Rhiannon Giddens + Francesco Turrisi – Live al Folk Club, Torino, 17/01/2020

Si dolce รจ’l tormento

Uno dei concerti piรน belli che abbia mai visto. E potremmo anche finirla qui. Ma invece no, se no un blog che ci sta a fare? Certo รจ che i ricordi di questa serata, da subito, si sono fatti a un tempo lucidi e netti come un lama di coltello, e appannati e indefiniti come un sogno… E, alla fine, mi sono trovato sulla faccia il sorriso di De Niro-“Noodles”ย  nell’ultima inquadratura di “Once Upon a Time in America”: non si attraversa un concerto come questo senza uscirne in qualche modo trasformati.

Perchรฉ, nel minuscolo covo sotterraneo del Folk Club di Torino, venerdรฌ scorso c’era una creatura che veniva da un altro mondo: e una creatura che un mese fa manco sapevo esistesse – sรฌ, mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa – e che ho scoperto grazie a un biglietto d’ingresso ricevuto in regalo per Natale.

Su Wikipedia e sul web trovate tutto quello che volete, su Rhiannon Giddens: che รจ una nativa americana di 43 anni del North Carolina, dal sangue shakerato con abbondanti dosi afroamericane ed europee; che suona alla grande il banjo Minstrel (una fedele riproduzione del 1853) e il fiddle (il violino campestre americano); che ha iniziato la carriera in band di Old Time Music; che canta qualunque cosa (opera, blues, soul, jazz e canti di piantagione) con la stessa autoritaria emozione; che la si puรฒ incontrare sulla BBC a duettare con Tom Jones, sul palco di un Barn Dance di Nashville, e come guest star di un serial televisivo; che ha avuto 5 nomination ai Grammy Awards, vincendone uno, e si รจ aggiudicata una decina di premi nazionali; che รจ una studiosa di musica afroamericana dell’Ottocento e del primo Novecento, e della storia dello schiavismo; che รจ il quarto musicista di sempre a suonare sia al Newport Folk Festival che al Newport Jazz; e che รจ una bella ragazza, ora “in love” col suo nuovo compagno di avventure musicali, il “nostro” Francesco Turrisi… Manco lui uno qualunque, visto che ha studiato piano jazz e musica antica al Conservatorio Reale de L’Aja, suona come un diavolo fisarmonica, pianoforte e qualunque tipo di percussione a cornice, si interessa alle musiche mediterranee e mediorientali e, da un paio d’anni, scrive, incideย e performa con Rhiannon.

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A Christmas Gift for You from Phil Spector

Un regalo per voi

Tutti (?) sanno che la compilation natalizia piรน venduta di tutti i tempi รจ – almeno negli States – “Elvis’ Christmas Album“, pubblicato nell’Ottobre del ’57: disco che si stima abbia piazzato oltre 20 milioni di copie, staccando di brutto tutti gli altri (giusto per la cronaca: al secondo posto c’รจ “Miracles: The Holiday Album” di Kenny G, 1994, con 7 milioni, e al terzo “The Christmas Song” di Nat King Cole, 1963, con 6 milioni)… Ma poichรฉ la conoscete tutti (?) non ne parliamo, per concentrarci invece su un oggetto meno famoso, ma decisamente piรน interessante.

E’ il 1963, e il geniale producer Phil Spector รจ reduce da un biennio d’oro: a fine ’61 ha fondato la Philles Records, e ha reclutato il gruppo femminile delle Crystals, che con “He’s a Rebel” gli ha regalato un bel primo posto. Con le Ronettes va ancora meglio: “Be My Baby” (sรฌ, quella di “Dirty Dancing”) รจ un hit fenomenale, e lancia il gruppo – e la leader Ronnie Spector, che nel frattempo ha sposato Phil – nell’olimpo del pop made in USA. A fine anno Spector decide di affrontare uno dei classici della discografia americana – le raccolte di carols natalizie – sicuro di uscirne vincitore: recluta tutti i cavalli di razza della sua scuderia – le Ronettes. le Crystals, il trio Bob B. Soxx & the Blue Jeans e Darlene Loveย (che proprio ai Blue Jeans e ale Crystals fornisce la voce piรน originale) – e si mette al lavoro.

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Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 2

(continua dalla prima parte)

Ma, oltre che un disco, un concerto e un film, TW รจ una narrazione: e una narrazione complessa, ardita, con ampi tratti di meta-qualcosa. Il flusso sonoro รจ punteggiato di “vocine” e “a parte” che giocano coi pensieri del protagonista, smentiscono le sue speranze o ne anticipano il destino, al pari di un narratore onnisciente. E gli incubi si materializzano, nel concerto, con i pupazzi che invadono la scena e minacciano Waters-Pink, mentre il gran demiurgo apre lo spettacolo con quattro musicisti che SEMBRANO i Pink, ma NON SONO i Pink: quattro figuri in nazi-uniforme che indossano maschereย di gomma con le fattezze dei Floyd. Una “surrogate band” che, al secondo pezzo, cede il posto a David, Roger & co. per poi riemergere brutalmente nel pre-finale, la parte dedicata al delirio di potenza di Pink (“In the Flesh”, “Waiting for the Worms”). Una costruzione metanarrativa, quindi, che usa un concerto-massa per criticare proprio il concerto-massa e la divinizzazione fascista della star.

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Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1

Uno sputo nel buio

Quarant’anni fa, il 30 Novembre 1979, usciva “The Wall” dei Pink Floyd: il disco. Precisazione non superflua, perchรฉ “The Wall” (che per brevitร  chiameremo TW) รจ un oggetto a piรน strati: c’รจ il disco (con tutte le sue demo, gli outtakes, i pentimenti, gli scarti e le variazioni in corso d’opera), c’รจ lo show (una serie di 31 concerti, allestiti come uno spettacolo teatrale), c’รจ una sceneggiatura, e c’รจ un film (1982, per la regia di Alan Parker).

Ma non finisce mica qui. Perchรฉ c’รจ un prima-ancora-prima, e un dopo-ancora-dopo. E, come si deve a un’opera cosรฌ complessa, non sarรฒ breve: per agevolare la letturaย splittoย il tutto inย due parti, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Continua a leggere “Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1″

Neil Young – “Weld” / “Arc”

Logan-Young

Basta cercare in rete, e tutti a dire “Eh sรฌ: Neil Young รจ il padrino del Grunge“. Ma di frasi fatte, come “Venezia รจ bella ma non so se ci vivrei” o “Una volta qui era tutta campagna” ne abbiamo tutti un po’ piene le tasche: meglio, allora, andare alla fonte e verificare se. I riferimenti younghiani che di solito si fanno per stabilire questa equivalenza sono essenzialmente tre: in ordine di tempo, “Rust Never Sleep” (1979), “Freedom” (’89), “Ragged Glory” (’91). Oltre, ovviamente, al quasi contemporaneo live “Weld“, che si abbevera proprio ai rumori e alle canzoni del “Ragged Glory” tour.

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Le dimensioni contano

Si lo so, vado sempre un po’ lungo… Me ne sono accorto, e me l’hanno anche fatto notare.

Perciรฒ, provo a essere piรน sintetico, e vediamo l’effetto che fa.

 

Pink Floyd – “Obscured by Clouds“: non se lo caga nessuno, ma c’รจ “Free Four”.

Afterhours – “Folfiri o folfox“: che poi sarebbero due protocolli antitumorali: ma il mio oncologo non lo sa… Dovrei preoccuparmi?

Mike Oldfield – “Tubular Bells“: che poi l’hanno usata nell’Esorcista.

Laurie Anderson – “Big Science“: quello di “O…o…o… Superman”. E’ musica d’avanguardia, e non posso dirne male se no sembro ignorante.

Beach Boys – “Pet Sounds“: il capolavoro, da ascoltare con le cuffie… Ma non le ho.

Deep Purple – “Made in Japan“: che live! Ma che coglioni “The Mule” (che poi, detta cosรฌ, sembra alludere al salume di Norcia).

Blue Oyster Cult – “E.T. Live“: quando compri un disco perchรจ Stephen King ha usato il titolo di una canzone in “L’ombra dello scorpione”.

Clash – “Sandinista!“: da avere anche solo per fare dispetto a Maggie.

Giorgio Conte – “Concerto“: si, รจ “il fratello del piรน famoso Paolo”.

Paolo Conte – “Paris Milonga“: si, รจ il fratello del meno famoso Giorgio, e ha scritto pure “Azzurro”.

Cramps – “Songs the Lord Taught Us“: ma chi รจ il dio che vi insegnato queste canzoni, il “Funesto Demiurgo” di Cioran?

Red Hot Chili Peppers – “Blood Sugar Sex Magic“: “Give It Away” fatta dai Simpson รจ uno sballo.

Creedence Clearwater Revival – “Cosmo’s Factory“: quando la copertina e il contenuto sono di bellezza inversamente proporzionale.

Throbbing Gristle – “The Second Annual Report“: mica male chiamarsi “Erezione Fulminante”.

 

Simple Minds – “New Gold Dream (81-82-83-84)“: non lo sopporto, non lo sopporto, non lo sopporto.

La Locanda delle Fate – “Forse le lucciole non si amano piรน…“: erano di Asti.

Eric Clapton – “Behind the Sun“: รจ un disco di Clapton, ma fa cagare.

Bob Dylan – “Blonde on Blonde“: รจ un doppio.

Led Zeppelin – “IV“: quello di “Stairway to Heaven”.

Skiantos – “Mono Tono“: siamo un pubblico di merda, come dargli torto?

Killing Joke – “Killing Joke“: ma non era un fumetto sul Joker e Batman?

Yngwie Malmsteen – “Rising Force“: ah, com’รจ veloce Malmsteen; ah, che tecnica ha Malmsteen; ah, come annoia Malmsteen…

Iron Maiden – “The Final Frontier“: magari la fosse stata, l’ultima frontiera…

Butthole Surfers – “Locust abortion technician“: un nome da Oscar.

Claudio Lolli – “Ho visto anche degli zingari felici“: anche.

Beatles – “The Beatles (White Album)“: capolavoro, MA c’รจ “Ob-la-di Ob-la-da”…

Nirvana – “Nevermind“: davvero non importava? Oppure importava troppo, Kurt.

John Lennon – “Double Fantasy“: subito dopo, lo hanno sparato.

Pavlov’s Dog – “Pampered Menial“: non so, ma se sento un campanello la salivazione aumenta…

Police – “Zenyatta Mondatta“: che Elio con “Figgatta de Blanc” ha fatto fin meglio.

Queen – “News of the World“: รจ quello con “We Are the Champions”.

Jeff Buckley – “Grace“: ma su 10 canzoni un genio ne scrive da solo solamente tre?

Vasco Rossi – “Va bene, va bene cosรฌ“: ecco, visto che andava bene, a fermarsi forse…

Sex Pistols – “Never Mind the Bollocks“: che poi vorrebbe dire “Lascia perdere le cazzate”.

Mark Eitzelย – “Caught in a Trap…“: Mark CHIII???

Velvet Underground – “Velvet Underground & Nico“: c’รจ la banana di Warhol, e qualcuno sentenzia sempre: “vendette poche copie ma ognuno degli acquirenti fondรฒ una band”.

The Residents – “Commercial Album“: ci sono 40 pezzi.

Zen Circus – “Andate tutti affanculo“: lapidariamente sinceri e condivisibili.