Io non so parlar di musica (…e di guerra) #9

Le notizie di questi giorni stanno colpendo tutti. Ragione e torto, morti e dispersi, bombe e profughi, diplomazie (scarse) e minacce (roboanti). Un bel casino.

Il Diavolo sembra davvero metterci lo zampino: per chi ci crede, ma anche, diciamolo, per chi è agnostico… L’ombra del male si sente, in certe circostanze, e fa paura. Ci fa comodo attribuire a qualcuno dalle ali bruciacchiate e dagli occhi di brace – o a un generico “altro”, inevitabilmente brutto e cattivo – le porcherie che facciamo. Ma sappiamo benissimo di chi è la vera colpa…

Lo dicevano già i Rolling Stones, nel 1969: dietro un titolo apparentemente “satanico” (“Sympathy for the Devil“, “Comprensione per il Diavolo”), e alle smorfie canore di Jagger, si nasconde una suggestione per nulla banale sulla duplicità dell’animo umano, e sulla sua (cor)responsabilità nei crimini e nei disastri della storia.

Vi lascio questo brano, con tanto di testo originale (dopo) e traduzione (prima): uno dei più belli e famosi degli Stones, un samba indiavolato e inquietante, dove la forma è sostanza… E, purtroppo, drammaticamente in sintonia con questi tempi del cazzo. Continua a leggere “Io non so parlar di musica (…e di guerra) #9”

“The Beatles – Get Back”: la miniserie tv #1

Ci vediamo in giro per i club

Colpa di John, colpa di Yoko, colpa di Paul, colpa di George: nessuno, che io sappia, ha mai attribuito la fine dei Beatles a Ringo, ma poco ci manca. Negli anni, nonostante una storiografia iper-dettagliata e maniacale, sulle cause dello scioglimento dei Beatles si è scritto e detto di tutto: e il vecchio docu-film (ormai introvabile per vie ufficiali) di Michael Lindsay-Hogg, “Let it Be”, ha avuto il suo ruolo nel dipingere una band allo stremo, lacerata da tensioni, musi lunghi e rivalità.

Tutta un’altra impressione mi ha invece dato la visione del nuovo e imprescindibile documentario “The Beatles: Get Back” di Peter Jackson (sì, quello di “Il Signore degli Anelli”): che, in un lavoro titanico durato 4 anni, ha visionato oltre 56 ore di filmati (in massima parte girati da Lindsay-Hogg) e ascoltato 150 ore di nastri audio, ha miscelato il tutto ed è arrivato a un prodotto di circa 8 ore, distribuito in tre parti da Disney+, e che ripercorre le vicende di quel Gennaio 1969… Glorioso quanto tragico, come vedremo. Inizio a raccontarvi la prima parte! Continua a leggere ““The Beatles – Get Back”: la miniserie tv #1″

Io non so parlar di musica #8 – Roberto Benigni

Facilissimo, oggi, trovare un tema per la rubrica “Io non so parlar di musica“… Visto che, in particolare, questa è stata abbastanza una giornata di merda, e il periodo in generale lo è ancora di più, diamo fiato alle polveri e alla musica con una canzone che proprio di questo parla: “L’inno del corpo sciolto“, di Roberto Benigni.

Dove la cacca, le feci, gli escrementi, la pupù… la merda, insomma, non sono solo un modo come un altro per sbroccare con la più infantile delle volgarità – e volgare, anzi triviale, il pezzo, lo è! – ma un mezzo per vendicarsi dei soprusi, per irridere i caporali di ogni epoca, per “far la rivoluzione” insomma… Beninteso, apartitica e apolitica! Elio seguirà una strada analoga, anche se in modo più fumettistico, con il suo “Shpalman”, un fantomatico supereroe che “spalma la merda in faccia” ai cattivi: ma qui Benigni è insuperabile. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #8 – Roberto Benigni”

Io non so parlar di musica #7 – U2

Per la serie “Io non so parlar di musica“, questa volta ho davvero giocato facile:  visto che Capodanno è un ricordo ancora vivissimo, perché non proporre “New Year’s Day” degli U2?

L’intento di questa rubrica è lasciar parlare più possibile la musica, e limitare le mie osservazioni all’essenziale: qualche breve notizia sul pezzo, quindi, e poi l’ascolto.

Bono concepisce la canzone come love song da dedicare alla moglie ma ben presto i quattro, ispirati dagli eventi in atto in Polonia, dove si sta svolgendo la lotta senza quartiere fra il generale Wojciech Jaruzelski e il sindacato Solidarność di Lech Wałęsa, adattano le liriche al nuovo contesto. Guidato dal basso di Adam Clayton e dalla tastiera di The Edge, il singolo esce – guarda il caso – proprio il 1º gennaio 1983 (primo estratto dall’imminente album “War) e diventa il primo vero successo commerciale del gruppo.

Lascio da parte la politica e le mie posizioni in merito – anche se fra IOR, Paul Marcinkus, Roberto Calvi e le successive posizioni omofobe e antiabortiste espresse da Wałęsa, qualcosa da dire ci sarebbe… – e vi propongo l’ascolto della canzone: un brano bellissimo, evocativo, teso e in autentico stile U2, e per di più in una versione live che amo particolarmente. Non tanto per la qualità intrinseca – che è comunque alta – ma perché è quella che mi ha fatto conoscere il pezzo, in un lontano giorno degli anni Ottanta.

Let the music do the talking! E, di nuovo, buon 2022.

U2 – “New Year’s Day

All is quiet on New Year’s Day.

A world in white gets underway.
I want to be with you, be with you night and day.
Nothing changes on New Year’s Day.
On New Year’s Day.

I… will be with you again.
I… will be with you again.

Under a blood-red sky
A crowd has gathered in black and white
Arms entwined, the chosen few
The newspaper says, says
Say it’s true, it’s true…
And we can break through
Though torn in two
We can be one.

I… I will begin again
I… I will begin again.

Oh, oh. Oh, oh. Oh, oh.
Oh, maybe the time is right.
Oh, maybe tonight.
I will be with you again.
I will be with you again.

And so we are told this is the golden age
And gold is the reason for the wars we wage
Though I want to be with you
Be with you night and day
Nothing changes
On New Year’s Day
On New Year’s Day
On New Year’s Day

Tratto da “War” (1983)

Di Natale, Etiopia e cerotti – “Do They Know It’s Christmas?”

La storia di “Do They Know It’s Christmas?” è nota, ma proviamo lo stesso a riassumerla: metti mai che qualcuno degli sbarbatelli che mi legge (e lo dico con tutta l’invidia del mondo per la loro età!), non sappia manco di cosa sto parlando.

Nel tardo autunno del 1984, la BBC manda in onda un reportage che descrive con tinte tremendamente realistiche la carestia che ha colpito l’Etiopia: fra i molti spettatori troviamo anche Bob Geldof, frontman dei Boomtown Rats. Bob esce sconvolto dall’esperienza, e prende una decisione: convocare le migliori forze del pop inglese, e pubblicare un singolo, i cui fondi saranno devoluti in beneficenza. Se va bene, stima, potrà raccogliere 70.000 sterline.

Bob Geldof e Midge Ure

Primo passo, il pezzo: e deve essere un brano nuovo. Con una cover, i diritti d’autore si mangerebbero gran parte degli utili. Contatta l’amico Midge Ure (in forza agli Ultravox) e assieme, nel giro di poche ore, buttano giù la canzone, miscelando un abbozzo di Geldof pensato per i Boomtown (“It’s My World”) e alcune ideuzze di Ure. Il titolo sarà “Do They Know It’s Christmas?“. Continua a leggere “Di Natale, Etiopia e cerotti – “Do They Know It’s Christmas?””

Io non so parlar di musica #6 – Velvet Underground

Sarà perché ormai le giornate lavorative sono sempre più simili a sessioni sadomaso (in cui, ovviamente, io recito controvoglia la parte “maso” e qualcuno di più in alto di me quella “sado”), ma oggi ho voglia di proporvi (senza parlarvene troppo… se no il titolo “Io non so parlar di musica” che ci sta a fare?) questo pezzo: “Venus in Furs“.

Canzone degli immensi Velvet Underground di Lou Redd e John Cale, è probabilmente uno dei loro vertici: ispirato al romanzo di Leopold von Sacher Masoch “Venere in pelliccia”, Lou Reed dà vita a un brano ipnotico, disturbato e disturbante. Perversione, morbosità, decadenza: il tessuto musicale, retto dal bordone della “ostrich guitar” di Reed (una chitarra con tutte le corde accordate sulla stessa nota), dalla insinuante viola elettrificata di Cale, e da un ritmo ossessivo e cadenzato, si fonde alla perfezione con la voce disadorna e impassibile di Lou, che incita e commenta la performance dei due amanti, prendendo prima le parti della dominatrice in lucidi stivali di cuoio, e poi del suo schiavo sessuale, che lecca le cinghie e assaggia lo schiocco della frusta. E, fra una strofa e l’altra, la disperazione dell’esistere. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #6 – Velvet Underground”