Happy Days: pivelli senza causa

Io me li ricordo negli anni ’70 a Roma, la FGCI: i giovani comunisti romani stavano tutti i pomeriggi davanti al televisore a vedere “Happy Days”, Fonzie… È questa la loro formazione politica, culturale e morale.” E come darti torto, Nanni? Eppure Winkler-Fonzie se l’era legata al dito, la battuta di “Aprile”, e aveva pure replicato: “Forse Moretti non sa nemmeno che alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afro-americani e si facevano campagne a favore dei portatori di handicap“. Wow, roba da Malcolm X! Ma siamo sinceri: da quando ho acquisito qualche spicciolo di coscienza critica, “Happy Days” a me (e non solo a me) è sempre sembrato un prodotto certamente spiritoso, ma anche molto qualunquista e decisamente WASP. Cola buoni sentimenti e retorica borghese da ogni sequenza: e, alla faccia di Winkler, non mi ricordo ad esempio un solo comprimario di pelle nera (scelta che al giorno d’oggi non farebbe nemmeno partire la programmazione!). Roba che però, negli anni Settanta, era prassi comune: sitcom per bianchi da una parte, e sitcom per neri dall’altra. Diversa è la questione del contesto socio-musicale sollecitato dalla serie: erano davvero così gli “anni ruggenti del rock’n’roll”? Una congrega di ragazzotti impacciati, di bulletti dal cuore d’oro, di sorelline impiccione e partite di flipper? Io, che mi ero sempre immaginato una scorpacciata costante di amplessi al drive in, musica scatenata e ribelli senza causa, mi ero davvero così sbagliato? Partiamo, come sempre, dalla musica, e vediamo cosa ne esce fuori. Continua a leggere “Happy Days: pivelli senza causa”