I miei vinili: #5 – Il rito dell’acquisto

Belli quegli anni Ottanta quando io, ragazzotto di provincia con pochi soldi in tasca (la paghetta non era ancora un diritto acquisito), mi recavo ogni sabato mattina, in bicicletta, al mio negozio di musica preferito per fare il mio acquisto settimanale.

“Negozio preferito”: direi l’unico o quasi, ad Asti. Perché l’altro era di una coppia di  signore attempate che, assieme a orologi e bijoux, avevano in rastrelliera qualche disco, ma di rock capivano quanto mia madre: e qualunque titolo gli chiedevi, anche se inventato, rispondevano invariabilmente “non ce l’ho ma glielo prendo“! Per fortuna, da qualche tempo, aveva aperto un piccolo ma fornitissimo negozio, “Musiclandia“, gestito da Roberto, chitarrista molto bravo e vero appassionato di musica. E’ stato lui a farmi conoscere la PFM (suonandomi in diretta alcuni frammenti di “Peninsula” e “La Carrozza di Hans”), a spiegarmi cos’era il progressive, e a presentarmi il blues più autentico.

E così, ogni sabato mattina, iniziava il rito: con ventimila lire in tasca (attinte dalle “buste parentali” di Natale, Pasqua e compleanno), entravo nel suo regno, sfogliavo i vinili, li guardavo, mi confrontavo con lui (o con qualche amico), cercavo se possibile il “nice price” (novemila lire, mi pare), e me ne uscivo col disco in busta. Arrivato a casa, il rito continuava: la rimozione dal cellophane, il primo ascolto – accompagnato, per i titoli più rari, dal contemporaneo riversamento su cassetta – e il giro, al pomeriggio, da qualche amico, con cui condividere l’ascolto. Eh si, anche scambiarsi i dischi, portarli uno a casa dell’altro, e sentirli assieme, per discutere, confrontarsi, scambiarsi aneddoti e opinioni, era parte del rito! Continua a leggere “I miei vinili: #5 – Il rito dell’acquisto”

Men at work

Mi piace lavorare in Agosto… Poca gente in giro, parcheggi gratis, in un attimo vai e torni: e poi riesci a sbrigare le pratiche, senza telefonate o colleghi che ti picchiettano sulla spalla per chiederti qualcosa. E posso concedermi anche il lusso di qualche piccolo cazzeggio: purché non disturbi nessuno e non comporti il furto dello stipendio..

Ed è così che l’altro pomeriggio, nel pieno del calore, dell’abbiocco pomeridiano e della noia operativa, mentre facevo uno dei quei compiti per cui non devo collegare troppo il cervello, ho attaccato Youtube e – previo consenso dei vicini di banco – ho sparato a medio volume (tanto per capirci, udibile a non più di 3-4 metri…) un po’ di musica dal pc. Gli anni Settanta e Ottanta l’hanno fatta da padrona, con parecchi guilty pleasure che normalmente non confesserei mai di amare, o di (per la carità!) avere in collezione… E sarà che siamo tutti o quasi fra i 40 e i 55, ma la scaletta – del tutto casuale – ha ricevuto molti ok dai vicini, che hanno iniziato anche a richiedere pezzi, quasi fossimo in radio.

Ed ecco, più o meno, il risultato di quel piacevole pomeriggio: tenendo presente che tutto è partito dall’ingenua domanda “Ma chi è che cantava quella canzone che ora usano nella pubblicità del depilatore Venus?” 🙂

  • Bananarama – “Venus
  • Dire Straits – “Sultans of Swing
  • Soundgarden – “Black Hole Sun
  • Nirvana – “In Bloom
  • Queen & George Michael – “Somebody to Love
  • The Bangles – “Walk Like an Egyptian
  • Eurythmics – “Sweet Dreams
  • Patty Smith – “Because the Night
  • Rick Astley – “Never Gonna Give You Up
  • Queen – “Don’t Stop Me Now
  • David Bowie – “Space Oddity
  • David Bowie – “Life on Mars
  • Blondie – “Heart of Glass
  • Eagles – “Desperado
  • Depeche Mode – “Enjoy the Silence
  • Matt Bianco – “Who Side Are You On?
  • Arteha Franklin & Blues Brothers – “Think
  • Chain of Fools” (dalla colonna sonora di “The Commitments”)
  • David Bowie – “Heroes
  • Bruce Springsteen – “The River“: quest’ultima, a chiusura, dedicata a Alessandra, una collega mancata 5 anni fa, e che tanto amava il Boss…

Non è mancato, ovviamente, il capetto che spuntando dietro un armadio, ha esclamato “Ah ma sei tu? Siamo proprio allo svacco…”. Avrei voluto esplodere, assieme ad Aretha, in un liberatorio “Freedom, freedom, freedom”, ma non me la sono sentita. Ma direi che nessuno l’ha degnato di troppa attenzione: in fondo stavamo tutti lavorando… Semplicemente con più leggerezza del solito. E non è poco.