Riprendo il discorso iniziato qualche mese fa, riguardante i supporti per la musica – anzi, e soprattutto – i MIEI supporti, quelli che mi raccontano qualcosa di particolare. E, dopo le cassette, tocca ai DISCHI.

Dischi in vinile, ovviamente: nell’armadio ho alcune vecchie gommalacche dei nonni, ma non sono “roba mia”… Qui si parla di quei dischi comprati coi sudati risparmi, centellinando i soldini di Natale e Pasqua (la paghetta non esisteva), e tenuti come una reliquia. Belli, i vinili: e non parlo della qualità sonora, ma proprio dell’oggetto. La copertina è facilmente decifrabile (non come i libretti dei cd, per cui ci vuole la lente… e gli occhiali, ora che li porto), dentro ci sono foto e testi, la crew e le dediche, e poi vuoi mettere il rito? Un disco nuovo doveva rimanere intonso per il maggior tempo possibile: oltre al vinile – la cui usura veniva preservata copiandolo integralmente su cassetta – occorreva coccolare anche la ancor più delicata confezione di cartoncino. E, allora: aprire la medesima con lo strofinamento sui jeans, onde surriscaldare la membrana di cellophane che impediva l’accesso al disco e lacerarla il giusto; lasciare il resto del cellophane intonso, a custodia… della custodia; e, a male parata, quando il vecchio cellophane non ce la faceva più, sostituirlo con una bustina di plastica trasparente. Coi vinili doppi, quasi sempre “apribili” a libro, bisognava stare ancora più attenti: perché le due parti della copertina erano internamente comunicanti, e c’era il rischio che il vinile, per così dire, sconfinasse, rimanendo pizzicato durante la chiusura della confezione, e irrimediabilmente danneggiato. Continua a leggere “I miei vinili: #2 – I dischi”



L’unica curiosità è scoprire quale mischione fra stagioni appronterà il palinsesto, e se la puntata che vedo alle 13 me la ritroverò poi alla sera del giorno dopo o meno…
Ma il colpo di genio di Wes è nella costruzione metanarrativa che permea ogni singolo episodio: i numerosi film-nei-film, le chiacchiere dei ragazzi sul cinema di genere, la scopofilia del pubblico degli slasher movie, la critica al giornalismo d’assalto, la questione razziale (negli horror non ci sono mai protagonisti di colore), i riferimenti intertestuali (il bidello che indossa il maglione a strisce di Freddy Krueger, l’ironia sui sequel di “Nightmare”, i film di “Wes Carpenter”), e la gerarchia impressa ai singoli film. Le “regole” sono chiare: il primo è uno slasher (muore chi si droga e fa sesso, e chi dice “torno subito”); il secondo è un sequel (aumentano i morti, gli omicidi sono più violenti, e il killer non è mai morto davvero); il terzo completa la trilogia (il killer è sovrumano, tutti possono morire e il passato torna sempre); il quarto è un reboot da anni Dieci (sopravvivono solo i gay, e l’assassino filma i suoi omicidi per pubblicarli online :-)). Il bello che non solo le cose, in ogni film, vanno effettivamente così, ma che queste “regole” sono enunciate dagli stessi protagonisti, provocando uno straordinario effetto di distanziamento critico e di sberleffo mediatico.
La scrittura, affidata al genio di Vince Gilligan e Peter Gould, è un vero e proprio master universitario di sceneggiatura. Rispetto a BB, BCS avanza a un passo più cadenzato, ma questo rende ancora più inesorabile l’incedere della narrazione: perché noi SAPPIAMO che l’energico e entusiasta Jim diventerà il corrotto e debosciato Saul, ma non COME e QUANDO. E siamo ipnotizzati dal progredire della storia, tifiamo per il buon Jim, speriamo che non faccia quella certa scelta, perché sarà quella a rovinargli la vita. E invece – ovviamente – la fa. Forse questo parla di noi: delle sliding-doors che abbiamo attraversato senza accorgercene, e di quelle che si, sapevamo portarci nella selva oscura, ma che abbiamo imboccato con un sadico sprezzo verso noi stessi. Inutile dirlo, la regia è splendida, la scelta del cast perfetta, il modo di calare nella narrazione i personaggi (soprattutto quelli di BB) è da BAFTA Award: e, soprattutto la gestione corale della storia è da applausi. Meglio, peggio, uguale a BB? Non lo so, e nemmeno mi interessa: ma ce lo stiamo godendo tutto, puntata dopo puntata. E siamo arrivati al secondo episodio della quarta serie: su Netflix è appena terminata la quinta (aspetteremo l’edizione in DVD…), e la produzione ha annunciato che la sesta sarà quella conclusiva… Quella, penso – ma chissà – in cui Saul incontrerà Walter White: e quella in cui – di nuovo, chissà – conosceremo il suo destino del dopo-BB. Sempre che le riprese non si interrompano, causa Covid…
Il testo è serio, scrupoloso, davvero ben fatto: ma più adatto a studi universitari che a letture divulgative. Andrebbe affiancato a uno (o due…) manuali più leggeri, dove trovare (anche) pagine sull’aneddotica diffusa (e parlo, per capirci, di robe come Muzio Scevola, l'”ecco i miei gioielli” di Cornelia, il “guai ai vinti” di Brenno, le porcate di Eliogabalo, ecc), qualcosa sulla vita quotidiana dei nostri nonni de Roma, e naturalmente cenni al loro apparato culturale e artistico. Il grosso della trattazione si occupa, inoltre, del periodo fra Giulio Cesare e Costantino: mentre la “caduta dell’Impero” è liquidata in una ventina di pagine. In sintesi: un ottimo testo di studio, ma non esaustivo (d’altronde, l’argomento è immenso!)
E, man mano che la lettura avanza, il libro sembra proprio parlare di lui: ma di un “lui” altro, al confronto del quale l’impacciato Walter appare come una copia sbiadita e mal riuscita. Fra sequenze realistiche ed altre più fumettose, in stile “Sin CIty”, si arriva ad una spiegazione del mistero, anche se un po’ lambiccata: ma l’inquietudine non passa con la parola “fine”, e ci si appiccica addosso. Io, che di ossessioni auto-inflitte me ne intendo, capisco bene il povero Carrey…
Semplice, con una piccola correzione personale dovuta alla mancanza di un ingrediente (ho sostituito il prosciutto crudo con lo speck), un’oretta di lavoro… e un piccolo capolavoro! Non fosse che avevamo litigato per un clamoroso errore di taglio capelli faidatè, Giusi mi avrebbe fatto mille complimenti… E me li ha fatti più tardi, sbollita la rabbia e riparato l’errore: ora sembro un po’ un marines, ma pazienza!
