Happy Days: pivelli senza causa

Io me li ricordo negli anni ’70 a Roma, la FGCI: i giovani comunisti romani stavano tutti i pomeriggi davanti al televisore a vedere “Happy Days”, Fonzie… È questa la loro formazione politica, culturale e morale.” E come darti torto, Nanni? Eppure Winkler-Fonzie se l’era legata al dito, la battuta di “Aprile”, e aveva pure replicato: “Forse Moretti non sa nemmeno che alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afro-americani e si facevano campagne a favore dei portatori di handicap“. Wow, roba da Malcolm X! Ma siamo sinceri: da quando ho acquisito qualche spicciolo di coscienza critica, “Happy Days” a me (e non solo a me) è sempre sembrato un prodotto certamente spiritoso, ma anche molto qualunquista e decisamente WASP. Cola buoni sentimenti e retorica borghese da ogni sequenza: e, alla faccia di Winkler, non mi ricordo ad esempio un solo comprimario di pelle nera (scelta che al giorno d’oggi non farebbe nemmeno partire la programmazione!). Roba che però, negli anni Settanta, era prassi comune: sitcom per bianchi da una parte, e sitcom per neri dall’altra. Diversa è la questione del contesto socio-musicale sollecitato dalla serie: erano davvero così gli “anni ruggenti del rock’n’roll”? Una congrega di ragazzotti impacciati, di bulletti dal cuore d’oro, di sorelline impiccione e partite di flipper? Io, che mi ero sempre immaginato una scorpacciata costante di amplessi al drive in, musica scatenata e ribelli senza causa, mi ero davvero così sbagliato? Partiamo, come sempre, dalla musica, e vediamo cosa ne esce fuori.

E’ difficile trovare, in rete, un compendio dettagliato della colonna sonora completa delle stagioni del telefilm: anche perché, tra alti e bassi, di puntate ne furono prodotte ben 255… Ma qualcosa ho individuato. Per non tediare troppo, metto la lista in fondo al post: in estrema sintesi, le categorie che si distinguono per assiduità sono quattro:

  1. I rock’n’roller “istituzionali” (Elvis Presley, Bill Haley, Fats Domino);
  2. I teen idol di pelle bianca (Bobby Darin, Johnnie Ray, Connie Francis, Paul Anka e Frankie Avalon);
  3. I gruppi vocali doo-wop di pelle…qualsiasi! (The Crew-Cuts, The Platters, The Coasters, The Penguins, The Chordettes, The Diamonds) e il duo degli Everly Brothers;
  4. Le “canzoni dei genitori” (Nat King Cole, Les Paul, Kay Starr, Doris Day).

Tutta roba che negli “happy days” ci sta, eccome: ma mancano  Jerry Lee Lewis e Little Richard! Il rock’n’roll per eccellenza, sopra le righe, del piano suonato coi piedi e dei ritmi indiavolati… Eccheccazzo! Ma come fai a non mettere “Lucille”, “Whole Lotta Shakin’ Goin’ On” e “Tutti Frutti”? Eppure: zero presenze. Mi sono chiesto il perché, e la risposta è arrivata subito: perché Cunningham, Malph e soci non sono gente da tifare biondi sbruffoni sudisti, e negri cotonati con evidenti tendenze omosex… O, quanto meno, non sono i giovani che gli sceneggiatori hanno immaginato per il loro ritratto di un’America sì rollante e rockeggiante, ma bonaria e innocua, dove la ribellione giovanile si esaurisce nella pretesa di fare un po’ più tardi del solito. E, quindi: no a Richard (troppo “nero e gay”) e Lewis (bianco, ma nerissimo nell’anima); ma sì al nero Domino (che, col suo look paffuto e la voce da ragazzo, è rassicurante come la torta di mele), sì agli affabili e innocui giochi vocali del doo wop, sì al pingue Haley, sì a Presley (ormai derubricato a familiare personaggio televisivo). E, ovviamente, sì ai vari teen idol promossi dalle major: ragazzotti di pelle bianca scelti più per il look che per il talento, sponsorizzati da programmi tv “per giovani” come American Bandstand e supportati da autori professionisti.

La domanda è: il mondo di “Happy Days” è frutto di una scelta ideologica degli sceneggiatori, o rispecchia invece la realtà? In fondo, che gli “happy days” (quelli, appunto, fra il 1956 e il ’63) fossero selvaggi e fuori dalle righe, e che nei jukebox risuonasse sempre e solo “il vero rock’n’roll” è soprattutto una nostra fantasia, un mito che ci piace coltivare: quantomeno se intendiamo fare di qualche eccezione una regola generale. Le guerre di quartiere, la musica che cambia il mondo e le marce per i diritti nascono più avanti, dalla metà degli anni Sessanta: nella saga dei Cunningham siamo ancora in una fase interlocutoria, di tempeste ormonali non giunte a piena maturazione e di ribellioni all’acqua di rose. E il rock’n’roll – che non è rock – è sì musica di rottura, ma contemporaneamente coltiva un messaggio profondamente conformista (la logica di gruppo), nostalgico (il rock’n’roller come attualizzazione del self-made man e del nomade solitario) e, soprattutto, contraddittorio. Ed è proprio di questo che parla “Happy Days”: di un mondo sì edulcorato, ma altamente realistico; di una generazione  di “pivelli senza causa”, di ragazzotti che confondono la libertà di consumare con la libertà tout court, e un Frankie Avalon qualsiasi con la ribellione.

Quindi, almeno in questa ottica, ci sta che Richard e Lewis siano stati “dimenticati”. Ma c’è un “ma” bello grosso: almeno per me. Perché dalla colonna sonora manca anche Chuck Berry: e questo me lo spiego con più difficoltà. Perché Chuck era sì di colore, ma molto trasversale: con un canto dalla pronuncia chiara e privo di inflessioni black, con un modo di stare sul palco divertito e divertente, e con testi tutto sommato rassicuranti (automobili, feste del sabato sera e amori sbarazzini). Domino, Elvis e Chuck: poteva benissimo essere… E invece no: perché?! Misteri dello storytelling a stelle e strisce… Butto lì un paio di ipotesi: forse era per la chitarra elettrica, strumento un po’ troppo chiassoso e dinamico? O ha forse pesato, nella memoria degli sceneggiatori, la vecchia condanna per una storia con una quattordicenne… Boh? Se qualcuno ha qualche idea, si faccia pure avanti!

 

Ed ecco, come promesso, la top 40 di “Happy Days”

  • Rock Around the Clock (Bill Haley & The Comets) 1954
  • Splish Splash (Bobby Darin) 1958
  • Hound Dog (Elvis Presley) 1956
  • How High the Moon (Les Paul & Mary Ford) 1951
  • All Shook Up (Elvis Presley) 1957
  • Sh-Boom (The Crew-Cuts) 1954
  • Unforgettable (Nat King Cole) 1954
  • The great pretender (The Platters) 1955
  • Perfidia (The Ventures) 1960
  • See you later, alligator (Bill Haley& The Comets) 1956
  • The White Cloud that cried (Johnnie Ray) 1951
  • Sixteen Tons (Tennessee Ernie Ford) 1955
  • Cry (Johnnie Ray) 1951
  • Wheel of Fortune (Kay Starr) 1952
  • Bye Bye Love (The Everly Brothers) 1956
  • Rock and Roll Waltz (Kay Starr) 1956
  • Lipstick On Your Collar (Connie Francis) 1958
  • Bird dog (The Everly Brothers) 1958
  • Mona Lisa (Nat King Cole) 1950
  • Yakety Yak (The Coasters) 1958
  • Que Serà, Serà (Doris Day) 1956
  • Love Me Tender (Elvis Presley) 1956
  • Earth Angel (The Penguins) 1954
  • Wake Up Little Susie (The Everly Brothers) 1957
  • You Send Me (Sam Cooke) 1957
  • Blueberry Hill (Fats Domino) 1956
  • I’m Walking (Fats Domino) 1957
  • Only you (The Platters) 1955
  • Little Darling (The Diamonds) 1957
  • Who’s Sorry Now (Connie Francis) 1958
  • All I have to do is dream (The Everly Brothers) 1958
  • Young Blood (The Coasters) 1957
  • Put Your Head on My Shoulder (Paul Anka) 1959
  • Personality (Lloyd Price) 1959
  • Tequila (The Champs) 1958
  • You’re Sixteen (Frankie Avalon) 1959
  • Venus (Frankie Avalon) 1959
  • Lollipop (The Chordettes) 1958
  • Smoke gets in your eyes (The Platters) 1958

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