Eccoci qui. Spero stiate tutti bene… Nel bene e nel male è trascorsa un’altra settimana, e di musica sotto i ponti ne è passata di nuovo un bel po’.
E, quindi, ho ascoltato per me (e per voi):
- Black Rebel Motorcycle Club – “Take Them On, On Your Own“. Ricordate il film “Il Selvaggio”, con Marlon Brando nella parte del biker truce, ma dal cuore d’oro? Bene, la sua combriccola in pelle nera si chiamava proprio così: “Black Rebel Motorcycle Club” (in italiano, la “Banda dei Ribelli Motociclisti”). Un bel nome: e perfetto per quel musicista che sia in cerca di una sigla che evochi ribellione, rock stradaiolo e benzina. Tutta roba che in questo disco (il secondo dei BRMC, da Frisco) c’è, e in abbondanza: ma che, siamo sinceri, per quanto possa pompare e distorcere, alla fine sembra un po’ tutta uguale.
Uguale a se stessa, innanzitutto: e poi, dicono i bene informati, uguale a quei Jesus and Mary Chain cui i BRMC sono stati spesso accostati, e da cui attingono a piene mani. Ho fatto un paio di confronti, e in effetti… Ma non facciamo i rompini: dopo 40 anni di rock, è difficile – se non impossibile – inventare davvero qualcosa. E allora va bene così: anche se sono copioni, I BRMC almeno sanno da chi copiare (Jesus and Mary Chain, ma anche Stones)! I pezzi tirati non mancano (“Six Barrel Shotgun” e “Rise or Fall” su tutti), ma il meglio, a mio parere, arriva con le più sospese e malate “And I’m Aching” e “Suddenly”: dove l’eco dello shoegaze si fa più forte, e in sintonia con le lente pulsazioni di queste nostre ore. - Alice – “Gioielli rubati“. Dunque, la ladra è Alice e il derubato Franco Battiato. Che proprio in quegli anni (prima metà degli Ottanta) sta spaccando il culo a tutti, col suo pop mistico-colto-elettronico. E la signora Carla Bissi, che col siculo Franco intrattiene da tempo un rapporto di rispetto e amicizia, prende i brani più intriganti del suo repertorio, e li rilegge assieme all’eclettico pianista Roberto Cacciapaglia. Il risultato conferma Alice come una delle interpreti più interessanti e complete del Belpaese: un po’ scostante, è vero, con quell’aria altera e algida che si porta addosso, e con quel timbro distante e sensuale… Ma resta, ed è, una grande (oltre che una bella donna).
Nella raccolta brillano particolarmente “Gli uccelli”, “Summer on a solitary beach”, “Le aquile” e una “Prospettiva Nevski” tanto indovinata da superare, e di una buona incollatura, l’originale. L’album vince il Premio Tenco, si piazza bene in Svizzera e Austria, e contiene una chicca: “Luna indiana“, uno strumentale di Battiato qui arricchito da un testo, scritto per l’occasione da Francesco Messina. E in questi giorni, dalla finestra, si vedono più uccelli che persone: “Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometria esistenziale“… Che belli sono: e volano. - U2 – “Wide Awake in America“. Un mini cd (anzi, un EP): quattro pezzi, due live, e due in studio, concepiti nel periodo d’oro della band irlandese. I brani sono tutti, più o meno, noti: “Bad” e “A Sort of Homecoming” vengono direttamente da “The Unforgottable Fire” (e sono qui presi da due concerti distinti, a Birmingham e a Londra), mentre “The Three Sunrise” e “Love Comes Tumbling” erano state precedentemente inserite in un maxi-singolo disponibile per il solo mercato anglo-irlandese.
Ma è sempre un gran bel sentire: Larry e Adam, col loro incedere marziale e oscuro, il tagliente The Edge, col suo arsenale di pedali ed effetti, e Don Bono Vox da Dublino, il conduttore della Messa cantata. Il titolo dell’EP deriva dal chorus di “Bad” (“Wide awake / I’m wide awake / I’m not sleeping”)… Ma sono altre parole a risuonare più forte, oggi, nel mio cuore: e le dedico a me, e a tutti noi.
“This desperation, dislocation, separation, condemnation, revelation, in temptation,
let it go and so to find a way”
“Across the fields of mourning to a light that’s in the distance oh, don’t sorrow, no don’t weep,
for tonight at last I am coming home… I am coming home”
Abbiamo parlato di:
Black Rebel Motorcycle Club – “Take Them On, On Your Own” (Virgin Records, 2003)
Alice – “Gioielli rubati” (EMI, 1985)
U2 – “Wide Awake in America” (Island Records, 1985)

Veniamo ora alle canzoni: si inizia con “Telefonami fra vent’anni”, una specie di supplemento scanzonato della recentissima “Futura”, si prosegue col blues esistenziale di “Madonna disperazione”, con la ritmata e biografica “Ciao a te”, e si termina con la rivisitazione jazz (ma “alla Lucio”, con clarinetto e scat) del classico “You’ve Got a Friend”. Un prodotto che si ascolta in poco più di una ventina di minuti: e che contiene un masterpiece assoluto come “Madonna disperazione” (ma nessuno che ne faccia una cover???), e che segna in modo indelebile il passaggio fra il “grande Dalla” (quello che va dal ’73 all’81) e il resto… Da “1983” in poi, Lucio scivola inesorabilmente verso un pop un po’ esangue e facilone, con pochi guizzi annegati in una marea di “Attenti al lupo” e simili. Ma qua siamo ancora in alto: da riscoprire.
Ah, ma non è un disco di Gilmour, ma dei 
Un disco senza eccessive pretese ma forte, deciso, sicuramente più hard rock che punk, che pompa alla grande, e dove la voce roca e raschiata di Steve si accompagna all’occasionale comparsata di Axl Rose (“I Did U No Wrong”) e ai cori di Ian Astbury (quello dei Cult). Su tutte, cito la tirata e potente title track: se non altro perché l’ho suonata live, ai tempi del gruppo! Grazie ancora, Simone, per avermela fatta conoscere e suonare con te e con gli altri, venti e più anni fa.
Tutto, dal pop al surf, dal garage al folk, dal samba alle nursery rhyme, è reso anemico e scarno, quasi surreale, dai tre giovani giganti di marmo: e, a dispetto del senso comune, sono canzoni che scorrono e si fanno sentire, accompagnando a dovere la nettatura della polvere in una domenica post-nucleare. Un disco “minimo” come il trio che l’ha pensato e generato, e che – in barba all’apparente osticità del progetto – ha all’epoca venduto circa trecentomila copie. Un’opera unica, peraltro: dopo l’album e un singolo, i Giganti si sciolgono… Entrando di diritto, assieme a molti altri, nell’affollata e seminale gang del Post Punk, tanto cara a Simon Reynolds.
Un trionfo di riff chitarristici (senza basso, badate bene: 2 chitarre e una batteria) che, in modo strafottente e cazzuto, omaggiano i Cinquanta e i Sessanta attraverso la furia di fine millenio. E poi Jon è proprio un bel tipo: un incrocio fra un giovane Ligabue, Wolverine e un Pierce Brosnan dopo una nottataccia. E qui mi sono messo a ripulire l’armadietto del bagno: tanto il baccanale degli Explosion arrivava senza fatica anche lì.