Dalla rabbia all’abbraccio: i Deep Purple, fra battibecchi e artrosi

Ciao a tutti. Nostalgia canaglia, dicevano quei due… E nostalgia canaglia per me, che per quanto cerchi di fare il moderno, continuo a stracciarmi occhi e orecchie in filmati e tracce sonore dei musicisti che, adolescente, mi hanno accompagnato alla scoperta del mondo del rock. Cose che magari per molti non significheranno nulla: ma non è sempre così, quando apriamo il cuore per descrivere ad altri un qualcosa di profondamente “nostro”? Una cosa che ci ha fatto – e ci fa – battere il cuore a mille, che ci fa sognare, ci fa trascorrere ore, e ci trascina in ricordi: e che a un altro, legittimamente, non farà né caldo né freddo. Ma questo è il mio blog: e quindi, ora si parlerà di star decotte, di liti, artrosi, orgoglio e pentimenti. Di Deep Purple, insomma!

I Deep Purple sono stati fra i miei primissimi amori: un amore di quelli feroci, devoti, ossessivi… Una band fantastica, rovente, fatta di cinque fuoriclasse degli strumenti e della voce: ma in cui le primedonne sono senza dubbio Ian Gillan, il cantante “storico”, una delle ugole più calde e, assieme, acute del giro; e “the man in black” Ritchie Blackmore, il chitarrista per antonomasia, dio della sei corde “senza se e ma”, capace di assolo memorabili e di riff nervosi ed epici. Ma – e qui entriamo nel vivo del discorso – due star capricciose all’ennesima potenza: Gillan, apparentemente pacioso ma non certo uno stilita in cerca di ascesi mistica; e Blackmore, bizzoso, tronfio, geniale e dittatoriale.

La loro accoppiata ha regalato a tutti gli appassionati momenti di goduria inenarrabile. Ma la loro rivalità – fatta di liti, diktat artistici, guerra permanente, addii clamorosi e rientri da prima pagina – ha dettato, nel bene e nel male, la storia dei Deep Purple. Parabola culminata nell’addio definitivo di Blackmore, nel 1993: proprio nel mezzo di un tour, sbatté la porta e lasciò i quattro compagni in braghe di tela. Da allora, mentre Ian Gillan continuava a tenere in piedi un sempre meno limpido progetto Deep Purple (oggi arrivato alla sua nona incarnazione), The man in Black ha fondato un gruppo di musica folk-medievale, non disdegnando iniziative collaterali a impronta rock…

E, fra dischi, concerti, capelli grigi e lutti, passano 23 anni, e nel 2016 i Deep Purple (per la cronaca: dei 5 musicisti della mitica MKII ne sono rimasti 3) sono ammessi alla Rock and Roll Hall of Fame: ma Blackmore (e chi se no?) non si presenta. Rifiuta perché la formazione allora in attività non intende accoglierlo sul palco: e, per Sua Maestà, presenziare ma non suonare sarebbe un affronto di quelli giganteschi. E dagliene torto! Grunt…

La Terra fa intanto altri dieci giri attorno al Sole, e arriviamo al 12 agosto 2026. Al “Northwell at Jones Beach Theater” di Wantagh, Long Island, durante un concerto dei Deep Purple, succede l’incredibile: Blackmore compare a sorpresa nell’ultima parte dello show, suonando “Smoke on the Water” assieme ai suoi ex compagni. L’iniziativa, a quanto raccontato da Blackmore, è partita da lui, il giorno prima: “Pensai: visto che abito in zona, sarebbe bello per i fan se salissi per una canzone, probabilmente ‘Smoke’, e mostrassi semplicemente che non ci odiamo”.

Chiunque abbia visto qualche recente filmato dei miei beniamini si è potuto rendere conto di come il tempo non abbia perdonato nessuno: Gillan, sul palco, si muove a scatti, e quella voce che spaccava i bicchieri è solo un bel ricordo; Blackmore ha l’artrosi, i baffi tinti e come chitarrista… Lento, impacciato e chiaramente in difficoltà. Il video di questa inaspettata mini-reunion è tutt’altro che confortante, soprattutto se negli occhi e nelle orecchie si hanno i Deep Purple degli anni Settanta…

Ma non ci sono solo orecchie e occhi: anche il cuore vuole la sua parte. E allora chi se ne frega se Ritchie suona a dieci all’ora, o se Gillan starnazza. Non è questo il senso della breve performance di Long Island: e se qualcuno lo pensa, vuol dire che ha capito un cazzo. Ma, se un minimo di ragionamento e di buon senso non bastano, dei protagonisti almeno ci fidiamo? Ecco cosa dichiarano:

Gillan ha chiuso la serata in questo modo: “È stato un piacere assoluto riavere sul palco il membro fondatore, la grande leggenda, l’immortale Ritchie Blackmore. Ha significato molto per tante persone; non ultimo per me. Ci vediamo al bar!

E Blackmore, nel post concerto, è stato chiarissimo: “Non ero lì per suonare le note giuste: ero lì per vedere vecchi amici. Non li vedevo da quarant’anni e stiamo tutti invecchiando. Penso che ci siamo resi conto che poteva essere l’ultima volta che ci vediamo, forse.” E poi la frase più bella: “Ero lì per sanare eventuali ferite — ma non c’erano ferite“.

Poi ci si può credere o no… Ma non vedo perché farsi troppe domande. La vecchiaia appiana molte cose: me ne accorgo già io, che vecchio non sono, ma che vedo come la prospettiva riduca gli affronti di trent’anni fa a banali scaramucce, le passioni che sembravano divorarmi a una calda carezza, e come tutto sembri meno drammatico di cosa pensavo un tempo. “La vita è un brivido che vola via“, si sa: e non ha senso perdere tempo ed energie in lotte di potere e di ego che potevano avere motivo (forse) a vent’anni, ma che a un certo punto non servono proprio a nessuno e a nulla.

Non sono stupidi, i miei eroi: sciocchi, vanesi, egotici e anche un po’ merde, di sicuro. Ma non stupidi. Anche loro, guardandosi allo specchio, alzandosi con fatica dal letto, o vedendo le dita inciampare sulla tastiera, avranno ben capito il senso dietro a tutto. Blackmore ha 81 anni, è pieno d’artrosi e di gotta, tre anni fa ha avuto un infarto, e per suonare una sola canzone si è imbottito di farmaci: cosa possiamo pretendere?

Il mio rispetto per loro non deriva certo da quei cinque minuti di Long Island: ma dall’amore che ho dato loro da ragazzo, e dalle emozioni che mi hanno in cambio regalato. La scelta di suonare assieme ancora una volta, almeno per me, non ha il sapore di un gesto buono per un meme Instagram: ma è la presa di coscienza (tardiva quanto si vuole) del senso della vita. I loro litigi non sono certo stati cancellati, e non possono esserlo: ma Ian e Ritchie hanno scelto di non permettere che quei dissidi fossero l’ultima parola sulla loro storia comune. Un po’ di saggezza, insomma!

Certo, la vicenda dei Deep Purple è ormai tutta coniugata al passato: quella che conta, almeno. E chi li ha amati non potrà far finta che, accanto alle glorie, non ci siano le magagne. Ed è questo il bello… Proprio come per un nostro caro. Di nostro padre sappiamo quel che ha fatto, e non tutto sarà stato splendido: alla fine vedremo anche le sue rughe, gli errori, i pannoloni, gli scatti d’ira e i vuoti di memoria. Ci faranno un male cane. Ma lo ameremo sempre.

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