The Rock(er) is Dead #2: pensieri per Halloween

Siamo di nuovo a Halloween… Che poi quest’anno cade proprio in un periodo a dir poco pesantuccio, viste le notizie sempre più tragiche su epidemie, coprifuoco e terapie intensive: quasi a voler dar ragione a mia cognata, per cui gli anni pari – e quelli con lo zero soprattutto – non portano bene. Beh, se lasciamo da parte mascherine e antivirali, e ci concentriamo sulla musica, anche qui qualche ricorrenza c’è. Dopo la puntata dell’anno scorso, dedicata a 3 morti “stupide” e ad una eroica, questa volta torniamo indietro di 40 anni: al 1980, un anno pari, con lo zero al fondo, e che – fra i molti – ci ha procurato quattro addii particolarmente importanti.

19 Febbraio 1980. Bon Scott è il cantante degli AC/DC, roccioso gruppo di hard-rock nato in Australia da figli di immigrati scozzesi, e che ha già all’attivo sei album. E’ inverno, Londra è fredda e umida, e Bon passa la serata con l’amico Alistair Kinnear a sbevazzare in un locale di Camden Town, il “Music Machine”: dopo decine di “shottoni”, Bon è ubriaco marcio, e Alistair – che proprio sobrio non è – prende la sua Renault 5 e se lo carica sopra, destinazione casa. Bon si addormenta, anzi perde conoscenza: cose che capitano… Arrivano al 67 di Overhill Road, sotto casa di Alistair, ma Bon è un peso morto: Ali parcheggia bene, reclina il sedile, gli mette un plaid addosso, appunta il suo indirizzo e numero di telefono su un bigliettino in bella vista, e se ne va a dormire. Al pomeriggio del 19, passata la sbornia, torna di corsa all’auto: ma Bon se n’è andato per sempre, soffocato dal proprio vomito. E dire che, chissà perché, da ragazzo ero convinto fosse morto per una scarica elettrica del microfono… “Hey Satan, payin’ my dues, playing in a rocking band / I’m on the highway to Hell“. Aveva 33 anni.

18 Maggio 1980. Il leader, frontman e autore dei testi dei Joy Division, Ian Curtis, è in crisi profonda: con Deborah, l’amata moglie, le cose non girano bene, e lei ha chiesto il divorzio. Il nuovo tour dei Division incombe, Ian deve partire, e Debby – pur amandolo profondamente – non ha intenzione di tornare sui suoi passi: chiacchierano, si confrontano, ma niente da fare… Rimasto solo, Ian mette sul piatto “The Idiot” di Iggy Pop, stacca le foto della figlia, Natalie, dalle pareti, e inizia a scrivere una lettera alla moglie, tutta in maiuscolo, come fa sempre coi testi delle sue canzoni. Al mattino Debbie arriva a casa, per salutarlo prima della partenza: e lo trova impiccato alla corda per stendere della cucina. Ecco, avere 24 anni e non farcela già più: l’epilessia fotosensibile di cui soffre da tempo è un tormento, la vita da rockstar è troppo pesante, eppure “era disperatamente attratto da ciò che non poteva fare“. Per la sua lapide, Debby sceglierà il titolo di una sua canzone: “Love Will Tear Us Apart“, “l’amore ci farà a pezzi”.

25 Settembre 1980. Il 24, il batterista John “Bonzo” Bonham – accompagnato dal suo assistente Rex King – si dirige ai Bray Studios per le ultime prove prima dell’imminente tour americano: lo aspettano Jimmy, Robert e John Paul – i Led Zeppelin al gran completo, insomma! Lungo la strada si ferma a far pranzo: due panini e quattro quadrupli bicchieri di vodka. E, arrivato agli studi, continua e continua… E’ tanto sbronzo da non riuscire a suonare una nota: tutti assieme raggiungono la Old Mills House, un vecchio mulino ristrutturato che Jimmy Page ha comprato dall’attore Michael Caine, dove faranno un breve festino prima di andare a letto e riposarsi, in vista delle nuove prove. A mezzanotte, dopo altri drink, John è completamente sverso, ed è portato di peso in camera. Alle 13:45 del 25 Settembre, un roadie bussa alla porta di John: Bonzo è immobile, ha un colorito bluastro, e il polso non batte. Uno degli dèi della batteria rock se n’è andato, nella solitudine della sua camera, a soli 32 anni: qualcuno cercherà di attribuire la sua morte alla Magia Nera, di cui Page è in quegli anni invaghito… Ma direi che quaranta bicchieri di vodka ingurgitati in un sol giorno, e il conseguente soffocamento nel proprio vomito, sono un motivo più che sufficiente, anche se molto più prosaico.

8 Dicembre 1980. John Lennon, alle 22:49, assieme alla moglie Yoko Ono, scende dall’auto per rientrare al Dakota Building, dove vive da tempo. “Mister Lennon?”: una voce lo chiama… Un istante dopo, una calibro 38 esplode cinque colpi: John stramazza a terra, il tempo di bofonchiare un tenue «I’m shot, I’m shot», e perde conoscenza. Portato in ospedale, muore alle 23:07. L’omicida è Mark David Chapman, un fan squilibrato di 25 anni, convinto che Lennon abbia tradito gli ideali di purezza dei Beatles: è da Ottobre che progetta l’assassinio, è già stato a New York una prima volta, ha desistito, ma l’idea criminale è ormai nella sua testa, e il 5 Dicembre torna… Prende una camera in un vicino ostello, e la mattina dell’8 attende Lennon e Yoko, per farsi autografare l’album “Double Fantasy”: e caso vuole che un fotografo immortali la scena. Poche ore dopo, l’agguato: “Mi spiace causarvi questo disagio“, dirà ai poliziotti. Lennon, che aveva da poco compiuto 40 anni,  è cremato il 10 Dicembre, e le sue ceneri sono consegnate alla moglie, che sceglie di non far celebrare nessun funerale. Chapman, alla fine del processo. è condannato a una pena fra i 20 anni e l’ergastolo; e oggi, nonostante vari tentativi di ottenere la libertà vigilata, è ancora dietro le sbarre. «Shoot me», sussurrava John in “Come Together”: e qualcuno l’ha fatto, alla fine.

6 pensieri riguardo “The Rock(er) is Dead #2: pensieri per Halloween

  1. Molto interessante il post, e triste. Proprio ieri ho visto un documentario sulla BBC sugli ultimi giorni di Lennon, incredibile la sua morte 😦 il giorno prima diceva di amare vivere negli USA anche perché gli piaceva passeggiare sentendosi lasciato in pace dalla gente.
    E poi… grande Ian!

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