Dreadrocks – Il reggae delle nebbie

Per ricordare che gli anni Sessanta, in Inghilterra, non furono solo Beatles, Who e Rolling Stones…

Fumo di Londra

La nostra storia inizia al Flamingo Club, circolo a gestione familiare aperto nel 1952 a Wardour Street (Soho) con l’idea di dare al jazz quel che merita: e, cioè, un posto lontano dalla sciatta ordinarietà delle sale da ballo Trad, piacevole, ben attrezzato e altrettanto ben frequentato. L’intuizione è corretta, e premiata dal credito che artisti di primissimo ordine – come Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald e Billie Holiday – riservano al club, onorandolo della loro stellare presenza.

Ma figurati se una cosa così pulitina e perbene può resistere all’incombere degli anni Sessanta. Nel ’59 il locale è rilevato da Rik Gunnell, ex-pugile e buttafuori di nightclub: gestione che trasforma il Flamingo in uno dei posti più tenebrosi della città. In questo covo, aperto regolarmente fino all’alba, è facile incontrare gangster, prostitute e faccendieri di ogni tipo: fra una rissa, occhiate feroci e whisky versato in abbondanza, la musica scorre imperterrita… E, come un habitué molesto di cui ci si vuol disfare al più presto, il jazz da ballo è messo alla porta dai nuovi avventori: i soldati americani di stanza a Londra, e gli operai giamaicani, che dopo il catastrofico uragano del ’44 e la crisi, hanno trovato nell’Inghilterra postbellica un posto dove iniziare da capo.

A Londra, i nuovi arrivati occupano i sobborghi di Brixton, Tottenham, Hackney e Croydon: le strade sono improvvisamente invase dai sound system – feste permanenti con impianti di amplificazione colossali – guidati da aggressivi dj, che spargono ininterrottamente e al massimo volume suoni e vibrazioni.Count Suckle, al secolo Wilbert Augustus Campbell, è uno dei protagonisti di questa ondata: arrivato a Londra, inizia una guerra a colpi di watt e decibel con l’amico-rivale Duke Vin, e diventa una delle personalità più in vista del giro. Nel ’61 conquista l’ambito posto di disc jockey al Roaring Twenties Club della modaiola Carnaby Street: i dischi che, sera dopo sera, mette sul piatto, attirano l’attenzione dei Mod, di rock star come Rolling Stones e John Paul Jones, e di alcuni artisti in vena di sperimentazioni. Questi 45 giri riecheggiano alcuni elementi rhythm’n’blues, ma hanno un sapore e un colore nuovo: Suckle, Vin e soci chiamano tutto questoSka”.

Lo Ska

Lo Ska nasce come manipolazione personale di una serie di influenze ed elementi, stratificatesi nei secoli: alle tradizioni musicali dei nativi Arawak si aggiungono le influenze europee (inglesi e spagnole) penetrate nell’isola durante l’epoca coloniale, le influenze degli schiavi africani, il Calypso della vicina Martinica, e il jazz da ballo americano. Nel dopoguerra, attraverso le onde radio delle stazioni di New Orleans e Miami, la Giamaica si scopre affascinata dal Jump Blues e dal rhythm’n’blues: e, alla ricerca di un tocco personale, gli artisti isolani hanno un colpo di genio.

Forse ispirati dai particolari accenti imposti al piano da Rosco Gordon – pianista nero di Memphis la cui “No more doggin’” nel ’52 sbanca le classifiche di Kingston – Prince Buster e il suo chitarrista Jah Jerry elaborano una nuova forma ritmica, caratterizzata dal tipico e ciondolante accento “in levare” [1]: lo Ska, il “punto zero” della musica giamaicana. Che, dopo aver invaso le classifiche dell’isola, proprio a Londra – più che negli Stati Uniti – trova terreno per svilupparsi, e contagiare il rock dei bianchi.

Georgie Flame

Al Roaring Twenties Club, fra i molti tifosi di Suckle, troviamo anche il pianista e cantante inglese Georgie Fame (nome d’arte di Clive Powell, 1943): ex turnista di Eddie Cochran e Gene Vincent, e ora bandleader dei Blue Flames, house band del Flamingo Club. Le sue prime infatuazioni sono stati strumentali riempipista come “Green Onions”, “Midnight Special” e “Grooving With Jug”: ma niente – così ha appena scoperto – ha il calore e l’inesorabile ballabilità dello Ska giamaicano!

L’album dei Blue Flames “Rhythm and Blues at the Flamingo” (1963) – ricco di cover rnb, fiati, groove e andamenti sussultanti – ottiene buone vendite, replicate da “Fame at Last” (1964), e dalla cover del classico latino “Yeh Yeh”: 45 giri che, nel Gennaio 1965, si installa al primo posto, interrompendo lo strapotere dei Beatles (un vero evento!) per due settimane consecutive.

Il Flamingo si trova improvvisamente promosso a centro per eccellenza della controcultura londinese e del movimento Mod: qui si possono incontrare star internazionali (come Stevie Wonder, John Lee Hooker e Jerry Lee Lewis), dj giamaicani (Count Suckle), e il padrone di casa, Georgie Fame. Un melting pot che non ha eguali nell’Inghilterra del dopoguerra, e che – con i suoi concerti, le feste e le innumerevoli jam session – sdogana definitivamente la moda dei dreadlocks, dello spinello e dello Ska.

La strada aperta da Fame è seguita dalla Zoot Money’s Big Roll Band: capitanati dal cantante e organista George Bruno “Zoot” Money, front man eccentrico e trascinante, e spinti da una variopinta e pulsante sezione di fiati e ottoni [2], sull’onda dell’hit internazionale “Big Time Operator” (1966) diventano una delle principali attrazioni del Flamingo.

Suckle, che è stato uno dei pionieri del sound in levare, prende coraggio e nel 1964, a Paddington, apre il Q Club. Qui è possibile stordirsi con una rovente mistura di Ska, reggae, soul e funk, cotta a puntino da artisti chiamati dalla Giamaica a infiammare gli anfetaminici sabati sera dei Mod londinesi. Fra gli eroi di questa ondata vi sono gli Skatalities (“Guns of Navarone”) e il loro leader Don Drummond, Owen Gray, Edwin Starr, e i due “pezzi da novanta”: Cecil “Prince Buster” – con le storiche “Madness”, “One Step Beyond” e “Al Capone” – e il suo nemico numero uno Derrick Morgan, autore di “Tougher Than Tough” e “Seven Letters” (spesso citata come il primo autentico singolo reggae). Il compositore Jackie Edwards fa ancora di più: è assunto in pianta stabile dalla Island Records, e regala allo Spencer Davis Group gli straordinari hit“ Keep on Running” e “Somebody Help Me”.

Mentre lo Ska dei giamaicani continua a mietere successi in patria – “The Tide is High” (1966) dei Paragons – e all’estero – “Israelites” (1969) di Desmond Dekker, la prima canzone Ska a raggiungere la Top10 americana – i rocker inglesi accolgono la pulsazione giamaicana nelle canzoni, e la rendono parte della loro tradizione. Da accenni di pochi secondi (il bridge di “I Call Your Name”, 1964, dei Beatles) e da marcette insinuanti (“Ob-La-Di Ob-La-Da”, sempre dei Beatles), si passa alla più hard “D’yer Ma’ker” dei Led Zeppelin (1973) e alla hit internazionale “I Shot the Sheriff” (1974) di Eric Clapton (cover dell’’omonimo pezzo di Bob Marley), fino ad arrivare – ma siamo ormai giunti alla fine degli anni Settanta – al reggae-rock dei Police: luminoso e orecchiabile crossover inserito a pieno titolo nel Mod Revival [3], che proprio allo Ska e al Reggae fa continuamente riferimento.

 

[1] Laccento in levare (e non il ritmo in levare, che è altra cosa) è l’accentuazione impressa nello “spazio” fra un battito e l’altro del quarto della battuta: in parole povere, con un metronomo (o, più semplicemente ancora, con il piede) che batte un 4/4, l’accento cade nel “silenzio” fra una pulsazione e l’altra.
[2] In questo gruppo fa il suo debutto Andy Summers, noto ai più come il chitarrista dei Police.
[3] Il cosiddetto “Mod revival” prende piede fra il 1979 e l’82: grazie ai Jam di Paul Weller e al film “Quadrophenia”, tornano prepotentemente di moda lambrette, parka e anfetamine. La canzone Mod Revival unisce punk, rnb e reggae in una miscela divertente ed eclettica: l’epicentro ha sede alla “2 Tone Records”, indie di Coventry dal nome allusivo (i due “toni di pelle”, il bianco e il nero), e che ha sotto contratto alcuni dei gruppi più interessanti del filone, come Madness, The Specials, Selecter e Bad Manners.

Articolo tratto da “Il Grande Viaggio” – Vol. 2 – Parte Nona

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