Stranezze a 33 giri #1 – Il karaoke concettuale: il testo c’è ma non si vede

Ciao a tutti. Prende oggi il via una nuova rubrica, chiamata “Stranezze a 33 giri“, e dedicata a curiosità, particolarità e – appunto – stranezze del mondo del vinile (o del mondo della musica digitale). Inizio questa serie (che, al momento, non so ancora quante puntate occuperà) con una tipologia che ho voluto chiamare “karaoke concettuale“: seguitemi, e capirete.

L’idea per questo post, e da cui tutto parte, riguarda un fatto che conosco bene, di prima mano, e che risale alla mia giovinezza.

(Caso “zero”) Lucio Dalla – “Tania Delcirco“. Il peloso bolognese, nel 1986, pubblica il bel disco “Bugie” (1986): quello – per intenderci – con “Ribot” e “Se io fossi un angelo”… In scaletta compare anche “Tania Delcirco”, brano di chiara impostazione jazzistica, e che vede Lucio (al clarinetto) accompagnato da Franco D’Andrea al piano: la particolarità sta nel fatto che, nella copertina interna dell’album (quella che gli anglosassoni chiamano “inner sleeve“), è stampato il testo della canzone… Ma la canzone è in realtà uno strumentale, senza nemmeno l’ombra di una parola. Tanto che, al termine del testo, compare pure la scritta “cantatela voi” 🙂

Ora capite perché parlo di “karaoke concettuale“: perché, appunto, esiste un testo, concepito dall’autore, e ben documentato: ma tocca a te cantarlo, senza sapere quale sia la melodia o la metrica. Come un karaoke mentale e personale all’ennesima potenza, insomma! Sul motivo che spinse Lucio a fare così, le opinioni sono molte: ma nessuna è certa. Fatto sta che questa riscoperta mi ha portato a chiedermi se esistono casi analoghi. Lo dico subito: pochissimi, e solo apparentemente simili. Ma vediamo cosa ho trovato.

(Caso A) Cocteau Twins – “Otterley“. Tratta dall’album “Treasure” (1984), “Otterley” è una traccia eterea, dominata da un tappeto di tastiere e chitarre: un brano “dream pop”, insomma! Su questo strato, Elizabeth Fraser interviene con la sua voce, rendendo così la traccia (formalmente) non strumentale. Ma la Fraser esegue la parte senza parole e senza testo, ma solo con sussurri accennati, vocalizzi e controcanti liberi. Eppure sul web si trovano ovunque testi, più o meno coerenti, riferiti proprio a “Otterley”… Com’è possibile? Si tratta di quello che i linguisti chiamano “mondegreen“: un’ingannevole interpretazione fonetica (che accade in musica, ma anche nel parlato comune) di ciò che l’ascoltatore crede di sentire ma che non c’è! Lo conferma anche la Fraser che in numerose interviste ha dichiarato che usava la voce come puro strumento, senza parole da cantare. Una sorta di glossolalia destrutturata, affidata alle sensazioni e al mood del momento.

(Caso B) Nick Cave – “The Carny“. In questa canzone, pubblicata nell’album “Your Funeral… My Trial” (1986), il grande sciamano australiano narra, sulle note dondolanti e sinistre di un organetto da fiera, e con toni lugubri da racconto gotico, della misteriosa sparizione di un giostraio, e dello sgomento della sua banda di freak. Il testo, stampato sulla copertina interna, esiste, e riporta una per una le parole cantate da Cave. Ma, in libri specialistici di poco successivi, e autorizzati da Nick Cave (“King Ink”, 1988), ecco comparire un testo più esteso, che aggiunge particolari e riflessioni alla storia dei vari protagonisti. Pare, infatti, che questo fosse il testo completo, ma che Nick, durante l’incisione, tenendo davanti a sé “centinaia di parole e appunti“, costruì la storia in tempo reale mentre cantava, “tagliando” e mescolando alcune parti, e improvvisando al momento.

Possiamo quindi fare un confronto. Nel caso di Lucio Dalla (caso “zero”), il testo esiste, ma l’autore lascia all’ascoltatore il compito di disporlo liberamente sull’accompagnamento strumentale. Per i Cocteau Twins (A), invece, il testo non esiste, ma è stato, diciamo così, “elaborato” ex-post dagli ascoltatori, basandosi su impressioni e ipotesi personali, derivate dai sussurri e vocalizzi della Fraser. Con Nick Cave (B), infine, abbiamo un testo “ufficiale”, che corrisponde a quello cantato, ma che è un “taglia e incolla” di un qualcosa di più grande, ufficiale anch’esso. Parole, quindi, che esistono solo sulla carta, o nella mente del pubblico, o nella penna dell’autore: ma sempre senza una completa corrispondenza con l’incisione.

Cosa curiosa, questi tre esempi sono nati nell’arco di due soli anni, fra il 1984 e l’86: e pare siano casi rari, quasi unici! Anzi: se proprio vogliamo, è Lucio Dalla il più particolare. La sua (quella che ho chiamato “karaoke concettuale”) è una scelta deliberata e provocatoria, ma anche giocosa; una sfida dal sapore situazionista, condotta in punta di ironia e leggerezza, senza darsi troppe arie.

Nessuno, quindi, come Lucio Dalla. Sempre detto, io, che era un genio!

Allora, che mi dite? Vi è piaciuta questa rubrica? Conoscete o mi potete suggerire situazioni simili? Ciao!

2 pensieri riguardo “Stranezze a 33 giri #1 – Il karaoke concettuale: il testo c’è ma non si vede

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