Vaffa Day #2

Oggi mi girano le balle

Ho controllato, dal precedente (e unico) “Vaffa Day” sono passati  2 anni e mezzo, più o meno: un bel periodo senza mandare affanculo qualcuno! Forse il mio subconscio se n’è accorto, e ha fatto di tutto per smuoversi e smuovermi a scriverne un altro, e trovare le motivazioni: e puntuale puntuale il miracolo si è avverato.

E’ da qualche giorno che le giornate in ufficio sono sempre più pesanti, e che l’alzarsi presto per andarci è diventato l’ultimo dei problemi: è che non ho proprio voglia di incontrare i miei 40 e passa colleghi, e trascorrerci 8 ore assieme, pigiati nello stesso stanzone. E la causa, ovviamente, non sono gli altri, che sono esattamente le copie di quei colleghi già incontrati nei miei 31 anni di lavoro, brave persone come tutti, ognuna col suo carattere e le sue aree di gloria e di stupidità: ma sono io, che invecchiando divento ispido, spazientito e sprezzante.

Ma, anche se umanamente devo assumermi gli oneri del mio carattere, dove gli altri non hanno colpe, dal profondo delle mie emozioni e del mio stomaco non posso che gridare loro un bel vaffaculo. Vaffanculo al caos, al loro rumore, alle chiacchiere inutili, alle inutili lamentele, alle telefonate a voce alta con ‘ste cazzo di cuffie che ormai abbiamo tutti (eredità della pandemia e della necessità della distanza sociale), alle solite frasi sentite mille volte, agli ipocriti “senti, avresti mica voglia di…? (no che non ne ho voglia, testa di minchia, non ne ho voglia da quando striscio il mio badge al mattino sino a quando esco, ma lo faccio lo stesso: e non per “amicizia”, ma perché è il mio lavoro, mi pagano e lo faccio come meglio posso), al “ragazzi, fatelo per me” del megadirettoregalattico (di nuovo: col cazzo che lo faccio per te, lo faccio per me e la mia dignità), ai coglioni che con un caso di positività in un ufficio zeppo di bipedi espiranti come una sartoria cinese continuano a girare con la mascherina sotto il mento (salvo poi lamentarsi che “Oh, magari sono stato contagiato!“), ai leccaculo che non sanno manco coniugare un congiuntivo ma che sanno quando e con chi prendere il caffè… E a tante cose che non basterebbe un post per scriverle tutte.

Allora, o prendo una motosega e come in un truce film slasher massacro mezzo ufficio: oppure devo in qualche modo far finta di niente, e sopravvivere. Andare al cesso e chiudermi dentro? Capita anche quello, ma posso starci 5 minuti: e manco mi va di fare come un mio collega, che nella ritirata andava a farsi le seghe (sì, me lo ha confessato lui: e non “moto”). Oppure, proprio grazie alle cuffie di cui sopra, calzarle aderenti alle orechhie, e durante i lavori più di ruotine e in cui non devo interagire col resto del pollaio, spararmi qualcosa da Youtube, mentre il resto dei processi va avanti e io pesto sui tasti del pc. Una versione “privata” della filodiffusione, insomma.

Va da sé che, per zittire il brusio continuo da cui voglio estraniarmi, ci voglia qualcosa di forte: ho iniziato coi Genesis, poi Led Zep e Deep Purple, ma non bastava ancora… E poi gli Iron Maiden, e ancora i Metallica: ma no, troppo buoni e moderati… Ecco, gli Slayer con il loro “Reign in Blood” sono la cosa giusta! Efficaci, anzi omeopatici: similia similibus curantur“, “i simili si curino coi simili” dice quella vaccata che pretende di vendermi “la memoria dell’acqua”. Ma qui funziona: la rabbia si cura con la rabbia, con le chitarre iperdistorte e le voci vomitate, con le batterie da tachicardia pre-infarto e i testi carichi di grugniti e dolore. Funziona! Alla fine, quando dopo mezz’ora mi tolgo le cuffie, per un po’ sono calmo e pacificato.

Ma sono anche preoccupato: se a forza di deathmetallizzarmi mi assuefarò, e nemmeno Slayer, Venom e soci basteranno, a chi o cosa potrò rivolgermi? Per quanto ne so, di più estremo c’è solo il GrindCore di Napalm Death e Carcass: e poi sì, la vecchia buona motosega. E sarà la volta buona che non mi vedranno più!

Vaffa a tutti, amici miei!

Men at work

Mi piace lavorare in Agosto… Poca gente in giro, parcheggi gratis, in un attimo vai e torni: e poi riesci a sbrigare le pratiche, senza telefonate o colleghi che ti picchiettano sulla spalla per chiederti qualcosa. E posso concedermi anche il lusso di qualche piccolo cazzeggio: purché non disturbi nessuno e non comporti il furto dello stipendio..

Ed è così che l’altro pomeriggio, nel pieno del calore, dell’abbiocco pomeridiano e della noia operativa, mentre facevo uno dei quei compiti per cui non devo collegare troppo il cervello, ho attaccato Youtube e – previo consenso dei vicini di banco – ho sparato a medio volume (tanto per capirci, udibile a non più di 3-4 metri…) un po’ di musica dal pc. Gli anni Settanta e Ottanta l’hanno fatta da padrona, con parecchi guilty pleasure che normalmente non confesserei mai di amare, o di (per la carità!) avere in collezione… E sarà che siamo tutti o quasi fra i 40 e i 55, ma la scaletta – del tutto casuale – ha ricevuto molti ok dai vicini, che hanno iniziato anche a richiedere pezzi, quasi fossimo in radio.

Ed ecco, più o meno, il risultato di quel piacevole pomeriggio: tenendo presente che tutto è partito dall’ingenua domanda “Ma chi è che cantava quella canzone che ora usano nella pubblicità del depilatore Venus?” 🙂

  • Bananarama – “Venus
  • Dire Straits – “Sultans of Swing
  • Soundgarden – “Black Hole Sun
  • Nirvana – “In Bloom
  • Queen & George Michael – “Somebody to Love
  • The Bangles – “Walk Like an Egyptian
  • Eurythmics – “Sweet Dreams
  • Patty Smith – “Because the Night
  • Rick Astley – “Never Gonna Give You Up
  • Queen – “Don’t Stop Me Now
  • David Bowie – “Space Oddity
  • David Bowie – “Life on Mars
  • Blondie – “Heart of Glass
  • Eagles – “Desperado
  • Depeche Mode – “Enjoy the Silence
  • Matt Bianco – “Who Side Are You On?
  • Arteha Franklin & Blues Brothers – “Think
  • Chain of Fools” (dalla colonna sonora di “The Commitments”)
  • David Bowie – “Heroes
  • Bruce Springsteen – “The River“: quest’ultima, a chiusura, dedicata a Alessandra, una collega mancata 5 anni fa, e che tanto amava il Boss…

Non è mancato, ovviamente, il capetto che spuntando dietro un armadio, ha esclamato “Ah ma sei tu? Siamo proprio allo svacco…”. Avrei voluto esplodere, assieme ad Aretha, in un liberatorio “Freedom, freedom, freedom”, ma non me la sono sentita. Ma direi che nessuno l’ha degnato di troppa attenzione: in fondo stavamo tutti lavorando… Semplicemente con più leggerezza del solito. E non è poco.