Ciao a tutti. Oggi, per la serie “Io non so parlar di musica“, mi rivolgo a un’estate di parecchi anni fa… Il 1986, per la precisione, una delle molte estati in cui passavo le ore più calde in compagnia di due amiche (mai che siano diventate altro, figurati) a vedere DeeJay Television. Fra Michael Jackson, Madonna e Duran Duran (mai stati davvero la mia passione) ogni tanto si infiltrava qualcosa di diverso, che mi colpiva e mi faceva stare incollato alla tv: “Close to Me“, dei Cure, ad esempio.
La canzone di cui vi parlo oggi per la rubrica “Io non so parlar di musica” – “Baker Street” – fa parte di quel gruppo curioso di brani che tutti, più o meno, abbiamo nelle orecchie, ma di cui spesso non sappiamo dire autore o titolo. Ora, con le risorse offerte dalla rete e dalle app, è più facile capirci qualcosa, e con le ultime release di Google basta anche solo fischiettare il motivo: ma non troppo tempo fa l’unica era chiedere a quelli meglio informati.
E così fu, una mattina dei primi anni Dieci: in ufficio era estate, non era ancora scattato l’orario, ed eravamo solo in tre. Mi ritrovai a fischiettare un motivo, famosissimo: “Ma cos’è già?”. E chi lo sa… Ed ecco che Monica alza il telefono, chiama un suo amico, gli canticchia qualche nota, e arriva la risposta: “Baker Street“, di Gerry Rafferty. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #18 – Gerry Rafferty”→
E’ da tanto che non pensavo a Francesco Baccini: me lo ricordo quando, non ancora famoso e senza un disco alle spalle, venne in un piano-bar della mia città, che abitualmente frequentavo, per una serata… Quella volta, chissà perché, non andai: ma un mio amico, che invece era presente, ne fu folgorato, e me ne parlò con accenti entusiastici. La carriera di Baccini, dopo in paio d’anni, partì forte, ma rallentò presto: e dopo il terzo disco, “Nomi e Cognomi“, il grande pubblico iniziò a trascurarlo.
Non conosco a sufficienza dischi e storia per trovare motivi e cause: qualcuno parla di calo di ispirazione, altri di ostracismo politico dei discografici. Sinceramente non so, può essere tutto o nulla, come semplicemente che il suo stile – ironico, leggero, con uno spessore strumentale importante e tutt’altro che banale, ma anche un pizzico retrò – alla fine abbia disamorato il grosso degli ascoltatori. Fatto sta che, a livello mainstream, di Baccini si perdono velocemente le tracce: riemerge nel 2005 nel reality “Music Farm“, ma alla fine si parla più della sua bestemmia (per cui venne espulso) e della love story con Dolcenera che del resto. E per un musicista non è granché! Continua, ovviamente, e anche oggi, a suonare, scrivere e fare serate: ma non certo coi numeri dei tempi d’oro.
Ed è un peccato, perché Baccini era un cantante e autore originale, pungente e simpatico: di un’ironia non certamente adatta, questo sì, ai deliri politically correct di questi ultimi anni. Ma ve la immaginate, oggi, “Le donne di Modena“? “Le donne di Modena accettano un invito, e non è il caso di essere il marito… Ma tutte fanno da mangiare, sanno cucinare, odiano stirare, e san far l’amore“. E anche “Figlio unico“, signora mia: ma questo come si permette di dire “Ma non sai che io sto cercando una che non parli, che cucini, che mi stiri le camicie e mi lavi anche i calzini”?
A suo modo, anche “Fotomodelle” – il brano che propongo oggi, tratto dal suo album d’esordio, “Cartoons” – sarebbe criticato: eppure dice, con un bel po’ di presa in giro, parecchie verità… O, se non proprio verità, una serie di luoghi comuni che ad essa ben si attagliano! Brano veloce, ritmato, simpatico e tagliente, che strizza l’occhio allo ska e al cabaret: niente di trascendentale, ma merita di sicuro un ascolto!
Questa puntata della serie “Io non so parlar di musica” parte da una riflessione: che passare dal sublime al banale, a volte, è questione di un attimo. Ne ho avuto la prova qualche settimana fa: dalla tv, in sottofondo, sento la voce della Gerini che fa la pubblicità a una pasta; e, nel farlo, usa, cambiando parole e tono, una vecchia canzone di Domenico Modugno, “Vecchio frack“.
Una delle più belle canzoni italiane di sempre, per quanto mi riguarda: malinconica, impressionistica, delicata e crudele, capace di emozionarmi come poche altre. Ispirata al sospetto suicidio di Raimondo Lanza di Trabia, era un brano amato particolarmente da mio padre: e, anche se capisco benissimo che “business is business”, sentirlo appiccicato a una pastasciutta, ecco, un po’ di fastidio me l’ha dato. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #16 – Domenico Modugno”→
Buongiorno a tutti. Raramente come questa volta, il titolo della rubrica “Io non so parlare di musica” si è sposato così tanto con lo spirito e il contenuto della canzone proposta. Sì perché la parte forte di “Quelli che benpensano” di Frankie hi-nrg mc è, come tanti rap, il testo: non che la musica non ci sia, anzi il campionamento del riff principale, il refrain e la tessitura sonora sono di primissimo ordine… Ma è il testo a far la parte del leone.
Ed è un testo fenomenale, incazzato ma non volgare, sprezzante ma anche consapevole, acuto e intelligente: sull’onda di Gaber, di Guccini e di Bennato, il nume tutelare del Rap e dell’Hip Hop (in) italianoFrankie hi-nrg mc, al secolo Francesco Di Gesù, dipinge uno dei ritratti più ficcanti del perbenismo borghese e del consumo compulsivo che abbia mai letto o ascoltato. La prosa di Frankie ribolle di sdegno, metafore fulminanti, arguzie e sarcasmo: ma, anche, di fiera solitudine e alterità, e consapevolezza della nostra fallacità. Un vero colpo di classe e di genio, questo pezzo: da ascoltare, meditare e vivere… Sia, certo, quando ci sentiamo vittime del perbenismo, della faciloneria e di chi “sta sempre con la ragione e mai col torto”; ma, anche e soprattutto, quando senza rendercene conto – e succede, succede… – i bastardi siamo noi.
E lo dice subito, Frankie, nella prima strofa: “Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi”
Impossibile, questa volta, non postare anche il testo: mi fa venire i brividi ogni volta.
Buon ascolto
Frankie hi-nrg mc – “Quelli che benpensano“
Sono intorno a noi, in mezzo a noi In molti casi siamo noi a far promesse Senza mantenerle mai se non per calcolo Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere E non far partecipare nessun altro Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti Sono replicanti, sono tutti identici, guardali Stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere Come lucertole s’arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno Spendono, spandono e sono quel che hanno
Sono intorno a me, ma non parlano con me Sono come me, ma si sentono meglio Sono intorno a me, ma non parlano con me Sono come me, ma si sentono meglio
E come le supposte abitano in blisters full-optional Con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse Disneyland Vivon col timore di poter sembrare poveri Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano Poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono Parton dal pratino e vanno fino in cielo Han più parabole sul tetto che San Marco nel Vangelo Sono quelli che di sabato lavano automobili Che alla sera sfrecciano tra l’asfalto e i pargoli Medi come i ceti cui appartengono Terra-terra come i missili cui assomigliano Tiratissimi, s’infarinano S’alcolizzano e poi s’impastano su un albero – boom! Nasi bianchi come Fruit of the Loom Che diventano più rossi d’un livello di Doom
Sono intorno a me, ma non parlano con me Sono come me, ma si sentono meglio Sono intorno a me, ma non parlano con me Sono come me, ma si sentono meglio
Ognun per sé, Dio per sé Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica Mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano Altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano Mani che poi firman petizioni per lo sgombero Mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli Che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli Quelli che la notte non si può girare più Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv Che fanno i boss, che compran Class
Che son sofisticati da chiamare i NAS, incubi di plastica Che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara Ma l’unica che accendono è quella che dà loro l’elemosina ogni sera Quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera
Sono intorno a me, ma non parlano con me Sono come me, ma si sentono meglio Sono intorno a me, ma non parlano con me Sono come me, ma si sentono meglio…
Ciao a tutti. Colgo l’occasione offerta da questo post – il quattordicesimo della serie “Io non so parlar di musica” – per svelarvi un piccolo segreto: e, cioè, le mie “canzoni della buonanotte“. Si tratta di canzoni che canticchio mentalmente quando sono un po’ nervoso, e tardo magari a prendere sonno: un repertorio di 5-6 brani, che ha preso forma nel corso degli anni a forza di sbadigli e occhi aperti nel buio, e che su me ha un effetto calmante.
Bene, una di queste canzoni è un pezzo del 1982 degli Alan Parsons Project: “Eye in the Sky“. Mi piace la melodia, il mood, l’arrangiamento discreto, l’incedere e la voce, serena e morbida, di Eric Woolfson: e dire che l’ispirazione del brano è invece tutt’altro che rassicurante… Lo spunto per il pezzo nasce infatti dai numerosi sistemi di sicurezza e telecamere nascoste presenti nei casinò, in cui Woolfson amava trascorrere del tempo. L’Occhio nel Cielo del titolo richiama proprio il “Grande Fratello” che tutto vede e osserva: quello del romanzo “1984” di Orwell, insomma. E, forse, quello che ormai ci scruta continuamente, grazie agli “acconsento” che clicchiamo febbrilmente su siti, contratti e piattaforme. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #14 – Alan Parsons Project”→