I miei vinili: #2 – I dischi

Riprendo il discorso iniziato qualche mese fa, riguardante i supporti per la musica – anzi, e soprattutto – i MIEI supporti, quelli che mi raccontano qualcosa di particolare. E, dopo le cassette, tocca ai DISCHI.

Dischi in vinile, ovviamente: nell’armadio ho alcune vecchie gommalacche dei nonni, ma non sono “roba mia”… Qui si parla di quei dischi comprati coi sudati risparmi, centellinando i soldini di Natale e Pasqua (la paghetta non esisteva), e tenuti come una reliquia. Belli, i vinili: e non parlo della qualità sonora, ma proprio dell’oggetto. La copertina è facilmente decifrabile (non come i libretti dei cd, per cui ci vuole la lente… e gli occhiali, ora che li porto), dentro ci sono foto e testi, la crew e le dediche, e poi vuoi mettere il rito? Un disco nuovo doveva rimanere intonso per il maggior tempo possibile: oltre al vinile – la cui usura veniva preservata copiandolo integralmente su cassetta – occorreva coccolare anche la ancor più delicata confezione di cartoncino. E, allora: aprire la medesima con lo strofinamento sui jeans, onde surriscaldare la membrana di cellophane che impediva l’accesso al disco e lacerarla il giusto; lasciare il resto del cellophane intonso, a custodia… della custodia; e, a male parata, quando il vecchio cellophane non ce la faceva più, sostituirlo con una bustina di plastica trasparente. Coi vinili doppi, quasi sempre “apribili” a libro, bisognava stare ancora più attenti: perché le due parti della copertina erano internamente comunicanti, e c’era il rischio che il vinile, per così dire, sconfinasse, rimanendo pizzicato durante la chiusura della confezione, e irrimediabilmente danneggiato.

E poi, l’ascolto: togliere il disco dalla copertina, sfilarlo dalla bustina bianca interna e – SENZA TOCCARE LA SUPERFICIE, ma stringendolo a pinza fra il pollice (sul bordo esterno) e il medio (che appoggiava sul forellino centrale) – posarlo sul piatto; mentre l’apparecchio gira, con la spazzolina pulire il disco dalla polvere, e posare DELICATAMENTE la testina. Una vera e propria cerimonia, tipo quella del tè: e guai a sbagliare. Ah, dimenticavo: le copertine NERE, a rischio ditate! Se ne rimaneva una me ne accorgevo da un’altra stanza (altro che CSI), ma sai a toglierla che grana… Una volta un mio amico, cui avevo prestato un disco a copertina nera, per rispetto lo maneggiò coi guanti chirurgici (studiava medicina, e ne aveva a iosa). E non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe successo se mi fossi trovato con un disco rigato: probabilmente ne avrei comprata una seconda copia…

Della mia collezione, alcuni dischi meritano una citazione, non tanto per il loro valore musicale quanto per qualche primato, o memoria. Dunque, il primo vinile “di proprietà” dovrebbe essere “Alla Fiera dell’Est” di Branduardi: roba di quando avevo una dozzina d’anni… Poi, “Un gelato al limon” di Paolo Conte: che era in realtà di mio padre, ma su cui l’avvocato scrisse a penna la dedica “A Chicco, figlio di un mio amico” (si, io…); e poi “Zona Cesarini“, del fratello Giorgio Conte, praticamente introvabile, tanto che lo stesso autore – quando me lo feci autografare, qualche anno fa – mi chiese se glielo avrei mai venduto. Ma figurati!

Molti vinili li ho comprati a Torino, durante “spedizioni” appositamente organizzate coi miei amici: ad Asti certe cose non si trovavano, e allora – con una “mancolista” nel portafoglio – si veniva su in treno, da Maschio o da Rock&Folk, a cercare cose altrove irreperibili. Fu così che rintracciai “Bent Out of Shape” dei Rainbow, e “Pampered Menial” dei Pavlov’s Dog! Un paio di altre robe curiosissime mi vennero fra le mani per puro caso: la prima è “Illuminations” di Alice Coltrane e Carlos Santana, scovata in un negozietto astigiano senza nessun valore (e che infatti avrebbe chiuso dopo qualche mese); e l’altra è “Performance“, doppio live della PFM che, con mia enorme sorpresa, vidi in una cartoleria (proprio così) di estrema periferia, e che oltre a quaderni, libri e matite aveva anche una manciata di dischi…chissà perché!

Qualche follia per i dischi l’ho fatta: la più dispendiosa è stata l’acquisto della raccolta “A Nice Pair” dei Pink Floyd nella mitica “Dr. Phang edition“, che mi costò a occhio e croce 120 euro… Si tratta della prima versione del doppio lp in cui – fra le molte foto incasellate sulla griglia – compariva anche la targa dello studio dentistico di un certo “W. R. Phang”: medico che, non volendo beneficiare di una pubblicità gratuita (very British…) obbligò i Pink a ritirare dal mercato il disco, e a ristampare le copertine con una nuova soluzione grafica. Il record del cofanetto di vinili più “ciccio” dei miei scaffali spetta invece al coloratissimo ed esaustivo “Monterey Pop Festival“, di ben 7 dischi: ascoltato per intero una volta sola, ovviamente, ma non lo venderò mai!

Nell’acquisto seriale dei vinili devo essermi fermato, se non ricordo male, ad “Achtung Baby” degli U2: poi passai al cd. Ma qualche vinile arrivò ancora: qualcuno per motivi collezionistici (Pink Floyd in particolare), altri perché “non si può non avere anche il mitico vinile” (“Sgt. Pepper’s” dei Beatles) e altri ancora per indisponibilità della ristampa in cd (ad esempio, “Hollywood Holiday” dei True West, “Cocaine Head” degli Afterhours, “Boston, Mass.” dei Del Fuegos). Ultimo arrivato in casa, il maxi singolo “Empire of the Clouds” degli Iron Maiden: ah, il feticismo discografico…

Nell’arredare la nostra recente casetta di Torino, assieme a lettore cd/dvd, amplificatore e tv, ho ovviamente preteso un piatto stereo: un Teac di medio livello, finora usato col contagocce. Perché è vero, i dischi mi piacciono molto, anzi moltissimo: sono un oggetto romantico, che mi ricorda i sabati pomeriggio della mia adolescenza, gli acquisti a lungo meditati (sempre in cerca dell’occasione e del “nice price”), e la scoperta del rock… Ok: ma se poi si rovinano??? E se mi cadono? E se si graffiano? Ecco, quando si dice “il bambino che abbiamo dentro“: c’è ancora, e detta legge.

6 pensieri riguardo “I miei vinili: #2 – I dischi

  1. Ho una discreta collezione di vinili e, dopo aver acquistato decine e decine di CD, ritorno al vinile perché c’è qualcosa che non so definire ma il suono mi piace di più… Eppoi il fatto d’esser grandi e colorati è tutta un’altra storia !
    (P.S. Hai mai fatto un giro su Discogs ? Se inserisci il codice univoco di qualche tuo LP, potresti scoprire che vale centinaia di euro !)

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    1. Eh il vinile… Ci ho perso ore a decifrare certe copertine (“Powerslave” degli Iron, “Sgt Pepper’s”, “The Wall”…). No, su Discogs mai andato, in effetti penso potrei avere qualche sorpresa: anche se l’offerta dipende dalla domanda, serve a poco avere un pezzo unico se poi nessuno lo cerca! E grazie per le tue visite e i commenti

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