Il pop italiano e la censura (parte seconda)

Ciao a tutti. Oggi riprendo e concludo il discorso iniziato in questo post, incentrato sui casi più eclatanti di canzoni e autori sottoposti a censura nell’Italia del Secondo Dopoguerra: in quella circostanza avevo guardato agli esempi in cui il “tema bollente”, che aveva fatto tremare le vene ai polsi dei signori censori, era stato – a seconda dei casi – la religione o il sesso. In questa seconda e ultima puntata metto invece nel mirino le canzoni che, per parlare troppo e male di politica, di guerra o di morale pubblica, si erano trovate con un bel timbro “respinto” sopra.

La guerra, la politica

Nonostante il Fascio se ne sia andato via, anche nel Dopoguerra i governi continuano a sorvegliare molto attentamente la produzione musicale, e – per mano della tv e radio monopolista, la RAI – vietano o tagliano le gambe alle canzoni che osano mettere in dubbio l’Alleanza Atlantica, la coscrizione obbligatoria, il “bel mestiere” della guerra, e la politica e i politici… Ah, che tempi! Per fortuna che oggi invece tutte le opinioni sono egualmente accettate e nessuno osa più fare propaganda bellicista… Stronzi!

  • Come chiunque potrà immaginare, sono gli anni Sessanta quelli in cui l’urlo del pacifismo si fa più forte. Iniziamo col sequestro del disco “Le canzoni del no” (1961) di Maria Monti, tacciato di invitare all’obiezione di coscienza; e continuiamo con “Il coscritto” (1964) di Giorgio Gaber, cronaca di un ragazzo che “riceve la cartolina” e si pone un po’ troppe domande… Canzone che rischia addirittura un’interrogazione parlamentare.
  • Fabrizio De Andrè, agli esordi, firma l’antimilitaristaLa guerra di Piero” (1966), esclusa dalla RAI (e invece trasmessa regolarmente da Radio Vaticana), “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” (1967) in cui l’amico Paolo Villaggio scandalizza i censori chiamando il re “faccia da culo” (versi poi espunti, ovviamente), e in “Bocca di rosa” (’67) ironizza sulla presunta inappuntabilità dell’Arma (“spesso gli sbirri e i Carabinieri al proprio dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme“)… e, anche qui, occorrerà variare le parole.
  • Persino il solare Gianni Morandi, alle prese col singolo “C’era un ragazzo come me che amava i Beatles e i Rolling Stones” (1966), deve accettare un compromesso, sostituendo “Mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong” con la ridicola onomatopeaMi han detto vai nel tatatà e spara ai tatatà”.
  • E di nominare l’anarchia? Non se ne parla nemmeno! Ben lo sanno Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Lino Toffolo, che nel ’64 si trovano inguaiati per aver eseguito in TV “Addio a Lugano“, cronaca di un anarchico costretto dalle autorità a lasciare la Svizzera.
  • La politica, al declinare degli anni di piombo, è letteralmente aggredita e fatta a pezzi dall’acutissimo Giorgio Gaber, che con la torrenzialeIo se fossi Dio” (1982) prende di mira, insulta e attacca tutti, politici compresi: “compagni socialisti gli untuosi democristiani”, i radicali, i giornalisti, e anche le vittime del terrorismo. Canzone tanto feroce e pericolosa che nessun discografico osa pubblicarla: e Gaber la produce in proprio. Questa è protesta, non le cazzate di certi trapper…
  • Appena prima del terremoto di Tangentopoli, tocca a Elio e le Storie Tese dare scandalo: e proprio in diretta tv, durante il Concerto del Primo Maggio del 1991, quando semi-improvvisano un rap che è un attacco in piena regola alla malapolitica romana di allora, con nomi e cognomi…  E infatti, dopo 4 minuti, gli staccano la spina così, senza tante scuse. Il pezzo, allora senza titolo, passerà negli archivi col buffo titolo di “Sabbiature“.
  • E per chiudere il capitolo politica, tiriamo in ballo il sempreverde Maurizio Gasparri, che definisce “una vergogna” la versione gospel dell’Inno di Mameli preparata da Elisa per i Mondiali di Calcio 2002, e di fatto ne impedisce l’utilizzo, per sempre. Sempre acuto e brillante, Maurizio, complimenti.

Morale

Altro tema caldissimo, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, è la morale: non l’etica, che è cosa nobile, ma la morale comune, che tanto sapeva (e sa) di ipocrisia, bigottismo e polvere nascosta sotto il tappeto. Della serie “si fa, ma non si deve dire”.

  • Iniziamo con la canzone che è forse il maggior compendio esistente sulla doppia morale della borghesia e del popolino: “La città vecchia” (1965) di De Andrè. In un noto passo, in cui il “vecchio professore” va a sperperare in un bordello la sua pensione, Faber deve sostituire “quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia quella che di notte stabilisce il prezzo della tua gioia” con la più contenuta (ma, devo dire, egualmente poetica) quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie”.
  • Tocca poi a Francesco Guccini, con “Canzone per un’amica“, imbattersi in una censura assurda: e questo perché evoca l’immagine di un incidente autostradale proprio nel momento in cui i viaggi e le vacanze diventano una moda. “In autostrada non si muore!” tuonò il serioso funzionario dell’epoca!
  • Celeberrima è “Una storia disonesta” di Stefano Rosso (1977): tanti giovani dell’epoca hanno canticchiato “che bello due amici una chitarra e uno spinello” che ovviamente non si poteva dire… almeno nella radio pubblica: ma ci pensano le radio libere a farne una bandiera.
  • E in questa rassegna poteva mai mancare Vasco Rossi? E le ricorrenze sono ben quattro! Colpa d’Alfredo” (1980) incappa nella censura, che trova scorretto il verso “è andata a casa con il negro, la troia“; “Ieri ho sgozzato mio figlio” (’81) deve abbreviarsi, nella stampa dell’album, in “Ieri ho sg. mio figlio” (ah si, che ideona!); “Vado al massimo” (’82) prevede, nella prima stesura, la frase “voglio andare a vedere se come dice il droghiere, laggiù masticano tutti foglie intere”, poi ammorbidita in “…vanno tutti a gonfie vele“; e, infine, in “Bollicine” (’83), “Coca chi non Vespa più e si fa le pere” deve cambiare in “chi non Vespa più e mangia le pere“!

E voilà! Questo è solo un piccolo elenco, ma di casi ce ne sono a iosa… Se ne conoscete altri, scriveteli nei commenti. Alla prossima!

5 pensieri riguardo “Il pop italiano e la censura (parte seconda)

  1. Le correzioni imposte agli Autori sono assolutamente ridicole, ed oltremodo snaturano spesso il senso sella canzone.
    Non è mai bello parlare di censura, ma certamente ci sono argomenti scomodi che vanno ben pesati.
    Io per es. censurerei Tony Effe, che spesso nelle sue “canzoni” manifesta una enorme misoginia, con testi vergognosi in modo assoluto.

    Piace a 1 persona

Se ti va, rispondi, mi farà piacere leggere e rispondere ad un tuo commento, grazie! :-)