Ambassadors of morning

E’ roba un po’ strana, “Meddle”. Perchè i Pink Floyd, nel ’71, sono sì una band di successo, ma nemmeno gli schiacciasassi che diventeranno a breve; e, quindi, possono ancora bighellonare fra suite, pezzi da 3 minuti e cazzeggi, sperimentando in santa pace, e passare un intero tour a provare cose nuove. Oggi, con l’istantaneità incombente dei tweet e dei tube, me la vedrei davvero dura fare dei tour di prova: il tempo di mettere in fila due note, e il mondo sarebbe già lì a dare titoli, fare congetture e postare opinioni… Tanto da rendere il pezzo obsoleto all’epoca della sua uscita. Invece i nostri quattro, beati loro, impegnano il ’71 fra un concerto e una session , e proponi e correggi, aggiusta e registra, ecco che a fine Ottobre la loro ultima creatura può vedere la luce.
Un album ambiguo già dalla copertina: che vorrebbe raffigurare un padiglione auricolare immerso nell’acqua, con tanto di onde sonore, ma che – come ammetterà lo stesso genio del graphic design Storm Thorgerson – non riesce a rendere giustizia all’idea. E pure il titolo non è da meno: “meddle” significa “impicciarsi degli affari altrui” ma si pronuncia come “medal”, “medaglia”: un gioco di parole senza particolari significati, ma che piaceva al gruppo.
Già sistemarlo nella mia rastrelliera, rigorosamente disposta in ordine alfabetico, non fu cosa semplice. ‘Sta storia dei dischi collettivi mi destabilizza sempre un po’: e qui di nomi ce ne sono ben quattro. E poi il titolo, strano pure lui: una data, scritta ovviamente all’anglosassone:


C’è stato un tempo in cui non c’era internet, non c’erano le chiavette usb, i cloud, e nemmeno i cd. Un’epoca in cui per contrabbandare musica si faceva visita a casa dell’amico: o anche peggio… Come quando un compare di cortile pensò di farmi gradito omaggio mettendo una cassa dello stereo sul davanzale, e sparando al massimo la sua ultima scoperta.
Si può sopravvivere (artisticamente) al proprio leader (e poco importa se abbia lasciato per noia, litigi, ambizione, crisi depressive o morte)? La decisione più onorevole, e cioè sciogliere la band e andare a capo con un progetto nuovo di zecca (come hanno fatto gli ex-Nirvana Dave Grohl e Krist Novoselic, e come fecero i reduci dei Joy Division, reincarnatisi nei New Order), è purtroppo la meno praticata. Qualcuno tenta con un rimpiazzo: a volte il sostituto si è mostrato capace di scalzare dalla memoria il leader delle origini (i Maiden di Bruce Dickinson), o quantomeno di non farne sentire la mancanza (Brian Johnson con gli AC/DC, e Ronnie James Dio con i Black Sabbath): ma sono situazioni abbastanza episodiche, subito smentite da casi imbarazzanti (come i Van Halen di Sammy Hagar) o mal digerite dai fans (i Deep Purple di Tommy Bolin).