I miei dischi dell’anno #1 – Il 1961

Inizia oggi una nuova rubrica dedicata all’esame (sommario) delle uscite discografiche americane e inglesi di quegli anni che fanno “cifra tonda” con quello in corso…. Sì, è spiegato male: in parole povere, nel 2021 vi proporrò una panoramica a volo d’uccello sulle uscite del 1961, 1971, 1981, e così via.

Così, giusto per scoprire cosa piaceva (e vendeva) allora: e per ribadire che non sempre la classifica premia dischi o canzoni diventate poi dei classici, o dei momenti di svolta. A correttivo della Top One “ufficiale”, ho infatti deciso di inserire (a mio insindacabile giudizio, e in ordine di gradimento!) anche un breve elenco di titoli fuori menù che – magari snobbati dalle chart – si sono poi rivelati “importanti”, o che sono semplicemente di mio gusto. Liberi, ovviamente, di dire la vostra: anzi, aspetto suggerimenti.

Pronti? Si va! Continua a leggere “I miei dischi dell’anno #1 – Il 1961”

Dreadrocks – Il reggae delle nebbie

Per ricordare che gli anni Sessanta, in Inghilterra, non furono solo Beatles, Who e Rolling Stones…

Fumo di Londra

La nostra storia inizia al Flamingo Club, circolo a gestione familiare aperto nel 1952 a Wardour Street (Soho) con l’idea di dare al jazz quel che merita: e, cioè, un posto lontano dalla sciatta ordinarietà delle sale da ballo Trad, piacevole, ben attrezzato e altrettanto ben frequentato. L’intuizione è corretta, e premiata dal credito che artisti di primissimo ordine – come Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald e Billie Holiday – riservano al club, onorandolo della loro stellare presenza.

Ma figurati se una cosa così pulitina e perbene può resistere all’incombere degli anni Sessanta. Nel ’59 il locale è rilevato da Rik Gunnell, ex-pugile e buttafuori di nightclub: gestione che trasforma il Flamingo in uno dei posti più tenebrosi della città. In questo covo, aperto regolarmente fino all’alba, è facile incontrare gangster, prostitute e faccendieri di ogni tipo: fra una rissa, occhiate feroci e whisky versato in abbondanza, la musica scorre imperterrita… E, come un habitué molesto di cui ci si vuol disfare al più presto, il jazz da ballo è messo alla porta dai nuovi avventori: i soldati americani di stanza a Londra, e gli operai giamaicani, che dopo il catastrofico uragano del ’44 e la crisi, hanno trovato nell’Inghilterra postbellica un posto dove iniziare da capo.

A Londra, i nuovi arrivati occupano i sobborghi di Brixton, Tottenham, Hackney e Croydon: le strade sono improvvisamente invase dai sound system – feste permanenti con impianti di amplificazione colossali – guidati da aggressivi dj, che spargono ininterrottamente e al massimo volume suoni e vibrazioni. Continua a leggere “Dreadrocks – Il reggae delle nebbie”

Il Doo-Wop

Do wop de wadda bom-bom

1954, Ottobre: i Penguins, di New York, per il loro debutto hanno scelto “Hey Señorita”, un brillante rhythm’n’blues vocale: ma succede una cosa strana. Il pubblico radiofonico, incoraggiato dal disc jockey Alan Freed, inizia a richiedere con maggiore insistenza la B-side, “Earth Angel”. Canzone quanto mai sconcertante: il testo – basato su un’ipnotica ripetizione del titolo – non ha alcun spessore, il pianista non fa altro che ripetere lo stesso accordo a tempo di terzina, il solista ha un timbro sdolcinato e frivolo, e i non-sense onomatopeici muovono al ridicolo. La critica insorge: ma nulla arresta l’ascesa del disco nelle classifiche. Attenzione, in entrambe le classifiche (primo posto nella chart rhythm’n’blues e ottavo in quella pop).

E non è un caso isolato. Scritta dai Chords di New York, e scelta come B-side della cover “Cross Over The Bridge” (Marzo 1954), “Sh-Boom” sale a sorpresa al secondo posto sia della graduatoria rhythm’n’blues che di quella pop; i Crows, quartetto vocale di Harlem, investono tutto sul lento “I Love You So”, ma è il retro, la brillante e autografa “Gee”, a scalare le classifiche; identica sorte tocca ai Charms – la cui “Hearts of Stone” (1954) monopolizza la hit parade afroamericana, e approda nella classifica pop nella versione delle Fontaine Sisters – e agli Spaniels, che raggiungono la notorietà “bicolore” con “Baby It’s You” (1953) e con “Goodnite Sweetheart, Goodnite” (1954) [1]. Il segnale è chiaro: esiste una canzone che i produttori non “vedono”, ma che – messa alla prova dei fatti – è immediatamente portata al successo; ed esiste un nuovo mercato trasversale, segmentato non più su base razziale, ma su criteri anagrafici. Continua a leggere “Il Doo-Wop”

In memoriam – 50 anni senza Jimi Hendrix

James Marshall “Jimi” Hendrix (Seattle, 27 novembre 1942 – Londra, 18 settembre 1970)

Senza parole.

Solamente una chitarra elettrica bestiale (“Voodoo Child” a Woodstock)….

…e una “Hear My Train A Comin’” acustica, su chitarra a 12 corde: un unicum nella discografia hedrixiana.

Eh, ragazzi, non ce n’è per nessuno…