Le voci degli altri
Si può sopravvivere (artisticamente) al proprio leader (e poco importa se abbia lasciato per noia, litigi, ambizione, crisi depressive o morte)? La decisione più onorevole, e cioè sciogliere la band e andare a capo con un progetto nuovo di zecca (come hanno fatto gli ex-Nirvana Dave Grohl e Krist Novoselic, e come fecero i reduci dei Joy Division, reincarnatisi nei New Order), è purtroppo la meno praticata. Qualcuno tenta con un rimpiazzo: a volte il sostituto si è mostrato capace di scalzare dalla memoria il leader delle origini (i Maiden di Bruce Dickinson), o quantomeno di non farne sentire la mancanza (Brian Johnson con gli AC/DC, e Ronnie James Dio con i Black Sabbath): ma sono situazioni abbastanza episodiche, subito smentite da casi imbarazzanti (come i Van Halen di Sammy Hagar) o mal digerite dai fans (i Deep Purple di Tommy Bolin).
C’è, poi, una terza strada: ricorrere alle risorse interne, e sferrare un contrattacco. Ai Pink Floyd post-Barrett riuscì, ai Genesis di Phil Collins pure: ma ai Doors… Beh, direi proprio di no.

Mi ricordo… Si, mi ricordo. Un’estate: era il 1980, incombeva la seconda media, sul tavolino TV Sorrisi e Canzoni, e con le mie vicine si sentiva la radio. Poca, la tv. Eppure, sull’apparecchio in bianco e nero – e sì, la prima tv a colori era arrivata a fine ’76, ma in campagna avevamo solo quella – gli occhiali di Ivan Graziani li rivedo rossi: e quella canzone – “