Only the (b)Rave

“Beats”: rave before sunset 

Diciamocelo subito: per me la musica è sempre stata una questione di chitarra (preferibilmente elettrica), batteria, basso, voce, occasionalmente tastiera, e bon. La pochissima elettronica che ho in casa è figlia del Kraut Rock (Can e Kraftwerk in primis), e occupa davvero poco posto. Non che mi schifi, ma l’imprinting arrivato a forza di Purple, Zeppelin e Iron si fa sentire ancora adesso: e poi per me, l’elettronica si è a torto appiccicata al mondo delle discoteche, che non ho mai frequentato, preferendo i pub con le patatine fritte, il fumo da tagliare col coltello (altra epoca…) e i gruppi dilettanti assoldati per la serata.

E però. Però poche settimane fa, quando al Torino Film Festival mi sono imbattuto nel film “Beats“, dedicato ai Free Party inglesi e alla legge ammazza-rave del ’94, ho iniziato a rimuginarci sopra… E queste righe sono il risultato di questo cogitare: se poi dico troppe minchiate, voi che invece dei rave e della techno capite più di me “mi corriggerete”, come disse nel ’78 un tal Karol di bianco vestito.

Dunque, il film: una pellicola diretta da Brian Welsh e che, in poco più di 90 minuti, ci racconta la storia di due amici scozzesi che, fra cazzeggi e realtà degradate, vanno al primo rave party della loro vita: una coppia narrativamente abusata (Johnno, il ragazzo impacciato e Spanner, l’amico fuori di testa, un cazzone dal cuore d’oro), ma raccontata con una sincerità e una partecipazione commovente (anche perché pare che la storia sia presa da un fatto di cronaca). Qualcosa più di un fatto di cronaca è il contesto politico che sovrintende la vicenda: quello della messa in atto del contestato “Criminal Justice and Public Order Act“.

Ma chi sono i ravers? E cos’è l’Act del ’94? Iniziamo dai primi: i ravers nascono alla fine degli anni Ottanta e sono espressione di una cultura alternativa non molto diversa, almeno ai miei occhi, da quella del Flower Power, del carrozzone dei Grateful Dead, di Woodstock e dei primi festival di Stonehenge: ma, rispetto ai Figli dei Fiori, hanno sostituito la volontà di cambiare il mondo con qualcosa di meno “nobile” ma più alla mano: la ricerca di spazi, di interstizi, in cui manifestare la propria rabbia e diversità… Senz’altro pretendere se non di essere se stessi.

Il ravers (e i loro cugini travellers) sono espressione spontanea e reattiva di quelle classi sociali lasciate ai margini del benessere, incapaci di amalgamarsi nei ritmi e nelle credenze di città senz’anima, sempre più simili ai non-luoghi di Marc Augé. “Siamo come profughi in cerca di un rifugio“, dice un traveller: e, allora, non resta che fondare nuove regole, in opposizione alla massificazione. Reinventare gli spazi abbandonati delle grandi città (fabbriche in disarmo, capannoni, barconi) impiantadovi feste non autorizzate: che altro non sono che il “precipitato” della spinta alla creazione di una comunità autogestita. Nessun programma, nessun biglietto, nessun dj prezzolato (ma le “tribe”) e nessuna organizzazione sistematica: la chiamata avviene col passaparola, e con l’aiuto di radio pirata (siamo ancora in epoca pre-web) e segreterie telefoniche fantasma.

I sound systems che, dalla Giamaica, hanno fatto tappa nei magazzini abbandonati di Detroit, ora atterrano in Inghilterra, mentre la House Music si fa Techno, e i famigerati “battiti” – pompati oltre misura dai bassi – crescono come una febbre, fino a sfondare agilmente la soglia di 150 al minuto. E le droghe? Ci sono, ovvio: ma – non è poco – guai a portare eroina a un party. E, alla fine del rave, si devono raccogliere i rifiuti e disporli in sacchi: cosa che molti merenderos della domenica manco si sognano. Col tempo, arriva anche il “Tekalogue“, una sorta di “decalogo” molto più umanista e rispettoso della comunità di quello praticato giornalmente negli uffici di gestione fondi: “Rispetta tutti”, “Sei responsabile della tua sicurezza e di quella degli altri”, “Ricorda: Tu sei il party”.

Quando migliaia di persone si radunano in un posto per ballare, per ore e ore, senza interruzione, sotto il martello dei decibel, non tutto può andare liscio: ma, proprio come a Woodstock, alla fine i danni (a persone, e a cose) sono meno del temuto. Le testimonianze, anche dei più critici, sono sorprendenti: “Condanniamo ciò che fanno ma allo stesso tempo possiamo dire che sono educatissimi: ci salutano cordialmente e buttano l’immondizia nei bidoni”; “Nessun gesto violento., ma uno spirito di solidarietà e di fratellanza. Dopo averti urtato per sbaglio, ti fanno una carezza”. E, quando si è spompati dal pompaggio di ritmo e watt, ci si può rifugiare nelle “chillout rooms“, sorta di camere di decompressione dove riposarsi e immergersi in sonorità morbide e rarefatte.

Ma perché, allora, tanto astio da parte delle autorità? La goccia che fa traboccare il vaso è il mega-raduno di Castlemorton (1992), che con le sue dimensioni (da 20.000 a 40.000 persone), la sua spinta anarchia e il disordine vomitato da una massa umana enorme, terrorizza letteralmente l’opinione pubblica. Quelle persone, però, non arrivano a Castlemorton per caso, ma sono spinte lì proprio dalla polizia, che ha appena sgomberato il tradizionale Avon Free Festival, e deviato i devianti strada per strada, fino a quel territorio. E certo che, senza servizi igenici e tendoni, che nei pur spontanei rave non mancano mai, la situazione degenera presto nel lordume e nel rumore. Un bel concorso di colpa, quindi. Ma niente: la gente, timorosa che i rave  da eccezione possano diventare regola (e per di più nel proprio giardino), spinge sul governo: Maggie sghignazza che “Sarà un piacere rendere la vita difficile a queste carovane”, e John Major accende la miccia.

Il progetto di legge – che diverrà esecutivo il 3 Novembre 1994 – mette in campo una serie di misure persecutorie. Le norme “generali” trasformano il diritto al silenzio di un imputato in un segnale da cui dedurre comportamenti criminali, e abrogano il precedente obbligo delle municipalità di fornire siti ad uso di viaggiatori nomadi: così, tanto per mettere le cose in chiaro. E poi veniamo agli articoli più esplicitamente anti-raver: gli assembramenti non autorizzati con più di dieci persone (mammamia: una folla!) sono vietati, si può pretendere lo scioglimento di una carovana con più di 6 automezzi (e se ti opponi il reato è penale), e se sopra ci sono attrezzature per l’allestimento di un party allora arriva il sequestro. E poi il capolavoro: “Fermare la musica interamente o prevalentemente caratterizzata dall’emissione di una successione di battiti ripetitivi: un burocratese delirante che da solo dice molto dell’ottusità con cui è affrontata una questione tanto spinosa.

“Battiti ripetitivi”: un’ossessione, il ritmo, che consuma i censori da sempre. Il ragtime – sì, quello de “La Stangata”, pensate – ai tempi si era beccato l’accusa di “alterare le funzioni nervose” degli ignari ascoltatori a forza di controtempi; cinquant’anni dopo tocca al rock’n’roll e a Elvis, che a forza di pelviche sta evocando desideri inenarrabili; poi, nel ’61, a sconcertare i moralisti sono i fanatici jazz che invadono il Baulieu Jazz Festival: e saranno proprio loro i primi a essere apostrofati “deliranti”, “ravers”. Il catalogo dell’immoralità si estende, negli anni, ai Beat, ai Punk, ai metallari e – ultimi ma non ultimi – proprio ai tifosi dei “battiti ripetitivi”. Contro la palese idiozia dell’articolo di legge, e contro l’approvazione dell’Act, si muovono associazioni, partiti, gente comune e artisti: ma le risposte più esilaranti sono sempre le più originali. Gli Autechre realizzano “Flutter“, un brano con ben 65 tipi di pattern ritmici differenti (e trovali, se sei capace, i “repetitive beats :-)), mentre gli Orbital pubblicano “Criminal Justice Bill?”, un remix con quattro minuti di puro silenzio… Una provocazione degna di un John Cage.

E ora veniamo al vulnus della vicenda: perché, inutile dire balle, la techno-pop non fa per me… Non la detesto, ma nemmeno mi emoziona: e figurati i rave! Se sento un rumore non dormo, non mi sono mai sballato, ho una casa ben piantata in terra, e timbro il cartellino ogni mattina (una vita un po’ grigia, eh!): ma la questione dei “beats” mi fa torcere la pancia e i pensieri. Già, perché dietro l’apparente buon senso del provvedimento di John Major, e del promotore Michael Howard, vedo un preciso attacco: non tanto alla droga e al casino, ma alla cultura rave e a tutto quello che rappresenta, e che soprattutto sta portando a galla: il rancore di chi si sente tagliato fuori.

L’ordine, la sanità, la reciprocità sono diritti di tutti: ma anche quello di cercare spazi vitali, di esprimere una diversità, di volersi emancipare dalla società di massa. Di questo dovrebbe occuparsi un governo, uno stato, una legge: di far sì che nessuno debba sentirsi escluso, e che se vuole cercare altre strade, lo possa fare nel modo più creativo e utile. Ma – e questo è il problema – può farlo aggirando le regole, e soprattutto in barba a questioni di incassi, mercato e royalties?

Davanti a questo, è inevitabile che il “Criminal Justice and Public Order Act” passi: e su questa china fascistoide si accomoderà anche il perbenista Tony Blair, che col suo “Crime and Disorder Act” del ’98 traghetta i “comportamenti antisociali” –  da individuarsi anche con prove “per sentito dire” e da parte di testimoni anonimi – dal civile al penale.

Lo spirito rave, per qualche tempo, si trasferisce nella protesta di “Reclaim the streets, che consiste nell’occupazione di spazi metropolitani, in azioni di disturbo del traffico urbano attuate in bicicletta e nell’organizzazione di street party: cortei danzanti al seguito di sound system mobili. Ma, almeno in Inghilterra, il rave – dopo il ’95, ormai depotenziato – perde in idealità per trasformarsi in moda di massa, fino a confondersi con un concerto qualsiasi, semplicemente più rumoroso, estenuante e caotico: le performance di arte varia a corollario dei rave spariscono, l’abuso di droghe si impenna, fuori da ogni voglia di sperimentazione, le pulsioni collettive prendono il sopravvento sulla voglia di condividere e comunicare, e la logica mercantile sostituisce la gratuità e la gestione collettiva. Come sempre, aggiungo.

Ma torniamo a Torino, al Festival e al film:  qui siamo ancora nel ’94. La pellicola di Welsh usa tutti i trucchi leciti per trascinarci nella nostalgia, in quei momenti magici quando tutto è ancora perfetto, anche se si sa benissimo che la fine incombe: il bianco e nero, che del ricordo e del rimpianto è marca cinematografica per eccellenza; le facce dell’impacciato Johnno, e soprattutto quella, indimenticabile, del fuori di testa Spanner, che sembra un cartone animato; il corollario di sbandati, piccoli delinquenti e famiglie “quietamente disperate”, alla Ken Loach; un po’ di colore e iridescenza, per narrare del primo (e mi sa pure ultimo) sballo di Johnno; e la colonna sonora… Si, quelle canzoni martellanti e ossessive, senza pace, che per formazione e abitudine dovrei aborrire, ma che grazie al film mi trovo a far mie: come la storia di quella generazione perduta, che vive in suburbi degni del Canaro nostrano, dove una madre senza lavoro deve accettare lo stipendio del compagno-poliziotto-picchiatore perché i soldi, signora mia, servono, e se ha menato il figlio… Facciamo finta di non vedere i lividi.

E per un momento dimentico le mie difficoltà di sonno, l’orrore per i rumori, la vita stabile e il “27”, il mutuo e le riunioni di condominio: perché quando una legge – che in alcuni aspetti potrei anche comprendere – è fatta non per amor di giustizia, ma per giudicare i devianti dal sistema; quando un provvedimento non si occupa delle cause ma solo degli effetti, e spara nel mucchio, beh allora la risposta non può essere che una: venite pure a fare casino nel mio cortile.

 

Abbiamo parlato di:

Film:Beats” (2019, UK, 96 min)

Regia: Brian Welsh

Soggetto: “Beats” (Kieran Hurley)

Sceneggiatura: Kieran Hurley, Brian Welsh

Interpreti principaliLorn Macdonald (Spanner), Cristian Ortega (Johnno)

e di:

Original Soundtrack: “Beats” (cd) – Rosetta Productions (2019)

  1. Drug Oriented – Sextant 5.04
  2. Desire – 69 (Carl Craig) 6.29
  3. The Chase – Model 500 (Juan Atkins) 5.44
  4. Dominator – Human Resource 4.57
  5. Anthem – N-Joi 4.09
  6. John Broadwood – Luma 5.16
  7. Optimo – Liquid Liquid 2.44
  8. Spastik -Plastikman 9.17
  9. Song of Life – Leftfield 4.14
  10. Skeng Teng – J.D. Twitch 3.15
  11. Big Fun – Inner City 3.26
  12. Track 4 – Lfo 5.13
  13. Belfast – Orbital 5.19
  14. Stand on the Word – The Joubert Singers 4.42

 

 

3 pensieri riguardo “Only the (b)Rave

  1. Primo rave nel 92, ultimo nel 98… che tempi!
    Anche se, poi, ho capito che ce li hanno lasciati fare per darci una valvola di sfogo… adesso, ai giovani d’oggi, hanno lasciato internet e i socials…

    grazie per questo interessante articolo e per la menzione del film che cercherò sicuramente!

    Piace a 1 persona

  2. Gira che ti rigira siamo sempre dalle stesse parti: facciamogli fare i rave, ma a casa loro!!
    E poi c’era quel tale (FdA, ovvio) che diceva: si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio… sì, qui la situazione è un po’ diversa, ma denuncia lo stesso imborghesimento che vede con fastidio il tentativo del Giovane di essere semplicemente se stesso…

    Piace a 1 persona

    1. Il problema è che, alleato del moralismo, c’è il capitale, che mal tollera l’esistenza di aree utile-free, dove il consumo è (auto)gestito fuori dai circuiti dei soliti noti… Roba già vista col rock’n’roll delle indie, ahimé!

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