Canta che ti passa #8

La musica rende liberi

No, non è un caso che il titolo di questo breve pezzo riecheggi il tetro “Arbeit Macht Frei” affisso sui cancelli di numerosi lager nazisti. Non lo è per un paio di motivi.

Uno, perché sempre più spesso si sente parlare di come “siamo in guerra”, di come “siamo prigionieri” nelle nostre case, di “Piano Marshall”, di “arresti domiciliari” e altre metafore più o meno pertinenti.

Due, perché psicologicamente siamo tutti, chi più chi meno, provati dalla situazione, lontani dai nostri affetti, isolati, e con un domani (sanitario, ma soprattutto economico) che non definirei propriamente “sereno”.

Ma, fra il 1935 e il ’53, ci fu una generazione che dovette DAVVERO affrontare fame, prigionia e isolamento, e in forme – mi permetto di dire – ben più drammatiche di quelle attuali: milioni di persone discriminate, imprigionate e uccise per la loro etnia, per la loro religione, per la loro disabilità o per il loro orientamento sessuale. Fra quegli uomini c’erano, anche, artisti, compositori e musicisti: e alcuni di loro, nel magma emotivo, nella follia collettiva, nella disperazione, iniziarono a scrivere musica. Non per celebrare quel dolore: ma per esorcizzarlo, per dimenticarlo. E, va detto, anche sotto ricatto dei kapò, per allietare le serate danzanti dei Nazi.

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