Blind Willie Johnson – Buia era la notte

“Blind” Willie Johnson nasce in Texas nel 1897: a cinque anni impara a suonare una “cigar box guitar” (strumento rudimentale realizzato con una scatola di sigari), e due anni dopo perde la vista, quando la soda caustica – indirizzata al padre dalla gelosa matrigna  – colpisce per fatalità i suoi occhi. Le notizie, dopo, si fanno rade, ma è certo che nel ’26 è sposato, e con la moglie esercita il ruolo di “street preacher”, cantando le lodi al Signore per le strade di Hearne.

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We Shall Overcome

L’8 Giugno 1963 Pete Seeger organizza un affollato concerto alla Carnegie Hall di New York, occasione in cui esegue cover di Dylan, vecchi traditional, la cubana “Guantanamera” e “We Shall Overcome”… Due mesi dopo, ad Agosto, alla marcia di Washington, Joan Baez riprende “We Shall Overcome” davanti ai 300.000 partecipanti, portandola a un’esposizione mediatica fenomenale, e caricandola di una valenza sociale altissima.

Ma da dove arriva la canzone? Domanda dalla risposta non banale… Qualcuno si ricorda di uno storico incontro fra Seeger e Martin Luther King alla Highlander Folk School: occasione in cui Seeger – era il 1957 – aveva dedicato il pezzo alla missione di pace e giustizia del Reverendo. Andando a ritroso nel tempo, si rintracciano un paio di incisioni, avvenute nell’ambito di un mercato di nicchia: la più remota è di Joe Glazer (1950), inserita in una raccolta di brani a tema sindacale; la seconda è del 1952, per la voce di Laura Duncan e del coro delle Jewish Young Sisters, pubblicata sulla Hootenanny Records di Irvin Silber… E la firma è sempre di Seeger. Sarà sua, no?!

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Roadhouse Rock

La qualità cui tutti i chitarristi elettrici blues, o ispirati al blues, si erano scrupolosamente attenuti – almeno sino a tutti gli anni Cinquanta – era una sola: l’espressività. Per quanto molti fossero tecnicamente preparati – e alcuni, come Earl Hooker e Johnny “Guitar” Watson, indubbiamente lo erano – restava in loro una specie di pudore, che impediva di superare certi limiti: gli assolo restavano confinati nelle 12 battute del giro blues standard, e sempre attenendosi alle tecniche di marca RNB.

La rivoluzione che colpisce la chitarra blues si manifesta, non a caso, proprio all’inizio degli anni Sessanta: e, sempre non casualmente, è accesa da un bianco dell’Indiana. Lonnie McIntosh (1941-2016) inizia a suonare a sette anni, ispirato dai grandi country singer che ascolta fino allo sfinimento, con la radio nascosta sotto le lenzuola: i primi insegnamenti arrivano dalla mamma (musicista country), da un cantate non vedente di gospel, da un vecchio bluesman di colore, e dal  fingerpicking  di Merle Travis. Accerchiato da tanti stimoli, il tredicenne Lonnie non ha più scampo, e lascia la scuola per tentare la carriera professionista.

Dopo alcune incisioni in qualità di session man, e la solita trafila nelle bettole del Midwest, nel 1960 la Lonnie McIntosh band rinasce sotto le spoglie di Lonnie Mack & The Twilighters. Assunti dalla piccola Fraternity Records di Cincinnati come house band, vi restano per circa tre anni, mentre scalpitano in cerca della strada per il successo.

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Bob’s in the basement: un’elegia in biondo e rosa

Quando, al Festival di Newport del ’65, Bob Dylan propone un rumoroso set elettrico, si consuma il più grande dei tradimenti: il menestrello dei diritti civili, l’erede di Woody Guthrie e Pete Seeger ha rinnegato la tradizione folk, simbolo di purezza, progressismo e lotte, in cambio di dollari e fama. Lo scandalo suscita reazioni veementi, ma non dura che lo spazio di qualche mese: a fine anno il folk-rock sta contagiando tutti, convincendoli della più elementare delle verità… Che la musica è questione di spirito e atteggiamento, non di strumentazione: accostare chitarra elettrica e tradizione – almeno negli Stati Uniti – indigna sempre meno gente.

La frontiera si è spostata più in là: ma fino a dove potrà spingersi? Ancora una volta è Dylan a scompigliare le carte: è l’autunno del 1965, Bob vuole lavorare sul prossimo disco, ma né Paul Butterfield né Al Kooper saranno con lui. I sostituti sono individuati in The Hawks, una band canadese che ha fatto da spalla al musicista rockabilly Ronnie Hawkins, e che ha accompagnato John Hammond Jr nel suo sperimentale “So Many Roads”. Nella line-up troviamo Rick Danko (1942-‘99, basso, violino e voce), il meticcio nativo-americano Robbie Robertson (1943, chitarra e voce), il pianista e armonicista Richard Manuel (1943-‘86), il polistrumentista Garth Hudson (1937) e il batterista e cantante Levon Helm (1940-2012, l’unico americano della brigata).

Il 5 Ottobre Dylan e gli Hawks si chiudono negli studi newyorkesi della Columbia e iniziano a provare: quasi quattro mesi, interrotti da una tournée di tre settimane, non partoriscono che la miseria di quattro pezzi. Per uscire dall’impasse, il produttore suggerisce a sorpresa di spostarsi a Nashville, il tempio del country istituzionale. A Febbraio Dylan, gli Hawks e il redivivo Al Kooper arrivano a Music Row: Bob fa smantellare le barriere isolanti dello studio, recluta i musicisti country Charlie McCoy (chitarra, basso e armonica) e Joe South (basso e chitarra), e si mette al lavoro. Ora, chissà perché, tutto gira a mille: poche settimane, ed è pronto il nuovo disco, “Blonde on Blonde”.

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