Io non so parlar di musica #37 – Giuni Russo – “L’addio”

Ciao a tutti. Estate, estate calda, che non finisce… E subito (almeno a quelli un po’ attempati come me) vengono in mente i jukebox e le canzoni estive dei tempi che furono: i Righeira, Scialpi, il Gruppo Italiano… e Giuni Russo, ovviamente, con le sue popolarissime “Un’estate al mare” e “Alghero”.

Ma oggi, per la rubrica “Io non so parlar di musica“, pensando alla meravigliosa e sfortunata Giuni (al secolo Giuseppa Romeo), vi propongo un altro brano: “L’addio”. Canzone stupenda, che mi commuove sempre: mi colpisce la dolcezza con cui inizia, quasi in punta di piedi, a raccontare la sua storia, e il modo in cui poi descrive quegli attimi sospesi in cui, assieme alla persona amata, guarda le rondini sfrecciare in alto; mi prende allo stomaco quando, nel ritornello (“…che lascia andare via…”), piazza improvvisamente la sua voce lassù, con quella facilità disarmante che solo i fuoriclasse hanno; e mi fa venire i brividi nel finale, quando esplode, quasi senza sforzo, in una serie di impressionanti sovracuti da “Regina della Notte” di mozartiana memoria.

Cazzo, che canzone. Scritta da Battiato, con la collaborazione della scrittrice Ippolita Avalli (pseudonimo di Vera Ciossani) e del musicista Mino Di Martino, rievoca una separazione sentimentale vissuta come una prigionia: l’‘eroina’, costretta a stare in casa e separata dal proprio amore, in una situazione che ricorda certi costumi sociali del Sud Italia: condivide con l’amato un tempo fatto di piccoli rituali quotidiani, ma osservato da una posizione di reclusione. E la rottura, inevitabile forse, dove l’orgoglio ha vinto su tutto. Una storia che si svolge alla fine dell’estate: un’estate siciliana pigra, immobile e spietata.

Una di quelle canzoni perfette, insomma: melodia, voce, testo fusi mirabilmente in una cosa sola. Ma ora, come sempre: bando alle ciance, e la parola vada alla musica!

Giuni Russo – “L’addio

Con la fine dell’estate, come in un romanzo
l’eroina visse veramente prigioniera.
Con te dietro la finestra guardavamole rondini sfrecciare in alto in verticale,ogni tanto un aquilone nell’aria curva dava obliquità a quel tempoche lascia andare via, che lascia andare viagli idrogeni nel mare dell’oblio.
Da una crepa sulla porta ti spiavo nella stanzaUn profumo invase l’anima,e una luce prese posto sulla cima delle palme.
Con te dietro la finestra guardavamole rondini sfrecciare in alto in verticale,lungo strade di campagna stavamo bene,per orgoglio non dovevilasciarmi andare via, lasciarmi andare via.
Ogni tanto un aquilone nell’aria curva dava obliquità a quel tempoche lascia andare via, che lascia andare viagli idrogeni nel mare dell’oblio.
Quando me ne andai di casa finsi un’allegria ridicolaDei ragazzi uscivano da scuoladietro alla stazione, sopra una corriera: l‘addio

Tratto da “Energie” (1981)

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