Canta che ti passa #8

La musica rende liberi

No, non è un caso che il titolo di questo breve pezzo riecheggi il tetro “Arbeit Macht Frei” affisso sui cancelli di numerosi lager nazisti. Non lo è per un paio di motivi.

Uno, perché sempre più spesso si sente parlare di come “siamo in guerra”, di come “siamo prigionieri” nelle nostre case, di “Piano Marshall”, di “arresti domiciliari” e altre metafore più o meno pertinenti.

Due, perché psicologicamente siamo tutti, chi più chi meno, provati dalla situazione, lontani dai nostri affetti, isolati, e con un domani (sanitario, ma soprattutto economico) che non definirei propriamente “sereno”.

Ma, fra il 1935 e il ’53, ci fu una generazione che dovette DAVVERO affrontare fame, prigionia e isolamento, e in forme – mi permetto di dire – ben più drammatiche di quelle attuali: milioni di persone discriminate, imprigionate e uccise per la loro etnia, per la loro religione, per la loro disabilità o per il loro orientamento sessuale. Fra quegli uomini c’erano, anche, artisti, compositori e musicisti: e alcuni di loro, nel magma emotivo, nella follia collettiva, nella disperazione, iniziarono a scrivere musica. Non per celebrare quel dolore: ma per esorcizzarlo, per dimenticarlo. E, va detto, anche sotto ricatto dei kapò, per allietare le serate danzanti dei Nazi.

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Canta che ti passa #7

Non di soli cd vive l’uomo, ma anche di video musicali. Già ne ho tanti di mio: ma con Youtube la possibilità di scelta e visione si è espansa a dismisura. Con tutto il tempo che ho giocoforza a disposizione, finalmente ho potuto recuperare in rete un video che avevo in Vhs, ma che con i miei amici ho consumato sino allo sgretolamento del nastro: e da lì sono partito per un piccolo viaggio a tema.

  • Deep PurpleParis 1985. Il tour della reunion della gloriosa e insuperata Mark II, quella con Gillan e Glover per intenderci. Dopo una paccata di date in Australia, Nord America e Giappone, i Deep arrivano in Europa: e la data di Parigi (8 Luglio) è ripresa e mandata in onda, in Italia, da Rai3, col running comment di Paolo Zaccagnini. Mi ricordo ancora l’emozione di poter vedere, anche se in tv, quelli che allora erano i miei idoli: senza rete web, senza video storici che girassero in tv, oltre ai dischi e a qualche foto, tutto era fantasia. E la fantasia fu un po’ messa alla prova, in quel Luglio: dopo il buio sul palco, e laser a manetta, parte l’opening per eccellenza, “Highway Star“. Ed eccoli, gli dèi! Mi stupisco di come Paice e Lord abbiano messo su pancia, Glover invece è in forma, rimango folgorato dal Man-in-Black Blackmore, con la sua casacca nera, ma Gillan…? Possibile che… Si sente appena! Canta, si sforza, è paonazzo, ma niente: evidentemente hanno sbagliato i settaggi! Eppure gli altri vanno che è un piacere, la ritmica pompa come un treno, Lord ricama fraseggi e assoli, Ritchie è incredibilmente noisy, veloce e preciso, ma Ian… E no: né con le nuove, ottime, canzoni (“A Gipsy’s Kiss”, “Perfect Strangers”, “Knocking at Your Back Door”), e nemmeno – Oddio! – con le vecchie e gloriose “Strange Kind of Woman” e “Space Truckin'”. Per mesi – perché ho rivisto il concerto decine di volte – mi sono raccontato che non era possibile, doveva essere una ripresa audio fatta male: ma invece… Lo stesso Gillan di “Child in Time” e dei duetti voce-chitarra di “Made in Japan”, era improvvisamente afono. D’altronde aveva 40 anni (si, mi sembravano tantissimi), e glielo potevo perdonare!
  • E, dopo aver recuperato “Parigi”, e essermelo rivisto ovviamente tutto (!), mi sovviene un episodio, e controllo sul Tubo… Dunque, è il 1994, i Deep Mark II, fra nuove liti e clamorose riappacificazioni, sono di nuovo assieme, e si mettono in tour per promuovere il nuovo “The Battle Rages On”. Ma Blackmore è incazzato,e ha da dire su tutto: su Gillan, che mal sopporta, e anche sulle riprese live. Il concerto di Birmingham, immortalato con improvvida scelta di marketing per il DVD “Come Hell or High Water“, mostra una band con i nervi a fior di pelle. Apre, come sempre, “Highway Star”: ma Ritchie non c’è! Gli altri si arrabattano, mandano avanti la canzone ma la chitarra manca: e cazzo se manca. Blackmore è in camerino: e lì resterà sino a quando non gli leveranno dai coglioni il cameraman personale. Alla fine sua maestà è accontentato: accolto da un ironico inchino di Gillan entra sul palco, proprio all’abbrivio del suo solo, ma ancora non gli è passata. Se gli sguardi parlano, allora Ritchie sta per compiere un omicidio: lancia occhiate furenti, attraversa il palco, per la tensione perde per un attimo il tempo, prende un bicchiere d’acqua (e smette di suonare) per lanciarlo a un altro cameraman… E coglie di striscio il povero Gillan. Che, occorre dirlo, manco qui mi entusiasma, è un po’ starnazzante, soprattutto negli acuti (e indossa una mise da mani nei capelli): mentre l’Uomo in Nero è in grado ancora di stracciare chiunque. Che poi abbia un carattere di merda è un altro discorso (tanto che sbatterà la porta, per mollare i colleghi nel bel mezzo del tour). Ma, per come suona, glielo posso ancora perdonare.
  • E, non pago, vado a vedere come sono messi oggi. Se 40 mi sembravano tanti, per una rockstar, ora che gli anni sono 75, cosa mi aspetterà? Trovo facilmente un live dei Deep Purple del 23 Settembre scorso, a Tucson: Jon Lord è morto sette anni fa, Blackmore da quel ’94 non è più tornato a casa, ma si apre sempre con “Highway Star”. Ian ora ha i capelli corti e grigi, si muove con una certa rigidità, e la voce… Beh, è un’illustre assente. Per non parlare del sostituto alla sei corde, Steve Morse: un chitarrista molto tecnico e “americano”, che di anni ne ha 65 circa, ma che non mi muove manco un quark d’emozione. E Ritchie, invece? Come se la caverà? Dopo la sbornia folk-medievale che ne ha occupato la carriera per una ventina d’anni, nel 2019 è tornato al rock con un’ennesima updating dei “suoi” Rainbow: ma i compari d’avventure sono scarsi, e lui ha l’artrosi, i baffi tinti e come chitarrista… Beh, sembra un dilettante: lento, impacciato e chiaramente in difficoltà. Mi fa male al cuore dirlo, ma è imbarazzante. E ora basta: non li perdono più.

Sic transit gloria mundi, dicono quelli bravi. E si potrebbero aprire infiniti discorsi su come il rock non possa fare a meno della fisicità, che il tempo non perdona, ecc. Ma il sentimento dominante è la rabbia, perché – per avidità, vanagloria o stupidità – Ian e Ritchie stanno offendendo i grandissimi che sono stati. Come Totti. E nessuno vorrebbe vedere i propri “Personal Jesus” finire così. Ma alla fine di tutto, della delusione e dello sconcerto, la “nostalgia canaglia” è più forte: riprendo in mano il vecchio vinile “Made in Japan“, che conservo da 35 anni come una reliquia, e lo metto sul piatto. Non mi occorre altro.

 

 

 

 

 

 

 

Canta che ti passa #6

Eccoci qui. Spero stiate tutti bene… Nel bene e nel male è trascorsa un’altra settimana, e di musica sotto i ponti ne è passata di nuovo un bel po’.

E, quindi, ho ascoltato per me (e per voi):

  • Black Rebel Motorcycle Club – “Take Them On, On Your Own“. Ricordate il film “Il Selvaggio”, con Marlon Brando nella parte del biker truce, ma dal cuore d’oro? Bene, la sua combriccola in pelle nera si chiamava proprio così: “Black Rebel Motorcycle Club” (in italiano, la “Banda dei Ribelli Motociclisti”). Un bel nome: e perfetto per quel musicista che sia in cerca di una sigla che evochi ribellione, rock stradaiolo e benzina. Tutta roba che in questo disco (il secondo dei BRMC, da Frisco) c’è, e in abbondanza: ma che, siamo sinceri, per quanto possa pompare e distorcere, alla fine sembra un po’ tutta uguale. Uguale a se stessa, innanzitutto: e poi, dicono i bene informati, uguale a quei Jesus and Mary Chain cui i BRMC sono stati spesso accostati, e da cui attingono a piene mani. Ho fatto un paio di confronti, e in effetti…  Ma non facciamo i rompini: dopo 40 anni di rock, è difficile – se non impossibile – inventare davvero qualcosa. E allora va bene così: anche se sono copioni, I BRMC almeno sanno da chi copiare (Jesus and Mary Chain, ma anche Stones)! I pezzi tirati non mancano  (“Six Barrel Shotgun” e “Rise or Fall” su tutti), ma il meglio, a mio parere, arriva con le più sospese e malate “And I’m Aching” e “Suddenly”: dove l’eco dello shoegaze si fa più forte, e in sintonia con le lente pulsazioni di queste nostre ore.
  • Alice – “Gioielli rubati“. Dunque, la ladra è Alice e il derubato Franco Battiato. Che proprio in quegli anni (prima metà degli Ottanta) sta spaccando il culo a tutti, col suo pop mistico-colto-elettronico. E la signora Carla Bissi, che col siculo Franco intrattiene da tempo un rapporto di rispetto e amicizia, prende i brani più intriganti del suo repertorio, e li rilegge assieme all’eclettico pianista Roberto Cacciapaglia. Il risultato conferma Alice come una delle interpreti più interessanti e complete del Belpaese: un po’ scostante, è vero, con quell’aria altera e algida che si porta addosso, e con quel timbro distante e sensuale… Ma resta, ed è, una grande (oltre che una bella donna). Nella raccolta brillano particolarmente “Gli uccelli”, “Summer on a solitary beach”, “Le aquile” e una “Prospettiva Nevski” tanto indovinata da superare, e di una buona incollatura, l’originale. L’album vince il Premio Tenco, si piazza bene in Svizzera e Austria, e contiene una chicca: “Luna indiana“, uno strumentale di Battiato qui arricchito da un testo, scritto per l’occasione da Francesco Messina. E in questi giorni, dalla finestra, si vedono più uccelli che persone: “Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometria esistenziale“… Che belli sono: e volano.
  • U2 – “Wide Awake in America“. Un mini cd (anzi, un EP): quattro pezzi, due live, e due in studio, concepiti nel periodo d’oro della band irlandese. I brani sono tutti, più o meno, noti: “Bad” e “A Sort of Homecoming” vengono direttamente da “The Unforgottable Fire” (e sono qui presi da due concerti distinti, a Birmingham e a Londra), mentre “The Three Sunrise” e “Love Comes Tumbling” erano state precedentemente inserite in un maxi-singolo disponibile per il solo mercato anglo-irlandese. Ma è sempre un gran bel sentire: Larry e Adam, col loro incedere marziale e oscuro, il tagliente The Edge, col suo arsenale di pedali ed effetti, e Don Bono Vox da Dublino, il conduttore della Messa cantata. Il titolo dell’EP deriva dal chorus di “Bad” (“Wide awake / I’m wide awake / I’m not sleeping”)… Ma sono altre parole a risuonare più forte, oggi, nel mio cuore: e le dedico a me, e a tutti noi.

 

 

This desperation, dislocation, separation, condemnation, revelation, in temptation,

let it go and so to find a way”

Across the fields of mourning to a light that’s in the distance oh, don’t sorrow, no don’t weep,

for tonight at last I am coming home… I am coming home”

 

Abbiamo parlato di:

Black Rebel Motorcycle Club – “Take Them On, On Your Own” (Virgin Records, 2003)

Alice – “Gioielli rubati” (EMI, 1985)

U2 – “Wide Awake in America” (Island Records, 1985)

Canta che ti passa #5

E , come sempre, musica e cd: quelli meno ascoltati in assoluto, quelli duplicati (ebbene sì) in barba al diritto d’autore (ma spesso, occorre dirlo, anche introvabili per via ordinaria), e quelli ascoltati pochissime volte. “Se la vita ti dà arance, fatti un’aranciata”, diceva non so chi: facciamoci allora questa spremuta di note. Continua a leggere “Canta che ti passa #5”

Canta che ti passa #4

Vedi come passa il tempo? Siamo già al quarto appuntamento, e manco ce ne siamo resi conto! (più o meno…). Ma bando alle ciance, che i cd spolverati e messi nel lettore si accumulano: e ogni tanto spunta qualcosa di mai sentito, o che mi pare tale. Dunque, in questa tornata vi parlerò di oggetti un po’ particolari: Continua a leggere “Canta che ti passa #4”

Canta che ti passa #3

Siamo tutti qui, e tutti insieme vogliam vedere… (i più vecchi sapranno per certo come continua la tiritera!)

Dunque, altri 2 giorni sono passati, e molte canzoni anche… Vediamo un po’ come è andata.

  • Lucio Dalla – “Q Disc“. Questo oggetto si inserisce a pieno titolo nel suo momento storico per un paio di motivi: 1) E’, fin dalla troppo simile copertina, una sorta di appendice al tritaclassifiche “Dalla” del 1980 (con l’avvento del più capace cd, questi 4 pezzi sarebbero potuti stare agevolmente nella scaletta dell’album); 2) E’ un Q-disc, una specie di Extended Play a 12 pollici, con quattro pezzi, e che “gira” a 33 giri, e che in quegli anni è facile trovare nelle rastrelliere dei negozi. Veniamo ora alle canzoni: si inizia con “Telefonami fra vent’anni”, una specie di supplemento scanzonato della recentissima “Futura”, si prosegue col blues esistenziale di “Madonna disperazione”, con la ritmata e biografica “Ciao a te”, e si termina con la rivisitazione jazz (ma “alla Lucio”, con clarinetto e scat) del classico “You’ve Got a Friend”. Un prodotto che si ascolta in poco più di una ventina di minuti: e che contiene un masterpiece assoluto come “Madonna disperazione” (ma nessuno che ne faccia una cover???), e che segna in modo indelebile il passaggio fra il “grande Dalla” (quello che va dal ’73 all’81) e il resto… Da “1983” in poi, Lucio scivola inesorabilmente verso un pop un po’ esangue e facilone, con pochi guizzi annegati in una marea di “Attenti al lupo” e simili. Ma qua siamo ancora in alto: da riscoprire.
  • David Gilmour & Friends – “A Momentary Lapse of Reason“. Beh, per essere il terzo disco solista di David non è male: il singolo “Learning to Fly” è arioso e leggero come dev’essere chi impara a volare, “One the Turning Away” sembra aver le carte in regola per proporsi come la nuova “Wish You Were Here” (testo a parte…), “Terminal Frost” è un bello strumentale con assolone incorporato, la conclusiva “Sorrow” è cupa il giusto… Bravo Davide! Ah, ma non è un disco di Gilmour, ma dei Pink Floyd? Caspita, a leggere i credits chi l’avrebbe mai detto? Bob Ezrin, Anthony Moore, John Carin, Phil Manzanera (ex Roxy Music), Pat Leonard: Gilmour evidentemente da solo non ce la fa… E i testi: soft, generici e ideologicamente tanto timidi da suscitare il ribrezzo dell’illustre fuoriuscito, il carissimo Rogerone nostro. Perché questo sarebbe l’album del ritorno dei Floyd post-Waters: ma, come subdolamente suggerivo, sembra solo e davvero il terzo di David. Il working title del disco (“Signs of Life”) fu abbandonato perché si sarebbe prestato a facili ironie: ma anche “Una momentanea perdita di raziocinio” non è male, per indicare un disco che ha tanti, ma tanti, ma tanti buchi, e che sembra più uno svarione che un progetto artistico.
  • The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column“. Eh, la meticolosità: non dico internet, che nell’80 non c’era, ma anche un’occhiata a un’enciclopedia avrebbe evidenziato che l’anarchico e rivoluzionario spagnolo da cui la band ha preso ispirazione si chiamava Buenaventura Durruti, e non Durutti! Ma pazienza… In fondo – con una o due “t” – il progetto fondato dal chitarrista inglese Vini Reilly funziona alla grande: una musica minimalista, principalmente strumentale, fra echi jazz, folk e classici. Piccoli acquerelli delicati e impressionistici, ma non esangui: scale “non rock” come le armoniche minori, sonorità ambientali, rimandi alla frippetronics di Robert Fripp: tutto si mischia e si intreccia in questa specie di musica da camera spartana, che tanto amata fu da Brian Eno (e ci credo) e anche da John Frusciante (e questa è una sorpresa). Dieci-tracce-dieci liquide e vellutate, e che ben possono dare colore e respiro al silenzio un po’ greve di queste giornate: cosa che non si può dire della abrasiva copertina originale, realizzata con una carta vetrata color sabbia.

Un abbraccio (virtuale) a tutti!

Abbiamo parlato di:

Lucio Dalla – “Q Disc” (RCA, 1981)

Pink Floyd – “A Momentary Lapse of Reason” (EMI, 1987)

The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column” (Factory, 1980)