“Io me li ricordo negli anni ’70 a Roma, la FGCI: i giovani comunisti romani stavano tutti i pomeriggi davanti al televisore a vedere “Happy Days”, Fonzie… È questa la loro formazione politica, culturale e morale.” E come darti torto, Nanni? Eppure Winkler-Fonzie se l’era legata al dito, la battuta di “Aprile”, e aveva pure replicato: “Forse Moretti non sa nemmeno che alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afro-americani e si facevano campagne a favore dei portatori di handicap“. Wow, roba da Malcolm X! Ma siamo sinceri: da quando ho acquisito qualche spicciolo di coscienza critica, “Happy Days” a me (e non solo a me) è sempre sembrato un prodotto certamente spiritoso, ma anche molto qualunquista e decisamente WASP. Cola buoni sentimenti e retorica borghese da ogni sequenza: e, alla faccia di Winkler, non mi ricordo ad esempio un solo comprimario di pelle nera (scelta che al giorno d’oggi non farebbe nemmeno partire la programmazione!). Roba che però, negli anni Settanta, era prassi comune: sitcom per bianchi da una parte, e sitcom per neri dall’altra. Diversa è la questione del contesto socio-musicale sollecitato dalla serie: erano davvero così gli “anni ruggenti del rock’n’roll”? Una congrega di ragazzotti impacciati, di bulletti dal cuore d’oro, di sorelline impiccione e partite di flipper? Io, che mi ero sempre immaginato una scorpacciata costante di amplessi al drive in, musica scatenata e ribelli senza causa, mi ero davvero così sbagliato? Partiamo, come sempre, dalla musica, e vediamo cosa ne esce fuori. Continua a leggere “Happy Days: pivelli senza causa”
Categoria: La musica che gira intorno
1 secondo, 639 anni: il tempo di Dio
Questo sabato non sapete cosa fare? Siete stufi di spiagge e movida? Lo sdraio sul balcone e il barbecue in cortile vi guardano con occhi annoiati? Non ne potete più di spiaggiarvi con mariti, mogli, nonni e bambini nell’agrigelateria “appena aperta e tanto buona”? Benissimo, ho la soluzione per voi:
- Luogo: Halberstadt, Sassonia-Anhalt (Germania), chiesa di Sankt Burchardi
- Quando: sabato, 5 Settembre 2020, ore 15:00
- Evento: il cambio di nota all’organo della chiesa… Il primo dal 2013, e il quattordicesimo dal 2001.
Non vi ho ancora convinto? Non vi fidate? Volete saperne di più? Eccovi serviti! Continua a leggere “1 secondo, 639 anni: il tempo di Dio”
Men at work
Mi piace lavorare in Agosto… Poca gente in giro, parcheggi gratis, in un attimo vai e torni: e poi riesci a sbrigare le pratiche, senza telefonate o colleghi che ti picchiettano sulla spalla per chiederti qualcosa. E posso concedermi anche il lusso di qualche piccolo cazzeggio: purché non disturbi nessuno e non comporti il furto dello stipendio..
Ed è così che l’altro pomeriggio, nel pieno del calore, dell’abbiocco pomeridiano e della noia operativa, mentre facevo uno dei quei compiti per cui non devo collegare troppo il cervello, ho attaccato Youtube e – previo consenso dei vicini di banco – ho sparato a medio volume (tanto per capirci, udibile a non più di 3-4 metri…) un po’ di musica dal pc. Gli anni Settanta e Ottanta l’hanno fatta da padrona, con parecchi guilty pleasure che normalmente non confesserei mai di amare, o di (per la carità!) avere in collezione… E sarà che siamo tutti o quasi fra i 40 e i 55, ma la scaletta – del tutto casuale – ha ricevuto molti ok dai vicini, che hanno iniziato anche a richiedere pezzi, quasi fossimo in radio.

Ed ecco, più o meno, il risultato di quel piacevole pomeriggio: tenendo presente che tutto è partito dall’ingenua domanda “Ma chi è che cantava quella canzone che ora usano nella pubblicità del depilatore Venus?” 🙂
- Bananarama – “Venus“
- Dire Straits – “Sultans of Swing“
- Soundgarden – “Black Hole Sun“
- Nirvana – “In Bloom“
- Queen & George Michael – “Somebody to Love“
- The Bangles – “Walk Like an Egyptian“
- Eurythmics – “Sweet Dreams“
- Patty Smith – “Because the Night“
- Rick Astley – “Never Gonna Give You Up“
- Queen – “Don’t Stop Me Now“
- David Bowie – “Space Oddity“
- David Bowie – “Life on Mars“
- Blondie – “Heart of Glass“
- Eagles – “Desperado“
- Depeche Mode – “Enjoy the Silence“
- Matt Bianco – “Who Side Are You On?“
- Arteha Franklin & Blues Brothers – “Think“
- “Chain of Fools” (dalla colonna sonora di “The Commitments”)
- David Bowie – “Heroes“
- Bruce Springsteen – “The River“: quest’ultima, a chiusura, dedicata a Alessandra, una collega mancata 5 anni fa, e che tanto amava il Boss…
Non è mancato, ovviamente, il capetto che spuntando dietro un armadio, ha esclamato “Ah ma sei tu? Siamo proprio allo svacco…”. Avrei voluto esplodere, assieme ad Aretha, in un liberatorio “Freedom, freedom, freedom”, ma non me la sono sentita. Ma direi che nessuno l’ha degnato di troppa attenzione: in fondo stavamo tutti lavorando… Semplicemente con più leggerezza del solito. E non è poco.
The Crawling Chaos: Howard Phillips Lovecraft e il rock
Proprio 130 anni fa, il 20 Agosto 1890, a Providence (Rhode Island), nasceva Howard Phillips Lovecraft: uno dei più grandi scrittori di ambito horror e fantascientifico, creatore di cosmogonie aliene e sistemi mitologici arcani, e soprattutto una delle mie passioni più tenaci.
Per me si: ma non per tutti. C’è chi non digerisce il suo universo, cupo, a-morale e materialistico, chi il suo congenito razzismo, chi la sua fantascienza così cerebrale e relativistica; e c’è, soprattutto, chi non sopporta la sua prosa involuta, e il puntuale fuggire le descrizioni delle divinità – eccezion fatta per un paio – scegliendo invece il ricorso a perifrasi, all’ “innominabile”, a un non ben identificato “orrore cosmico”. Questa è la croce e delizia del mondo di HPL: rapportarsi con una mitologia allucinante, estrema e affascinante; e la difficoltà a raccontarla con mezzi consueti. Ne sanno qualcosa gli innumerevoli epigoni, che solo occasionalmente hanno saputo avvicinarsi ai vertici del Maestro, e in generale tutti coloro che hanno provato a tradurne le idee in altri ambiti espressivi, cinema in primis.
Perché è inutile voler calligraficamente riproporre quanto è – per definizione – indicibile: soprattutto nella narrazione attuale, ammorbata dalla voglia di spiegare e mostrare tutto. Sono andati vicino alla perfezione il cineasta John Carpenter, il geniale fumettista Alan Moore, alcuni racconti a tema di Robert Bloch, Stephen King e Frank Belknap Long… E qualche musicista. D’altronde, se non alla musica, la più immateriale delle arti, a chi si potrebbe chiedere di evocare ciò che le parole non riescono? Perchè, non dimentichiamolo, è lo stesso HPL a infarcire i suoi racconti di idiomi alieni (Cthulhu fhtagn ph’nglui mglw’nafh), violinisti impazziti (Eric Zann) e di quel “sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco” che accompagna le danze che circondano il dio cieco e idiota Azathoth. Complice il 130° compleanno di Howie – e i post dei blogger Lucius Etruscus, Austin Dove e Celia – proviamo a dare un’occhiata alla questione, proponendo alcune suggestioni. Continua a leggere “The Crawling Chaos: Howard Phillips Lovecraft e il rock”
I miei vinili: #2 – I dischi
Riprendo il discorso iniziato qualche mese fa, riguardante i supporti per la musica – anzi, e soprattutto – i MIEI supporti, quelli che mi raccontano qualcosa di particolare. E, dopo le cassette, tocca ai DISCHI.

Dischi in vinile, ovviamente: nell’armadio ho alcune vecchie gommalacche dei nonni, ma non sono “roba mia”… Qui si parla di quei dischi comprati coi sudati risparmi, centellinando i soldini di Natale e Pasqua (la paghetta non esisteva), e tenuti come una reliquia. Belli, i vinili: e non parlo della qualità sonora, ma proprio dell’oggetto. La copertina è facilmente decifrabile (non come i libretti dei cd, per cui ci vuole la lente… e gli occhiali, ora che li porto), dentro ci sono foto e testi, la crew e le dediche, e poi vuoi mettere il rito? Un disco nuovo doveva rimanere intonso per il maggior tempo possibile: oltre al vinile – la cui usura veniva preservata copiandolo integralmente su cassetta – occorreva coccolare anche la ancor più delicata confezione di cartoncino. E, allora: aprire la medesima con lo strofinamento sui jeans, onde surriscaldare la membrana di cellophane che impediva l’accesso al disco e lacerarla il giusto; lasciare il resto del cellophane intonso, a custodia… della custodia; e, a male parata, quando il vecchio cellophane non ce la faceva più, sostituirlo con una bustina di plastica trasparente. Coi vinili doppi, quasi sempre “apribili” a libro, bisognava stare ancora più attenti: perché le due parti della copertina erano internamente comunicanti, e c’era il rischio che il vinile, per così dire, sconfinasse, rimanendo pizzicato durante la chiusura della confezione, e irrimediabilmente danneggiato. Continua a leggere “I miei vinili: #2 – I dischi”
Canta che ti passa #15
A torto o a ragione, fra entusiasti e perplessi, il lockdown “hard” è giunto al termine: e anche questa sezione intitolata “Canta che ti passa”. Dicevo, nella scorsa puntata, che in questo periodo mi è capitato spesso di volgere uno sguardo al passato: e ho raccontato di cassette, incisioni amatoriali e affini… Ma c’è un passato ben più personale e profondo, da cui tutto questo è iniziato: e da cui sono iniziato io. Mio padre.

Perché è stato lui, Angelo, ad avvicinarmi a “tutto ciò che fa spettacolo”: amava il jazz di un amore vivo, privo di tassonomie e studio, la canzone leggera, il varietà (si era anche presentato a un radio quiz di Mike Bongiorno), fu interessato alla nascita di una delle prime radio libere astigiane e si dilettava nell’organizzazione di eventi locali, feste e veglioni, fungendo anche da presentatore.
In salotto, vicino al giradischi in legno, c’erano diversi album: colonne sonore di commedie musicali (fra cui quella, rarissima, di “Rinaldo in campo”), vecchie gommalacche, “Un gelato al limon” di Paolo Conte (autografata a “Chicco, figlio di un mio amico” -:) ), numerose serie monografiche di jazz, “Hello, Dolly!” di Armstrong, alcuni dischi in dialetto (perché no?!), e altro ancora, che io mi divertivo a mettere sul piatto: per gioco, ovviamente.
Questi dischi lui li ascoltava, spesso con qualche amico. Ma posso dire che mi abbia mai “parlato di musica”? No: e, di nuovo, ovviamente… a un bambino non puoi mica rompergli le balle con dissertazioni stilistiche! Ma alcune frasi, quasi casuali, mi sono state dentro. Tipo “Papà, a cosa serve il contrabbasso, che non si sente?” “Sembra non si senta, ma non ci fosse te ne accorgeresti”; “Lucio Dalla era un ottimo jazzista, prima di passare al pop”; “La PFM… suonano davvero bene”; “Senti che swing, Duke Ellington”; “Mi ricordo quando è morto Fred Buscaglione, la notizia ha sorpreso me e mamma, all’uscita da teatro”.

Dicevo, con papà ho raramente parlato di musica: anche perché – quando era in salute – io avevo meno di 10 anni, e – anche lo avesse fatto – ero in altri giochi troppo affaccendato. E quando avremmo potuto parlarne in modo più profondo, e senza antagonismi adolescenziali, lui non c’era più. Eppure, il contatto continuo con la materialità della musica (i dischi in salotto) e le poche chiacchiere di quello che, per ogni bambino, è il suo eroe, qualcosa hanno fatto… Sarà un caso che mi piacciano Lucio Dalla, la PFM, e pure il “duro” Fred ? 🙂 Ma soprattutto, come amo dire, mio padre mi ha insegnato tutto, senza spiegarmi nulla.
E allora, papà, per questo e per tutto il resto, ti dedico questo post. E ti dedico questa canzone, “Moonlight Serenade“, che amavi molto e che forse ha guidato il tuo ritorno ad Asti, alla fine della Guerra. Allo stesso modo, auguro che la medesima serena perfezione soffusa da questo stupefacente arrangiamento di fiati possa accompagnare anche noi, al rientro nelle cose di tutti i giorni, dopo queste settimane di conflitto.
La rubrica “Canta che ti passa” si ferma qui. Ma la musica continua. E che musica…