Roadhouse Rock

La qualità cui tutti i chitarristi elettrici blues, o ispirati al blues, si erano scrupolosamente attenuti – almeno sino a tutti gli anni Cinquanta – era una sola: l’espressività. Per quanto molti fossero tecnicamente preparati – e alcuni, come Earl Hooker e Johnny “Guitar” Watson, indubbiamente lo erano – restava in loro una specie di pudore, che impediva di superare certi limiti: gli assolo restavano confinati nelle 12 battute del giro blues standard, e sempre attenendosi alle tecniche di marca RNB.

La rivoluzione che colpisce la chitarra blues si manifesta, non a caso, proprio all’inizio degli anni Sessanta: e, sempre non casualmente, è accesa da un bianco dell’Indiana. Lonnie McIntosh (1941-2016) inizia a suonare a sette anni, ispirato dai grandi country singer che ascolta fino allo sfinimento, con la radio nascosta sotto le lenzuola: i primi insegnamenti arrivano dalla mamma (musicista country), da un cantate non vedente di gospel, da un vecchio bluesman di colore, e dal  fingerpicking  di Merle Travis. Accerchiato da tanti stimoli, il tredicenne Lonnie non ha più scampo, e lascia la scuola per tentare la carriera professionista.

Dopo alcune incisioni in qualità di session man, e la solita trafila nelle bettole del Midwest, nel 1960 la Lonnie McIntosh band rinasce sotto le spoglie di Lonnie Mack & The Twilighters. Assunti dalla piccola Fraternity Records di Cincinnati come house band, vi restano per circa tre anni, mentre scalpitano in cerca della strada per il successo.

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