Io non so parlar di musica #34 – With God on Our Side

Ciao a tutti. L’altro giorno ho visto – come gran parte di voi – una fotografia per me sconcertante: Trump, nello Studio Ovale, circondato da membri delle varie chiese “evangeliche” statunitensi, che pregavano per il successo della guerra in Iran. Subito mi è schizzata la pressione: anche se, purtroppo, è una scena già vista. Quella di chiamare in causa il proprio dio perché assicuri la vittoria in campo è una (pessima) abitudine che l’uomo ha da sempre. Certo, questo non diminuisce di un millimetro lo sdegno che sento di fronte a questa notizia: e, anzi, mi dà maggiore tristezza, nel constatare come l’uomo sia sempre la stessa sporca bestia che era diecimila anni fa.

E così vi propongo questo vecchio brano di Bob Dylan, intitolato significativamente “With God on Our Side“, “Con Dio dalla nostra parte”: una ballata folk di sette minuti che a qualcuno potrà sembrare anche una lagna, nella sua ripetitiva essenzialità (ehi, è folk di protesta anni Sessanta: mica Taylor Switf!). Ma che nel testo, e nel lento incedere, appoggiata solamente alla chitarra, all’armonica e alla voce di Dylan, rappresenta uno dei più riusciti atti di accusa contro chi – da sempre – nasconde le proprie turpi intenzioni dietro il paravento di Dio.

Come dico spesso, in campo spirituale sono un non-allineato: ma il “mio Dio”, chiunque sia, è sicuramente il dio della pace, e non certo quello degli eserciti.

Fuck you, Mr.President.

Bob Dylan – “With God on Our Side

“Il mio nome non conta niente e la mia età ancor meno
Il paese dal quale vengo è chiamato Midwest:
sono cresciuto lì e mi hanno insegnato a obbedire alle leggi.
E che il paese in cui vivo ha Dio dalla sua parte.

I libri di storia lo dicono, e lo dicono così bene
La cavalleria caricava e gli indiani cadevano,
la cavalleria caricava e gli indiani morivano:
Ma il paese era giovane, con Dio dalla sua parte.

La Guerra Ispano-americana ha fatto il suo tempo,
e anche la Guerra Civile è stata presto dimenticata
E i nomi degli eroi li ho imparati a memoria
con i fucili nelle loro mani, e Dio dalla loro parte.

La Prima Guerra Mondiale è iniziata e finita
La ragione per cui combattere non l’ho mai capita,
ma ho imparato ad accettarla con orgoglio:
perché non conti i morti, quando hai Dio dalla tua parte.

Quando la Seconda Guerra Mondiale finì
noi perdonammo i tedeschi e ne diventammo amici:
anche se ne hanno ammazzato 6 milioni, bruciandoli nei forni,
anche i tedeschi adesso hanno Dio dalla loro parte.

Ho imparato ad odiare i russi nel corso della mia vita
Se un’altra guerra comincerà saranno loro da combattere
da odiare e da temere, per correre e nasconderci,
e accettare tutto coraggiosamente con Dio dalla nostra parte.

Ma adesso abbiamo armi chimiche 
e se saremo costretti a fare fuoco, fuoco dovremo fare:
uno premerà il bottone e farà saltare il mondo intero
E non devi mai fare domande quando Dio è dalla tua parte.

Per molte ore oscure ho pensato a questo:
che Gesù Cristo fu tradito da un bacio.
Ma io non posso pensare per voi, solo voi dovete decidere
se Giuda Iscariota aveva Dio dalla sua parte.

Adesso devo andarmene, ho una stanchezza infernale,
la confusione che provo non c’è lingua che possa descriverla
Le parole riempiono la mia testa e cadono sul pavimento.
Se Dio è dalla nostra parte fermerà la prossima guerra”

Tratto da “The Times They Are A-Changin’  (1964)

Io non so parlar di musica #33 – The Fletcher Memorial Home

Ciao a tutti. Per la rubrica “Io non so parlar di musica” oggi mi sento obbligato a chiamare in causa i Pink Floyd di “The Final Cut“: già poche settimane fa, nel post “Leva le tue sporche mani dalla mia terra“, ero ricorso alle poche, brucianti parole di una loro canzone per accompagnare le mie stringate riflessioni sulla questione Venezuela/Trump… E ora, con una situazione internazionale in caduta libera, e che non può lasciare tranquillo nessuno, sono tornato lì… A quel disco, dolente e pessimista, che Roger Waters “impone” ai compagni, per dire la sua sui venti di guerra che si respiravano nel Regno Unito di quegli anni, investito in pieno dalla Guerra delle Falkland: un album, come già dissi, sofferto e cupo, ma grondante una forza polemica e una rabbia che è impossibile non percepire. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #33 – The Fletcher Memorial Home”

Leva le tue sporche mani dalla mia terra

Ciao a tutti. Il titolo di questo post dice già, se non tutto, molto. Inutile girarci attorno: sappiamo tutti cosa è successo nelle prime giornate di questo nuovo anno a livello mondiale; e se il buongiorno si vede dal mattino, il 2026 si presenta proprio male.

I padroni del mondo ormai non hanno più nemmeno una parvenza di pudore nell’accaparrarsi terre, popoli e sovranità: e il diritto del più forte – che da sempre domina la nostra storia – in questo momento pare non incontrare nessuna opposizione. Basta con l’etica, gli accordi, le trattative, o anche semplicemente il buon senso: chi può, prende. Semplicemente perché – come un bullo di quartiere – è più forte. Chi avrebbe – se non la forza, almeno il ruolo – di dire la cosa giusta, si spende invece in compiacenti recite da guitto di terza categoria. E i dazi (che qualcuno, qui, ha dichiarato essere anche un’opportunità), alla fine, sono pure il meno-peggio.

Di fronte ai gravi avvenimenti internazionali degli ultimi anni, iniziati (giusto perché da qualche parte bisogna pure iniziare) con la questione Ucraina, continuati con il 7 Ottobre prima e la Guerra a Gaza poi, con la sfida Cina-Taiwan sempre sullo sfondo, e culminati (ma mica siamo alla fine) con la questione-Venezuela, mi è venuta immediatamente in mente una piccola canzone scritta una vita fa da Roger Waters: che nel 1983, scosso dalla Guerra delle Falkland, impose ai riluttanti compagni dei Pink Floyd un intero disco che proprio alla guerra, e ai suoi orrori e pericoli, faceva riferimento. “The Final Cut” è un album non per tutti, “poco Floyd, e troppo Waters“: pochi, se non nulli, gli svolazzi melodici, le aperture strumentali e le modulazioni armoniche, e molti i momenti cupi, le parole urticanti, i momenti senza speranza. Io, personalmente, lo amo molto. Continua a leggere “Leva le tue sporche mani dalla mia terra”

The Italian Chapel: la Guerra, una Madonna e un cuoricino

Ciao a tutti. Come raccontato nel post precedente (ma come, non l’avete divorato? Eccolo QUI :-)), a Luglio abbiamo fatto un bellissimo viaggio alle Orcadi e alle Shetland: e alle Orcadi abbiamo scoperto e visitato un monumento molto interessante, la cui vicenda è connessa strettamente con la Guerra e con l’Italia. Si tratta della cosiddetta Italian Chapel: ed ecco la sua storia.

Il 14 Ottobre 1939 un sottomarino nazista silura, nella baia di Scapa Flow (Orcadi), la HMS Royal Oak, causando ben 833 morti: è il primo, clamoroso, affondamento di una nave britannica nella Seconda Guerra Mondiale. Winston Churchill corre subito ai ripari: occorre a tutti i costi proteggere la baia, in cui ha sede un’importantissima base della Marina. La baia è protetta da 5 isole e isolotti: ma il sottomarino ha avuto buon gioco a passare, inosservato, nei bracci di mare fra le piccole terre emerse, fino ad arrivare all’obbiettivo. Si inizia così la costruzione di quattro sbarramenti difensivi, con gabbioni metallici zeppi di rocce posati sul fondo marino, chiamati a collegare in superficie le isole che proteggono la baia, e a impedire in profondità il passaggio di altri sommergibili.

The Churchill Barrier

Alla costruzione di queste barriere – dette poi Churchill Barriers – sono chiamati i prigionieri di guerra italiani, catturati in Libia durante la Campagna d’Africa e qui deportati, al Campo 60. Possiamo solo immaginare il loro sconforto: sconfitti, reclusi, e per di più in un luogo lontano da casa e freddo, umido e spazzato dal vento…. Un francobollo di terra sperso nel mare. Vuoi per fede, vuoi per il desiderio di trasformare un momento difficile in qualcosa di utile, il parroco del Campo, padre Giacobazzi, d’intesa col maggiore inglese T.P. Buckland, ottiene l’autorizzazione affinché i prigionieri possano dedicarsi alla costruzione di un luogo di culto. Inizia così la storia dell’Italian Chapel. Continua a leggere “The Italian Chapel: la Guerra, una Madonna e un cuoricino”

Quei pistola dei rocker – Di rock e fucili

Ciao a tutti. Si lo so, sono sempre un po’ indietro sugli argomenti “caldi”: è una mia prerogativa anche nella vita, arrivo spesso dopo il dovuto (ma arrivo!). E così, anche oggi, quando tutti parlano di Borsa e crisi monetarie, io sono qui a nominare guerra e armi: argomento ormai vecchio, perché – con la crisi borsistica che impazza su tutte le tv e le radio – tutte le guerre nel mondo sono come finite, cadute nel dimenticatoio… O no? 😦

Da vecchio pacifista, e da malato di musica da sempre, so benissimo quanto rock e folk music, e il Soul, siano quasi istituzionalmente sovrapposte con i movimenti per i diritti civili, e con quelli no-war e no-Vietnam: ma “quasi“, appunto. Esiste infatti una piccola frangia di musicisti che, invece, tifa spudoratamente per il diritto (squisitamente yankee) a possedere liberamente qualsiasi tipo di arma, comprese quelle d’assalto. Ed è una presenza che, pur piccola, fa rumore: anche se non dovrebbe, almeno a dar retta ai sondaggi condotti sulla popolazione statunitense!

Ecco, allora, un piccolo elenco dei pochi musicisti (a me noti) che si possono classificare nella categoria dei pro-gun: con l’accortezza che, di per sé, essere appassionati di armi non sempre significa giustificarne la possibilità di acquisto indiscriminato, o peggio ancora l’uso allegro. Continua a leggere “Quei pistola dei rocker – Di rock e fucili”

Il pop italiano e la censura (parte seconda)

Ciao a tutti. Oggi riprendo e concludo il discorso iniziato in questo post, incentrato sui casi più eclatanti di canzoni e autori sottoposti a censura nell’Italia del Secondo Dopoguerra: in quella circostanza avevo guardato agli esempi in cui il “tema bollente”, che aveva fatto tremare le vene ai polsi dei signori censori, era stato – a seconda dei casi – la religione o il sesso. In questa seconda e ultima puntata metto invece nel mirino le canzoni che, per parlare troppo e male di politica, di guerra o di morale pubblica, si erano trovate con un bel timbro “respinto” sopra. Continua a leggere “Il pop italiano e la censura (parte seconda)”