Ciao a tutti. Per la rubrica “Io non so parlar di musica” oggi mi tocca partire dall’ufficio, e in particolare da una mia collega, Lucia-con-l’accento-sulla-u… Una coetanea con cui spesso ci scambiamo, fra il serio e il faceto, ricordi musicali della nostra adolescenza, tirando fuori dai famosi cassetti della memoria nomi, titoli e brani cui magari non pensavamo da anni, se non da decenni. In una di queste sfide ho evocato una canzone che, all’epoca, mi piaceva parecchio, e anche alla collega: e che mi dà modo di parlare di una delle mie più antiche passioni musicali, e di una curiosità discografica. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #25 – Canzone senza inganni”
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Io non so parlar di musica #24 – Gerry Rafferty (bis)
Caso stranissimo, quello che presento oggi per la rubrica “Io non so parlar di musica“: innanzitutto perché è la prima volta che un artista trova spazio su questa pagina per ben due volte (la prima era accaduta esattamente un anno fa); e, poi, perché Gerry Rafferty è un musicista dalla carriera davvero singolare.
Gerry è un cantautore scozzese poco noto in Italia, e che – nonostante una discografia abbastanza nutrita – ha ottenuto scarso successo… Ma due brani (che, in astratto, sono un po’ pochini!) si innalzano sopra tutti gli altri, tanto da farlo diventare un piccolo mito. Il primo è appunto quello di cui vi ho parlato un anno fa, “Baker Street“, del 1978: ma sì, quello col famosissimo inciso di sax, e pubblicato a proprio nome. Il secondo è il di poco più remoto “Stuck in the Middle with You” (1972), scritto e cantato quando il Nostro era negli Stealers Wheel… Band formata con l’amico Joe Egan, e che (almeno con Rafferty in formazione) dura lo spazio di appena un anno: il tempo necessario per firmare e sfornare questo pezzo, che si piazza bene in classifica, diventa disco d’oro e vende un milione di copie.
Quando ascoltai per la prima volta “Stuck in the Middle with You”, anni fa, lo confusi per un pezzo di Dylan: e ora, bighellonando su internet, leggo che non sono l’unico… Tanto che, alla sua uscita, la canzone fu da molti scambiata per un nuovo singolo del buon Bob Zimmerman!
A me il pezzo piace, diverte e coinvolge, anche senza essere un capolavoro di arrangiamento o melodia: e chi se ne frega, aggiungerei! E poi, chiunque abbia in mente “Le Iene” di Tarantino, ricorderà per certo (anche perché la metto QUI) la scena in cui Mr. Blonde tortura il polizotto mettendo, sul mangiacassette, proprio questo brano: prima balla e canticchia qualche verso, poi gli si avvicina e – fortunatamente fuori campo! – gli mozza un orecchio. Sequenza indimenticabile: anche per merito della canzone, ci sta a pennello!
Come sempre, la parola alla musica. Buona visione e buon ascolto!
Stealers Wheel – “Stuck in the Middle with You“
Tratto da “Stealers Wheel” (1972)
Io non so parlar di musica #23 – Matt Bianco
Ciao a tutti. Eccoci di nuovo qui, per la ricorrente rubrica “Io non so parlar di musica“, ad affrontare uno dei miei amori giovanili… Un amore mai sbocciato nell’acquisto di materiale audio, ma che mi segue dal 1984 ai giorni nostri (e, mannaggia alla miseria, sono passati 40 anni!). Sto parlando di Matt Bianco, e della loro “Whose Side Are You On?“: pezzo del 1984 che subito mi piacque per il suo ritmo swingato, il suo carattere ironico e sbarazzino, la sua originalità rispetto al coevo e imparante New Romantic, e per la curiosa ed eccentrica presenza della cantante/corista… Continua a leggere “Io non so parlar di musica #23 – Matt Bianco”
Io non so parlar di musica #22 – The Waterboys
Ciao a tutti: ed eccoci giunti a una nuova puntata della serie “Io non so parlar di musica“. Quando mi leggerete, come sempre, il me stesso che sta scrivendo queste righe sarà già un altro: saranno passati – come in questo caso – un paio di giorni, e le emozioni che ho provato nel risentire, dopo tanto tempo, questa bella, bellissima, canzone dei Waterboys si saranno depositate, e magari anche un po’ scolorite… Ma mentre scrivo, ora, ho ancora nel cuore l’allegra tristezza, la feroce malinconia e il fiducioso fatalismo (e vai con gli ossimori!) che mi trasmette questo pezzo: “Fisherman’s Blues” è scritto e suonato dagli scozzesi Waterboys, e dà il titolo – e apre – il loro omonimo album del 1988. Il terzo, per l’esattezza: e che segna il passaggio dal rock degli esordi a una riuscitissima mistura fra folk, pulsioni rock e tradizione irlandese e scozzese.
“Fisherman’s Blues” è esemplare: una tessitura armonica elementare, andazzo folk, la voce perfettamente in parte, dolente e determinata, un po’ alla Dylan, di Mike Scott, un refreain di violino del mitico Steve Wickham che gronda malinconia e Irlanda, e che resta immediatamente in testa, e un testo essenziale ma profondamente poetico… Di quella poesia schietta e semplice, ma che – proprio come un blues – parte dal particolare per evocare immagini e sensazioni universali. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #22 – The Waterboys”
Io non so parlar di musica #21 – Dire Straits
Facile, tristemente facile, in questi ultimi mesi, trovare l’ispirazione per una nuova puntata della serie “Io non so parlar di musica“: basta sentire un telegiornale, aprire un quotidiano o affacciarsi sul Web, per leggere o sentire di morti, armi, missili, soldati e sangue. Il pensiero è così volato, quasi per istinto, a “Brothers in Arms“, dei Dire Straits: pezzo che dà anche il nome all’omonimo album del 1985.
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Io non so parlar di musica (e di politica) #20 – Giorgio Gaber
Buongiorno a tutti. Questo post, ospitato nella rubrica “Io non so parlar di musica“, potrebbe benissimo intitolarsi “Io non so parlar di politica“: certo che seguo la politica (ogni cosa, per me, ha un risvolto politico!), ma se ne parlo mi prende uno sconforto clamoroso, e rischio di cadere da una parte nel qualunquismo, e dall’altra nella rabbia più nera… E quindi, sul blog, preferisco trattenermi! Molto meglio, allora, affidarmi – come faccio spesso – alla musica: e, in questo caso, a uno dei più lucidi intellettuali che questo paese abbia mai avuto, e cioè Giorgio Gaber.
Un uomo capace di vivere e cantare del mondo, e del suo paese, senza retorica e senza cadere in facili ideologie (perché le ideologie – e non le idee – sono trappole del pensiero), e con una chiarezza di visione straordinaria. Le sue canzoni sono ironiche, tragiche, amare, umoristiche e pungenti: e la melodia è spesso essenziale, come si conviene a chi bada più al messaggio che al contenitore… Ma nemmeno casuale, come si sentirà in questa canzone : un ritmo da festa tzigana, per una nazione in cui spesso la situazione, come si dice, è grave ma non seria, e in cui anche la crisi più importante si riduce troppo spesso a una pochade di terz’ordine. Continua a leggere “Io non so parlar di musica (e di politica) #20 – Giorgio Gaber”