoria dell’Italia. Ma mica di un concerto qualunque: bensì quello allo Stadio Comunale di Torino, e anticipato alle 15 del pomeriggio per ovvi motivi. Un vero evento: era dal 1970 che gli Stones non si esibivano in Italia. In mezzo, tanti dischi, droghe, liti, polemiche e qualche passo falso: e non che “Tattoo You”, l’album promosso durante l’European Tour del 1982, fosse tutto ‘sto capolavoro… Ma per l’Italia, appena uscita dagli anni Settanta con le ossa rotte (e con l’ostracismo delle rock star mondiali), la calata di Jagger e Richards è una roba da libidine. Firenze dice no, ma Torino si: e si becca due date, domenica 11 luglio, appunto, e lunedì 12.

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Felice pranzo domenicale di lockdown!

Due unicorni  di gommapiuma bianca entrano in una cucina, sulle note del “Bolero” di Ravel, e iniziano la loro danza… Due giocattoli big size animati da un signore serissimo, in giacca e cravatta neri, e da una bionda di mezza età, in lamé amarena. Gli unicorni si sfiorano, si incrociano, dolcemente accostano le zampe: passati 90 secondi circa i due tipi si avvicinano alla webcam e, sorridenti, mandano il loro “Happy Sunday Lockdown Lunch” agli spettatori. Di filmati come questi se ne trovano in rete, al momento, 25, più o meno surreali, più o meno folli, più o meno divertenti: e tutti realizzati nell’abitazione della coppia, con qualche variazione (giardino, soffitta, cantina, tromba delle scale), e le musiche più disparate. Di solito Robert, impassibile, suona la chitarra, e Toyah, colorata e compresa nella parte, balla. Ma chi sono Robert e Toyah? Continua a leggere “Felice pranzo domenicale di lockdown!”

Pensieri per Halloween #2: The Rock(er) is Dead

Siamo di nuovo a Halloween… Che poi quest’anno cade proprio in un periodo a dir poco pesantuccio, viste le notizie sempre più tragiche su epidemie, coprifuoco e terapie intensive: quasi a voler dar ragione a mia cognata, per cui gli anni pari – e quelli con lo zero soprattutto – non portano bene. Beh, se lasciamo da parte mascherine e antivirali, e ci concentriamo sulla musica, anche qui qualche ricorrenza c’è. Dopo la puntata dell’anno scorso, dedicata a 3 morti “stupide” e ad una eroica, questa volta torniamo indietro di 40 anni: al 1980, un anno pari, con lo zero al fondo, e che – fra i molti – ci ha procurato quattro addii particolarmente importanti.

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Happy Days: pivelli senza causa

Io me li ricordo negli anni ’70 a Roma, la FGCI: i giovani comunisti romani stavano tutti i pomeriggi davanti al televisore a vedere “Happy Days”, Fonzie… È questa la loro formazione politica, culturale e morale.” E come darti torto, Nanni? Eppure Winkler-Fonzie se l’era legata al dito, la battuta di “Aprile”, e aveva pure replicato: “Forse Moretti non sa nemmeno che alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afro-americani e si facevano campagne a favore dei portatori di handicap“. Wow, roba da Malcolm X! Ma siamo sinceri: da quando ho acquisito qualche spicciolo di coscienza critica, “Happy Days” a me (e non solo a me) è sempre sembrato un prodotto certamente spiritoso, ma anche molto qualunquista e decisamente WASP. Cola buoni sentimenti e retorica borghese da ogni sequenza: e, alla faccia di Winkler, non mi ricordo ad esempio un solo comprimario di pelle nera (scelta che al giorno d’oggi non farebbe nemmeno partire la programmazione!). Roba che però, negli anni Settanta, era prassi comune: sitcom per bianchi da una parte, e sitcom per neri dall’altra. Diversa è la questione del contesto socio-musicale sollecitato dalla serie: erano davvero così gli “anni ruggenti del rock’n’roll”? Una congrega di ragazzotti impacciati, di bulletti dal cuore d’oro, di sorelline impiccione e partite di flipper? Io, che mi ero sempre immaginato una scorpacciata costante di amplessi al drive in, musica scatenata e ribelli senza causa, mi ero davvero così sbagliato? Partiamo, come sempre, dalla musica, e vediamo cosa ne esce fuori. Continua a leggere “Happy Days: pivelli senza causa”