Il pop italiano e la censura (parte seconda)

Ciao a tutti. Oggi riprendo e concludo il discorso iniziato in questo post, incentrato sui casi più eclatanti di canzoni e autori sottoposti a censura nell’Italia del Secondo Dopoguerra: in quella circostanza avevo guardato agli esempi in cui il “tema bollente”, che aveva fatto tremare le vene ai polsi dei signori censori, era stato – a seconda dei casi – la religione o il sesso. In questa seconda e ultima puntata metto invece nel mirino le canzoni che, per parlare troppo e male di politica, di guerra o di morale pubblica, si erano trovate con un bel timbro “respinto” sopra. Continua a leggere “Il pop italiano e la censura (parte seconda)”

Io non so parlar di musica #27 – “La C.I.A.” di Eugenio Finardi

Ciao a tutti. La riflessione che, per la rubrica “Io non so parlar di musica”, mi ha spinto a proporvi la canzone di cui parlerò a brevissimo, riguarda le innumerevoli polemiche sul ruolo degli Stati Uniti nella politica estera del nostro paese: c’è chi ringrazia ancora adesso gli USA per l’ingresso nel secondo conflitto mondiale e per il Piano Marshall, e chi ritiene sia stato l’inizio della fine della nostra indipendenza.

Chi scrive è convinto che gli Stati Uniti, al pari dell’Unione Sovietica, siano stati fondamentali per la fine del Nazismo: ma anche che fra gli States del ’45 e quelli odierni ci sia un abisso; e che col suicidio politico e militare della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa (e l’Italia non fa certo eccezione) sia diventata una colonia statunitense, con poca – se non nessuna – speranza di politica estera autonoma… Siamo sotto padrone: che poi sia il minore dei mali, non so… Ma sempre di padrone si tratta. Per “colpa” degli statunitensi, certo, che fanno – e benone – i loro affari: ma anche per una  nostra innata predisposizione. Ma, sia chiaro, a me chi vuole “esportare la democrazia” a bombe e dollari non piace per nulla. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #27 – “La C.I.A.” di Eugenio Finardi”

Io non so parlar di musica (e di politica) #20 – Giorgio Gaber

Buongiorno a tutti. Questo post, ospitato nella rubrica “Io non so parlar di musica“, potrebbe benissimo intitolarsi “Io non so parlar di politica“: certo che seguo la politica (ogni cosa, per me, ha un risvolto politico!), ma se ne parlo mi prende uno sconforto clamoroso, e rischio di cadere da una parte nel qualunquismo, e dall’altra nella rabbia più nera… E quindi, sul blog, preferisco trattenermi! Molto meglio, allora, affidarmi – come faccio spesso – alla musica: e, in questo caso, a uno dei più lucidi intellettuali che questo paese abbia mai avuto, e cioè Giorgio Gaber.

Un uomo capace di vivere e cantare del mondo, e del suo paese, senza retorica e senza cadere in facili ideologie (perché le ideologie – e non le idee – sono trappole del pensiero), e con una chiarezza di visione straordinaria. Le sue canzoni sono ironiche, tragiche, amare, umoristiche e pungenti: e la melodia è spesso essenziale, come si conviene a chi bada più al messaggio che al contenitore… Ma nemmeno casuale, come si sentirà in questa canzone : un ritmo da festa tzigana, per una nazione in cui spesso la situazione, come si dice, è grave ma non seria, e in cui anche la crisi più importante si riduce troppo spesso a una pochade di terz’ordine. Continua a leggere “Io non so parlar di musica (e di politica) #20 – Giorgio Gaber”

Rave non-rave

Buongiorno a tutti.
Colgo l’occasione delle recenti polemiche sui Rave per ri-pubblicare un mio post del 2019 (e che, quindi, parecchi di voi non avranno letto): un post nato per commentare un film che avevo visto al Torino Film Festival, e che proprio di rave parlava.

Nel pezzo, ovviamente, si parla anche del film: ma, soprattutto, di cos’era, cos’è, la cultura rave, e di quel politiche furono messe in atto – nell’Inghilterra degli anni Novanta – per metterla a tacere.

Così, giusto per fare un parallelo fra ieri e oggi. 
Ed ecco il post.