Dal Sudafrica di Sun City alla guerra di Gaza: la musica e i boicottaggi (seconda parte)

Ciao a tutti. Nel 1985 alcuni dei musicisti più importanti del mondo decisero che non avrebbero più cantato per il Sudafrica dell’apartheid: nacque così il disco “Sun City”, la punta di diamante di un boicottaggio culturale che divenne parte della storia della musica (ne ho parlato QUI). Quarant’anni dopo, la stessa arma — il rifiuto di suonare, di farsi ascoltare, di prestare il proprio nome — è tornata in campo, questa volta intorno alla guerra a Gaza. E qui, si sa, è facile farsi male. Ma pazienza… E abbiatela anche voi, che questo post è per forza di cose un po’ lungo.

  1. Primo atto: il BDS. Il primo boicottaggio musicale organizzato in merito alla questione palestinese risale al 2005, con la Campagna BDS – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni – lanciata da oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese, per ottenere il rispetto dei loro diritti e del diritto internazionale… e che si ispira esplicitamente al movimento contro l’apartheid sudafricano. A questa campagna aderirono negli anni artisti come Roger Waters, Patti Smith, Brian Eno, Carlos Santana, Annie Lennox… E nacquero i primi mugugni da parte dello Stato di Israele e di molti gruppi filo-israeliani. Ma la storia prosegue e, come spesso accade, va di male in peggio.
  2. Secondo atto: Artists4Ceasefire. Pochi giorni dopo il nefasto 7 Ottobre 2023, numerosi musicisti rock, pop, rap e indie firmarono la lettera di Artists4Ceasefire, chiedendo un cessate il fuoco, la fine dei bombardamenti su Gaza, l’ingresso degli aiuti umanitari e la liberazione degli ostaggi. Fra le firme più importanti, Dua Lipa, Billie Eilish, Michael Stipe (R.E.M.), Peter Gabriel, Tom Morello (Rage Against the Machine), Cat Power e UB40.
  3. Terzo atto: No Music for Genocide. Ma il massacro non si ferma… Ed ecco che, nel 2025, è la volta della campagna “No Music for Genocide”: e qua le cose si fanno più serie. Non più appelli ad istanze umanitarie, ma un boicottaggio vero e proprio: si chiede infatti agli artisti di non esibirsi in Israele e non partecipare a festival o iniziative culturali israeliane, e si richiede il blocco geografico della distribuzione digitale in Israele. Fra le adesioni più note, Massive Attack, Primal Scream e Björk… Che, ovviamente, si sommano a quelle del BDS e di Artists4Ceasefire.
  4. Azioni e reazioni. Gli effetti sulla programmazione musicale sono abbastanza rilevanti, e molti concerti in terra d’Israele sono stati cancellati o trasferiti altrove… Non sempre per rifiuto del cantante, a dirla tutta, ma anche per motivi di organizzazione: gli operatori locali hanno dovuto fare i conti con difficoltà assicurative e con l’aumento dei costi legati alla sicurezza. Un bel guaio, insomma. Lo Stato di Israele, davanti a quello che ha percepito come un attacco diretto, non è stato certo a guardare. Il governo e le sue istituzioni si sono arroccati in difesa, percependo ogni campagna di azione collettiva come discriminatoria, e soprattutto come una delegittimazione dello Stato d’Israele e una manifestazione di antisemitismo, più o meno latente. “Voi non ce l’avete con noi in quanto espressione del primo ministro Netanyahu, ma in quanto ebrei”, dicono in sostanza. E poi, la parola “genocidio” è davvero poco elegante: vero?
  5. Pressioni, polemiche e ritorsioni. Ma le ritorsioni più mirate arrivano da gruppi di pressione variamente declinati e compositi: organizzazioni filo-israeliane, esponenti della comunità ebraica e proprietari di sale, teatri, festival e spazi culturali, ognuno con una voce molto potente, e tremendamente efficace. Vediamo alcuni casi, più o meno noti:
    1. Brian Eno. Brian, da sempre coinvolto in queste cause, nel 2024 sostenne il boicottaggio del festival The Great Escape di Brighton, contestato per il patrocinio di Barclays (forte di rapporti finanziari con aziende produttrici di armamenti): contribuendo così al flop del festival, e all’uscita di Barclays dal gruppo degli sponsor. Un po’ di baruffe dialettiche, ma nessuna ritorsione clamorosa: una volta tanto!
    2. Annie Lennox. Durante i Grammy del Febbraio 2024, al termine della sua esibizione, concluse pronunciando le parole “Artists4Ceasefire”, e chiedendo il cessate il fuoco: in questo caso la reazione si concentrò sulla solita questione “questa è una cerimonia musicale e non un palcoscenico politico”, e su fastidiose accuse di dar voce solo a una parte.
    3. Macklemore. Il 4 Settembre 2026, durante un concerto di spalla a Ed Sheeran, il rapper pronunciò l’espressione “Free Palestine”, eseguendo subito dopo la sua schierata “Hind’s Hall”… Bene: alcuni promoter presero subito le distanze, rifiutandosi di averlo come ospite, il proprietario del Gillette Stadium, Robert Kraft, si tirò indietro e il rapper venne escluso dalle restanti date del tour statunitense… fra i balbettii di Sheeran e la solidarietà di altri artisti.
    4. Roger Waters. Qui l’affare si ingrossa… e tanto. Waters – per chi non lo sapesse, la mente dei Pink Floyd, e l’autore massimo dei loro capolavori – è da sempre un acceso sostenitore della causa palestinese: e con toni molto chiari, forti e urticanti. Le autorità israeliane hanno più volte associato le sue dichiarazioni a una retorica antisemita: accusa rimandata puntualmente al mittente. Le ritorsioni ci furono, e forti: furono avviati tentativi politici e giudiziari per impedire un suo show a Francoforte (poi respinti dal tribunale competente), e nel tour sudamericano del 2023, Waters incontrò difficoltà nel trovare alberghi a Buenos Aires e Montevideo (il sospetto che ci fosse una “manina” dietro a queste difficoltà è evidente).
    5. Ghali. E vuoi mica che in Italia ci tiriamo indietro, quando c’è da fare le personcine perbene? A Sanremo 2024 al rapper italiano bastarono tre parole, «Stop al genocidio», per scatenare un putiferio. Protestò persino l’ambasciatore israeliano, mentre la Rai prese subito le distanze attraverso un comunicato letto a Domenica In. Ghali denunciò anche ripercussioni sulla propria carriera, senza però indicare episodi precisi. Insomma, nessuna ritorsione professionale dimostrata, ma un esempio inquietante di quanto possa diventare scomodo, anche in Italia, parlare di Gaza.
  6. Il confronto col Sudafrica, 40 anni dopo. I due scenari, per molti versi, sono simili: sostegno a una causa politica e civile, azioni collettive contro istituzioni ed eventi, e l’uso di forme strutturate di pressione economica e culturale. Ma differente è il ruolo della musica nel mondo d’oggi, differenti i media coinvolti (concerti e dischi di denuncia, allora; streaming e dichiarazioni sui social, adesso) e diverse le reazioni: tutto è più diversificato e complesso, e ogni azione suscita immediatamente (nel bene e nel male) infinite repliche sulle piattaforme tecnologiche, con l’effetto di amplificare (ma allo stesso tempo svilire) le prese di posizione delle parti in causa. Il quadro politico è inoltre molto diverso: più “identificabile” il regime di apartheid sudafricano, oggettivamente più complesso lo scenario israeliano (anche se mi pare chiaro chi, soprattutto in questa fase, abbia il torto dalla sua…). Differente è inoltre il consenso politico mondiale: molti governi occidentali, pur con ritardi e ambiguità, finirono per accettare alcune sanzioni e restrizioni contro Pretoria, mentre Israele mantiene forti relazioni diplomatiche e militari con gli Stati Uniti, rapporti istituzionali con l’Unione Europea, un sostegno significativo di molti Paesi occidentali, e si fa forte di una rete di organizzazioni parecchio influenti… E c’è sempre in ballo la questione dell’Olocausto: la memoria della persecuzione degli ebrei rende particolarmente spinosa ogni polemica sulla delegittimazione dello Stato ebraico… Il solito discrimine fra antisionismo e antisemitismo, insomma: che dovrebbe essere chiaro – e ai miei occhi lo è – ma che molti (onestamente, o furbescamente) continuano a sovrapporre e confondere.
  7. Ora tocca a me. Per quanto mi riguarda, appoggio tutte queste campagne, per quanto possano essere di effetto limitato: e sono certo anche di molte cose. So benissimo di non essere antisemita, ma di essere anche e assolutamente contro le azioni dell’attuale governo di Tel Aviv; so che Hamas e Ben-Gvir mi fanno ribrezzo, e so che i bambini di Gaza mi fanno stringere il cuore… Come ogni essere umano che debba sopportare la disgrazia di una guerra, e non importa che sia ebreo, palestinese, ucraino, sudanese o congolese. So che non sopporto gli artisti che, a precisa domanda, fingono equanimità o indifferenza su temi civili o politici: non sei obbligato a trasformare un’arena in una tribuna elettorale, d’accordo, ma nemmeno devi cagarti in mano se ti chiedono un’opinione su temi così forti. Preferisco di gran lunga chi esprime in modo strutturato un’idea diversa dalla mia, a chi si trincera dietro retoriche di equidistanza semplicemente per il timore di perdere pubblico e contratti. E so che ogni atto è politico, piaccia o meno. Quindi, tanto vale parlar chiaro: il silenzio, quando si ripete sistematicamente, dice comunque qualcosa.

4 pensieri riguardo “Dal Sudafrica di Sun City alla guerra di Gaza: la musica e i boicottaggi (seconda parte)”

    1. Infatti non l’ho detto ma dico che non puoi non avere un’opinione su certi fatti, e non come artista ma come essere umano. E soprattutto mi danno fastidio quelli che vogliono rimanere a tutti i costi neutrali. E infine – di questo sono convinto da sempre – ogni atto pubblico è di fatto un atto politico

      "Mi piace"

  1. Sinceramente mi danno fastidio allo stesso modo quelli che cercano a tutti i costi di restare neutrali e quelli che pontificano come se fossero statisti, mentre cantano solo canzonette. E non parlo di Ghali. Lo stesso vale per gli attori. Ognuno faccia il suo mestiere.

    "Mi piace"

Se ti va, rispondi, mi farà piacere leggere e rispondere ad un tuo commento, grazie! :-)