Io non so parlar di musica #13 – Tanita Tikaram

Ciao a tutti, e benvenuti a un nuovo e breve episodio della rubrica “Io non so parlar di musica“. Questa volta non c’è un motivo particolare per la canzone che ho scelto, se non che è un brano che amo molto, da quando è uscito, nel 1988, e è che è parecchi giorni che mi ronza in testa: tutto lì!

Mi piace la voce, ombrosa e profonda, di Tanita Tikaram; mi piace l’arrangiamento, trattenuto e soffuso, con un oboe che fa capolino nel ritornello; mi piace il suo incedere, di una melodrammaticità quasi astratta. La Tikaram – nata in Germania, di origine inglese, indiana e malese, e poi cresciuta nel Regno Unito – all’epoca dell’esordio ha solo 19 anni: il singolo “Twist in my Sobriety“, interamente dovuto alla sua penna, non fa gran successo in madre patria, ma conquista invece le classifiche di mezza Europa. E meritatamente, fino a far presagire alla bella brunetta una carriera sfolgorante: peccato che Tanita, col tempo, si sia allontanata sempre più dalle classifiche, pur mantenendo un buon consenso di critica.

Il testo di Tanita è abbastanza criptico: secondo l’autrice, “parla del non capire: quando hai 18 anni, hai una relazione emotiva molto particolare con il mondo, ti senti isolato, e tutti gli altri sono così distanti e freddi. E penso che stessi cantando di non sentire qualcosa, e non essere coinvolta dalle cose intorno a me“. Sensazione condivisibile, peraltro… Per la cronaca, il titolo significa, più o meno: “Uno sbandamento nella mia lucidità“.

Ed ora, ecco la canzone

Tanita Tikaram – “Twist in my Sobriety“

Tratto da “Ancient Heart” (1988)

Io non so parlar di musica #12 – Otelma e Rubicondi

Metti, una sera a cena

Un po’ di leggerezza ci vuole, ogni tanto… Dopo un periodo a dir poco complicato, ho proprio voglia di raccontarvi una cosa strana che mi capitò anni fa, collegata a una canzone (poi vedrete, che canzone!): di due personaggi che dire “artisti” è un po’ (tanto) esagerato, e della strana serata che mi coinvolse.

Dunque, è la tarda primavera del 2012, e con un mio amico andiamo a cena in una trattoria di Asti: di quelle storiche che, da quando sono nate, non hanno mai cambiato menù, proprietari e arredamento… Perlinato alle pareti, carrello degli antipasti (con una fantastica agliata), tradizione rigorosa, padrona col grembiule: quelle cose semplici che fanno piacere e danno sicurezza, insomma!

Bene, c’è poca gente, a cena siamo noi due, e un altro tavolo con 4-5 persone: non ci facciamo caso, all’inizio, e superiamo gli antipasti, poi a un certo punto sento la padrona riferirsi a qualcuno come “divino”… Guardo meglio, e dopo qualche incertezza scorgo il Divino Otelma! Senza orpelli, collane, tuniche e cappelli, ma in jeans e maglietta: ed è pure magro e piccolino. Quando la signora passa da noi, chiediamo sottovoce conferma, e la conferma arriva: sì, è Otelma, “ma vuole che lo chiami divino”!

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Io non so parlar di… Covid!

Buongiorno e buona domenica a tutti. E’ inusuale per me scrivere un post di domenica: di solito escono il lunedì e il mercoledì/giovedì… Ma se un tipo organizzato come me scrive di domenica è perché qualcosa da dire c’è.

Non è una notizia bomba, ma la mia signora ed io da un paio di giorni siamo in pieno contagio Covid! I primi sintomi sono toccati a lei, venerdì sera; e poi a me, questa notte. Nulla di grave, almeno per ora: sarà la protezione vaccinale, il culo, la variante, il segno zodiacale, ma (per entrambi) febbre moderata, colpi di tosse e ossa rotte.

Spero non si incattivisca, ma abbiamo fiducia: spiace solo che la mamma, come qualcuno saprà per averne letto precedentemente, sia in struttura riabilitativa, e ovviamente non potrò andare a trovarla. Mi affiderò a parenti e amici. Ma anche lei sta andando meglio, ora si fa una rampa di scale in salita e discesa: queste vecchie rocce sono degli highlander, per fortuna!

Tornando al mio piccolo contagio, potevo mai astenermi da un omaggio musicale a tema? No, certo che no!

E allora, a proposito di virus, infezioni, dolori muscolari e termometri, vi propongo il classico “Fever“: ma non nella versione canonica di Peggy Lee, e nemmeno in quella di Madonna, Elvis, Bublé o altri… Scelgo per voi la cover notturna e gotica di quei matti dei Cramps! Che a me piace, e piace parecchio. Che poi il testo di “Fever” parli di ben altra febbre siamo d’accordo: ma concedetemi la licenza poetica, che proprio lucidissimo non sono 🙂

Ci sentiamo poi per aggiornamenti!

“Fever” (Davenport / Cooley) – Da The Cramps – “Songs the Lord Taught Us” (1980)

Io non so parlar di musica #11 – Ivano Fossati

Sono stanco, in questi giorni. Nulla di trascendentale, intendiamoci: ma il pesante incedere della quotidianità, con lo sfondo di due anni diciamo “un po’ particolari”, e del rumore delle armi appena fuori casa, ogni tanto raggiunge e supera la mia soglia di tolleranza. Lo so bene, c’è chi sta peggio: ma ogni giorno, per chiunque, è una battaglia: a volte senza nemmeno uscire di casa, ma comunque ci tocca. E alla sera, finita la tenzone, chiudiamo gli occhi: sognando l’azzurro e la pace ma anche pronti, il giorno dopo, a riiniziare da capo la nostra piccola lotta.

…Proprio come sostiene quell’artista meraviglioso di Ivano Fossati, nella sua “Naviganti“: una canzone semplice semplice, intima, dalla melodia appena accennata eppur dolcissima, e dal testo che mi commuove ad ogni ascolto: e in cui penso che possiamo tutti ritrovarci. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #11 – Ivano Fossati” →

Io non so parlar di musica #10 – Jeff Buckley

Mai come questa volta il titolo della rubrica (“Io non so parlar di musica“) si sposa con il pezzo che vi propongo… Perché è un brano dove la valenza emotiva data da musica, sound, parole, voce e andazzo supera – e di gran lunga – le mie capacità descrittive.

Il pezzo è del 1994, e cantato da Jeff Buckley: un artista subito bollato come genio, ma che non ebbe il tempo di dimostrarlo: un album in studio – il folgorante debutto di “Grace” – e dopo un paio d’anni, la morte. Una morte stupida, avvenuta per una bravata: Jeff, mentre stava recandosi agli studi di registrazione, decide di farsi una nuotata nel Wolf River (un affluente del Mississippi), senza togliersi stivali e vestiti: un gorgo lo risucchiò e scomparve alla vista del suo amico, che lo aspettava sulla sponda.

Figlio d’arte – il padre è il mitico Tim Buckley, morto prematuramente per un’overdose, e verso cui Jeff non dimostrerà mai grande simpatia – il Nostro costruisce l’album sulla sua voce, espressiva e personale, al limite del mistico, e su un forte eclettismo stilistico, «a metà strada fra metallo e angeli». Tanti sono i piccoli capolavori: l’intima rilettura di “Hallelujah“ di Cohen, “Mojo Pin”, “Eternal Life”, “Lover”, “Dream Brother” e appunto la title track, “Grace”… Un pezzo incredibile, struggente, che sale, sale, sale, non si ferma, e strazia l’anima.

Ma ora basta parole: è il momento della musica. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #10 – Jeff Buckley” →

Io non so parlar di musica (…e di guerra) #9

Le notizie di questi giorni stanno colpendo tutti. Ragione e torto, morti e dispersi, bombe e profughi, diplomazie (scarse) e minacce (roboanti). Un bel casino.

Il Diavolo sembra davvero metterci lo zampino: per chi ci crede, ma anche, diciamolo, per chi è agnostico… L’ombra del male si sente, in certe circostanze, e fa paura. Ci fa comodo attribuire a qualcuno dalle ali bruciacchiate e dagli occhi di brace – o a un generico “altro”, inevitabilmente brutto e cattivo – le porcherie che facciamo. Ma sappiamo benissimo di chi è la vera colpa…

Lo dicevano già i Rolling Stones, nel 1969: dietro un titolo apparentemente “satanico” (“Sympathy for the Devil“, “Comprensione per il Diavolo”), e alle smorfie canore di Jagger, si nasconde una suggestione per nulla banale sulla duplicità dell’animo umano, e sulla sua (cor)responsabilità nei crimini e nei disastri della storia.

Vi lascio questo brano, con tanto di testo originale (dopo) e traduzione (prima): uno dei più belli e famosi degli Stones, un samba indiavolato e inquietante, dove la forma è sostanza… E, purtroppo, drammaticamente in sintonia con questi tempi del cazzo. Continua a leggere “Io non so parlar di musica (…e di guerra) #9” →