Garage Rock: #3 – Quei duri dei peruviani

(continua dalla seconda puntata)

Calor bianco

Limitare l’articolata e colorata storia del Garage Rock a una scopiazzatura di “Louie Louie”, o a un elenco di band-fotocopia, sarebbe un errore: potrebbe passare l’idea che il Garage sia una presenza senza (o quasi) connessioni col resto del panorama musicale… Nulla di più sbagliato.

L’origine del Garage affonda le sue radici, più che in uno stile preciso, in un sottobosco vario e stratificato. A riannodare i mille fili sparsi, e dare loro una coerenza che va oltre il puro aspetto formale e stilistico, è un sentimento, una “attitudine comune”: l’amore per le canzoni semplici e l’immediatezza dell’approccio, alimentate da un cupo senso di frustrazione e isolamento… Quel medesimo sentimento da cui era nato il rock’n’roll: e che ora riemerge fra i giovani diseredati di pelle bianca, che si trascinano fra suburbi squallidi, aspirazioni tradite e bassi redditi.

È qui – anche se non solo qui – che va cercato il motivo per cui, tranne rari casi, il Garage, l’hard rock, l’heavy metal e in genere la “musica dura” hanno una matrice razziale bianca: un concorso di cause che include abitudini ataviche, ragioni di psicologia sociale, differenti terreni culturali e diverse scuole di riferimento. Continua a leggere “Garage Rock: #3 – Quei duri dei peruviani”

Garage Rock: #2 – Louie Louie!

(continua dalla puntata precedente)

Quando arriva ai Wailers, in realtà, “Louie Louieha già alle spalle un passato di tutto rispetto, mediamente travagliato, e del tutto simile a una gara a tappe. I primi staffettisti sono, curiosamente, cubani: allo start, troviamo il compositore Rosendo Ruiz Jr, e la sua “Amarren al Loco” (1956), una charanga ballabile; riceve il testimone, pochi mesi dopo, il collega René Touzet, che carica il pezzo di Ruiz di una marcata sottolineatura ritmica, e lo pubblica col nuovo titolo di “El loco Cha Cha”.

Richard Berry & The Pharaohs

Giunti a metà gara, da Cuba ci spostiamo in America, California: in una sala da ballo di Los Angeles si aggira Richard Berry (1935-’97, nessuna parentela con Chuck), cantante e autore di rhythm’n’blues e doo-wop, che per sbarcare il lunario è appena entrato in un gruppo di musica latina… Non proprio il massimo, per chi si confronta giornalmente con la fama di Muddy Waters e Howlin’ Wolf.

Un complesso concorrente, in una pausa, attacca “El loco Cha Cha”: pezzo che attira subito l’attenzione di Berry grazie al suo ritmo spezzato e coinvolgente… Un curioso riff a dieci impulsi, schematizzabile come “1-2-3, 1–2, 1-2-3, 1–2” o, secondo la notazione classica:

Berry coglie al volo l’occasione: si sbarazza dei colleghi latinos, fonda un gruppo rhythm’n’blues – Richard Berry and the Pharaohs – e nell’Aprile del ’57 dà alle stampe “Louie Louie”, cover in lingua inglese di “El loco Cha Cha”. Il disco vende oltre centomila copie ma – pur diventando un piccolo classico rnb del Nord Ovest – non regala a Richard l’auspicato balzo di popolarità.

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Garage Rock: #1 – Le origini

Approfitto della recente recensione del disco dei Fuzztones per approfondire il discorso sul Garage Rock. E, per non essere troppo pesante, divido magnanimamente il mio intervento in tre parti, che vi proporrò con un debito intervallo di tempo.

Pronti? Si va!

Anyone can do it

Il percorso che conduce i Beatles, dalle rudi performance di Amburgo, ai raffinati giochi barocchi di “Sgt. Pepper”, è da alcuni interpretato come cinica furberia per accattivarsi i gusti (e i denari) del pubblico borghese. Per quasi tutta la critica – e chi scrive è d’accordo – si tratta, invece, di un esito forse non obbligatorio, ma senz’altro possibile per chi – come McCartney – è cresciuto ascoltando le Trad band e le canzonette vaudeville, per chi – come Harrison – cammin facendo ha scoperto una vocazione di autore sofisticato, per chi – come il Lennon di quel periodo – non ha la forza per imporre una visione differente, e per chi – come George Martin – è capace di sfornare contrappunti di archi e sferragliamenti honky-tonk senza il minimo sforzo.

Non necessariamente chiunque faccia musica deve affrontare la trasmutazione stilistica sperimentata dai Beatles o, prima ancora, da Presley: e, più di tutti, chi fin dall’esordio sa che avrà una carriera breve, da spolpare con la maggior ferocia possibile. Schiacciata fra il mito, ancora vivo, dei grandi del rock’n’roll, e l’affermarsi della British Invasion, una nuova generazione di dilettanti decide di imbracciare una chitarra elettrica, e sedersi dietro a una batteria: sarà quel che sarà, senza patemi o ambizioni. Continua a leggere “Garage Rock: #1 – Le origini”

The Fuzztones – “Flashbacks”

Quando, al mio gruppo, proposi una cover dei Fuzztones, Franco socchiuse gli occhi, sovrappensiero, e poi, ridendo, esclamò: “Ah, aspetta… Quelli di Rudi Protrudi! Una mia amica si era vantata di esser entrata nel suo camerino”. Questo, assieme alla sponsorizzazione del negoziante al momento di propormi il cd (“Uno dei gruppi più divertenti degli anni Ottanta”), mi conquistò definitivamente.

Troppe cose, e tutte assieme, per non cascare in tentazione… “Fuzz – tone”, che richiama l’effetto per chitarra elettrica che ha fatto la fortuna di “Satisfaction” e ha intriso decine e decine di canzoni nella seconda metà dei favolosi Sessanta; il nome del leader, Rudi Protrudi, tanto assurdo da sembrare inventato (e invece pare sia reale…); gli artwork dei dischi, ispirati a un horror fumettistico alla “Tales from the Crypt” e agli album dei Cramps; le storie da groupie di basso lignaggio che mi avevano raccontato; e la musica, ovviamente… Un Garage Rock scanzonato e selvaggio il giusto, trasportato negli anni Ottanta, con tanto di sound “fuzz”, tastierine Farfisa lugubri e petulanti, look da teppista, riffoni di chitarra e performance al calor bianco.

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